Iran: proteste curde represse, tra carovita e povertà

Nelle regioni curde dell’Iran occidentale, le proteste di questi giorni hanno un’origine che non ha bisogno di molte traduzioni ideologiche: il portafoglio vuoto, il cibo che rincara, la moneta che crolla. Mercoledì le manifestazioni si sono allargate a più città, con negozi chiusi e cortei che hanno puntato il dito contro corruzione e incapacità di governo.

La risposta delle autorità è stata immediata e muscolare: gas lacrimogeni, armi ad aria compressa, pestaggi, e secondo più testimonianze anche fuoco reale. Nel bilancio provvisorio circolato nelle stesse ore si parla di decine di morti e di migliaia di arresti, con un’attenzione repressiva particolarmente dura proprio nelle aree curde, in vista di uno sciopero generale annunciato per il giorno successivo.

Il contesto è quello di una protesta che entra nella sua seconda settimana e che, pur non avendo ancora le dimensioni dei grandi movimenti del passato recente, sta guadagnando terreno a partire da un detonatore economico: lo sprofondamento del rial. Quando una valuta perde rapidamente potere d’acquisto, la politica smette di essere una discussione astratta e diventa un confronto sulla sopravvivenza.

Il prezzo di beni di prima necessità, soprattutto cibo e medicine, è la prima linea della crisi. Se i prezzi alimentari aumentano a ritmi che si misurano in decine di punti percentuali in un solo anno, la povertà smette di essere una condizione “di alcuni” e diventa un rischio per strati sempre più larghi della popolazione. È così che una protesta nata come rivendicazione economica può trasformarsi, nel giro di pochi giorni, in contestazione politica e poi in conflitto aperto, soprattutto quando la repressione tende ad allargare la frattura invece di ridurla.

Il governo ha provato a muoversi con una doppia strategia. Da un lato ha parlato di dialogo e riforme, ha annunciato indagini su episodi particolarmente gravi, come l’irruzione in un ospedale, e ha varato misure tampone come il raddoppio di un sussidio statale ai capifamiglia. Dall’altro lato, l’apparato di sicurezza ha alzato il livello dello scontro nelle piazze e ha avvertito che non resterà a guardare di fronte a presunte interferenze esterne.

Questa combinazione di promessa sociale minima e coercizione massima è tipica dei momenti in cui lo Stato non riesce, o non vuole, affrontare la radice economica della crisi. Il sussidio raddoppiato, per come è stato raccontato, rimane di entità molto modesta rispetto all’impennata dei prezzi: non ricostruisce potere d’acquisto, non stabilizza aspettative, non riapre prospettive. Serve piuttosto a segnalare che qualcosa “si fa”, mentre sul terreno la gestione principale resta l’ordine pubblico.

Proprio qui si innesta il passaggio decisivo verso il Kurdistan iraniano come laboratorio della nuova povertà. Perché nelle province curde le crisi economiche non arrivano su un terreno neutro. Arrivano su un terreno in cui marginalizzazione, discriminazione e frontiera si sommano da decenni.

Il Kurdistan iraniano, insieme a Kermanshah e Ilam, è una periferia politica e allo stesso tempo una periferia economica: investimenti più deboli, opportunità di lavoro più fragili, servizi spesso più scarsi, controllo securitario più intenso. In un simile contesto, ogni shock macroeconomico diventa immediatamente microeconomico, cioè si traduce nel giro di poche settimane in rinunce, debiti, tagli al cibo, spese mediche rimandate, scuola abbandonata, lavoro informale come unica via.

La frontiera rende questa condizione ancora più evidente. Nelle regioni curde il confine non è solo una linea geopolitica: è una struttura economica. Quando l’economia legale non assorbe lavoro e la moneta perde valore, il confine diventa un mercato del lavoro di ultima istanza.

È qui che si colloca una delle figure più dure e meno raccontate della povertà contemporanea in Medio Oriente: il trasporto transfrontaliero informale, spesso svolto a piedi, in condizioni estreme, su percorsi pericolosi, con carichi pesanti e con un rischio costante di incidenti, arresti e violenza. Non è folclore: è un indicatore brutale di assenza di alternative. Quando una società produce lavoro che somiglia a una punizione fisica, sta dicendo che la povertà non è un’eccezione ma una funzione della sua economia.

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In un sistema così, la discriminazione non è solo culturale o identitaria; è anche economica. La minoranza che vive in una periferia controllata e meno sviluppata tende a pagare un prezzo doppio: la fragilità strutturale e la maggiore esposizione alla repressione. E infatti nelle ondate di protesta la geografia della violenza non è casuale. Le aree periferiche, soprattutto se abitate da minoranze, diventano più rapidamente “problema di sicurezza nazionale”.

L’effetto è che lo stesso evento economico, una svalutazione o un aumento dei prezzi, viene affrontato in modo diverso a seconda del territorio: dove lo Stato teme l’opposizione politica, la risposta è più rapida e più dura. Questo spiega perché, nelle cronache di questi giorni, le regioni curde appaiano come uno degli epicentri della repressione, con arresti mirati e un uso della forza che in alcuni casi viene descritto come letale.

La crisi economica, nel frattempo, continua a peggiorare proprio perché l’instabilità alimenta l’instabilità. La valuta che perde valore rende più costose le importazioni; l’aumento dei costi spinge verso ulteriori tagli o verso l’eliminazione di strumenti calmieranti; l’aspettativa di nuovi aumenti induce commercianti e famiglie a proteggersi come possono; la fiducia scende; e la spirale riparte.

In questo quadro, lo Stato può scegliere due strade: ricostruire fiducia con misure credibili, redistributive e sufficienti a proteggere i beni essenziali, oppure spostare il discorso sul terreno della minaccia esterna e della sicurezza. Quando prevale la seconda strada, la povertà diventa più profonda e più politica, perché le famiglie capiscono che non sono di fronte a un periodo difficile ma a un modello di governo.

Il Kurdistan iraniano, insomma, condensa tre fattori che altrove si presentano separati. La povertà economica, perché la svalutazione e l’inflazione colpiscono prima e più duramente chi ha meno risparmi e meno reti di protezione.

La discriminazione, perché la marginalità politica si traduce in marginalità di opportunità e in una risposta repressiva più immediata. La frontiera, perché l’economia del confine diventa una valvola di sfogo che però è essa stessa un dispositivo di precarietà, dove il rischio personale sostituisce l’investimento pubblico e la mobilità sostituisce il lavoro stabile.

Se si vuole capire che cosa sta accadendo in Iran senza fermarsi alla superficie dello scontro, bisogna guardare proprio a questo punto d’incastro. Le proteste curde non sono un capitolo periferico di una crisi nazionale: sono un’anticipazione. Mostrano come, quando una moneta collassa e il costo della vita sale, le periferie diventano il luogo dove la politica viene riscritta con strumenti elementari: chiusura dei negozi, scioperi, piazze, e poi repressione.

E mostrano anche un altro aspetto, spesso rimosso: la povertà non è solo un problema sociale, è un problema di stabilità. Ogni colpo inferto ai redditi e ai servizi nei territori più fragili non produce solo disagio; produce conflitto, produce migrazione interna, produce economia illegale, produce un’erosione lenta della coesione nazionale.

In questa prospettiva, lo sciopero generale invocato dalle forze di opposizione curde assume un significato che va oltre l’atto politico. È la traduzione collettiva di una condizione materiale: la convinzione, condivisa da molti, che la normalità non sia più sostenibile.

E quando la normalità diventa insostenibile, le società entrano in una zona in cui il prezzo della repressione non si misura solo in diritti violati, ma in povertà aggiuntiva: famiglie senza reddito, giovani senza futuro, territori ancora più isolati, frontiere ancora più cariche di disperazione. Il Kurdistan iraniano è un laboratorio proprio per questo: perché in quel punto, più che altrove, si vede come povertà, discriminazione e frontiera non si sommino soltanto, ma si moltiplichino.

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