Quando a dicembre 2024 il regime di Bashar al-Assad è crollato, la Siria è entrata in una nuova fase della sua tormentata storia. A prendere le redini del potere è stato Ahmed al-Sharaa, figura controversa legata in passato al Fronte al-Nusra, formazione jihadista affiliata ad al-Qaeda. Il suo governo, sostenuto dalla Turchia e da alcune monarchie del Golfo, ha promesso unità nazionale, ricostruzione e il superamento delle divisioni etniche e religiose che hanno segnato la guerra civile.
Ma l’ostacolo più complesso da affrontare resta il nord-est del Paese: la regione a guida curda che da oltre un decennio esercita una forma di autogoverno e dove i sentimenti verso il nuovo esecutivo oscillano tra diffidenza, necessità pragmatica e cautela strategica.
Il 10 marzo 2025 è stato firmato un accordo tra le Forze Democratiche Siriane (SDF), l’alleanza armata curdo-araba che ha guidato la lotta contro l’ISIS con il supporto americano, e il governo centrale. L’intesa prevede la graduale integrazione delle SDF nell’esercito nazionale siriano, il ritorno del controllo statale sui giacimenti petroliferi e gassosi del nord-est e il riconoscimento, almeno sulla carta, dei diritti civili e culturali dei curdi. Si tratta di un passo storico, che mira a porre fine a una lunga stagione di guerra e frammentazione, ma che poggia su fondamenta fragili.
La diffidenza dei curdi non nasce solo dai ricordi dei bombardamenti turchi o delle battaglie con le milizie islamiste. Al-Sharaa stesso ha guidato per anni un’organizzazione che si è scontrata con le SDF e che ha avuto un ruolo ambiguo nei massacri di civili e nella repressione di minoranze. Inoltre, la sua vicinanza ad Ankara, che ha sempre considerato le forze curde siriane come un’estensione del PKK – partito curdo illegale in Turchia – genera preoccupazione e rabbia.
Nel nord-est, l’accordo è stato inizialmente accolto con una certa speranza: significava fine dei combattimenti, un possibile riconoscimento dell’autonomia amministrativa e il ritorno a una vita più stabile. Ma ben presto sono emerse divisioni. I vertici curdi hanno sottolineato che si tratta solo di un primo passo, mentre il governo centrale insiste su una piena reintegrazione delle strutture curde all’interno dello Stato siriano.
Non è ancora chiaro, ad esempio, se le SDF saranno assorbite in blocco nell’esercito o se manterranno un ruolo autonomo nella sicurezza del nord-est. A complicare il quadro, c’è la presenza di migliaia di prigionieri dell’ISIS e dei loro familiari nei campi di detenzione sotto controllo curdo: la responsabilità della loro gestione resta un punto critico.

Nel frattempo, le truppe curde hanno iniziato a ritirarsi da alcune posizioni simboliche, come quelle intorno alla città di Aleppo, e si sono verificate consegne reciproche di prigionieri tra le due fazioni. Ma gli episodi di tensione non sono mancati. Subito dopo l’accordo, la Turchia ha continuato per alcune settimane a condurre raid aerei e attacchi con droni contro obiettivi curdi, nonostante le nuove promesse di distensione.
Il caso più grave si è verificato a fine marzo nei pressi di Kobane, quando un attacco turco ha colpito un villaggio agricolo, uccidendo un’intera famiglia di lavoratori: dieci persone, tra cui otto bambini. Ankara ha negato ogni responsabilità e ha parlato di operazione antiterrorismo, ma le immagini del funerale collettivo e le testimonianze locali hanno riacceso la rabbia e il dolore.
Oltre ai curdi, anche altre minoranze presenti nel nord-est – come cristiani armeni, assiri, alawiti e yazidi – guardano con sospetto al nuovo governo. Molti temono che le promesse di inclusione siano solo facciata e che, una volta consolidato il potere, il governo possa emarginare le comunità non arabe o non sunnite. Le violenze verificatesi nelle province costiere alawite – dove circa 1.600 persone sono state uccise in scontri tra lealisti di Assad, truppe governative e milizie affiliate – hanno alimentato queste paure.
Anche all’interno della comunità araba del nord-est la situazione è tutt’altro che omogenea. Alcuni leader tribali vedono nell’accordo con al-Sharaa un’opportunità per limitare l’influenza curda e riequilibrare il potere nella regione. Altri, invece, temono che l’entrata in scena di Damasco possa destabilizzare gli equilibri locali e portare a nuovi conflitti, specie nei villaggi misti dove le comunità arabe e curde hanno costruito faticosamente relazioni di convivenza.
Sul piano internazionale, gli Stati Uniti hanno cominciato a ridurre la propria presenza militare nella Siria nord-orientale. Dopo anni di alleanza strategica con le SDF nella lotta all’ISIS, Washington ha optato per un disimpegno graduale, lasciando sul campo un vuoto che il nuovo governo siriano, ma anche la Turchia e gruppi jihadisti minori, tentano di riempire.
In questo scenario incerto, la leadership curda ha adottato un approccio pragmatico: evitare lo scontro diretto, ottenere garanzie sul piano culturale e amministrativo, cercare di mantenere un margine di autonomia. Alcune figure storiche del movimento curdo vedono nell’accordo una possibilità concreta per ottenere finalmente un riconoscimento politico duraturo.
Altri, però, considerano la fusione con l’esercito nazionale come una trappola, un modo per neutralizzare la loro capacità militare e piegare l’esperienza democratica e paritaria costruita nel Rojava.
La domanda che attraversa il nord-est è semplice ma essenziale: si può davvero costruire una Siria unita e inclusiva sotto la guida di un ex comandante jihadista legato ad Ankara? Per ora, la risposta è sospesa tra le pieghe di un accordo ancora tutto da definire e gli sguardi diffidenti di chi ha perso troppo per concedere ancora fiducia.



