Turchia: Erdogan stringe la repressione e gioca su più fronti

La Turchia è scossa da un nuovo colpo di mano autoritario: il 19 marzo, il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, esponente di spicco dell’opposizione e principale sfidante di Recep Tayyip Erdoğan, è stato arrestato con l’accusa di corruzione e legami con il terrorismo.

L’operazione, che ha coinvolto oltre 80 persone, tra cui esponenti politici e amministratori locali, si inserisce in una campagna repressiva che mira a soffocare il dissenso in vista delle future elezioni presidenziali.

La detenzione di İmamoğlu è stata accompagnata da una serie di misure restrittive, tra cui il divieto totale di proteste per quattro giorni a Istanbul, la chiusura delle linee della metropolitana e delle principali arterie cittadine, oltre alla limitazione dell’accesso a X (ex Twitter), YouTube, Instagram e TikTok.

İmamoğlu fuori dai giochi? La manovra dell’università
Oltre alla detenzione, il governo ha orchestrato un’altra mossa per eliminare İmamoğlu dalla corsa presidenziale: il 18 marzo, l’Università di Istanbul ha annunciato l’annullamento della sua laurea, elemento essenziale per candidarsi alle elezioni.

Questa decisione, arrivata appena un giorno prima del blitz, è stata interpretata come un tentativo di impedirgli di competere politicamente, anche se non dovesse rimanere in carcere.

Il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale forza di opposizione, ha definito questi eventi un “colpo di Stato contro la volontà popolare”, denunciando la sistematica eliminazione degli avversari politici attraverso la manipolazione della giustizia e delle istituzioni accademiche.

Il pretesto del terrorismo e la questione curda
Le accuse mosse contro İmamoğlu rientrano nel classico schema utilizzato da Erdoğan per neutralizzare l’opposizione: associare i rivali politici al terrorismo e al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione da anni in conflitto con il governo turco.

Nel frattempo, la questione curda si è intrecciata con le dinamiche di potere. Abdullah Öcalan, storico leader del PKK, dal carcere ha lanciato un appello per la fine della lotta armata e la dissoluzione dell’organizzazione, segnando una potenziale svolta dopo oltre 40 anni di conflitto e decine di migliaia di morti.

La posizione di Öcalan è centrale nel possibile riavvio di un dialogo di pace, ma il governo turco non sembra intenzionato a cogliere questa opportunità. Öcalan è detenuto dal 1999 nell’isola-prigione di İmralı, in completo isolamento e con comunicazioni fortemente limitate con il mondo esterno.

Erdoğan ha spesso utilizzato la sua figura come strumento politico, alternando fasi di repressione totale a brevi momenti di apertura quando la sua posizione strategica lo richiedeva.

Se il governo dovesse decidere di negoziare con Öcalan, potrebbe cercare di sfruttare la sua influenza per indebolire i gruppi armati curdi ancora attivi, specialmente in Siria e Iraq.

“Ekrem İmamoğlu 7 March 2024 (cropped)” by Medyascope TV is licensed under CC BY 3.0.

Tuttavia, qualsiasi tentativo di mediazione appare oggi improbabile, dato che Erdoğan sta puntando su una narrativa ultranazionalista e repressiva, con una campagna militare intensificata contro le formazioni curde in Medio Oriente e una propaganda che dipinge ogni oppositore interno come un nemico dello Stato.

Erdoğan tra crisi globale e nuovi equilibri geopolitici
Le ultime mosse di Erdoğan non possono essere comprese senza uno sguardo al quadro internazionale. La sua offensiva contro l’opposizione interna coincide con un momento di grande instabilità globale, e Ankara sta cercando di ritagliarsi un ruolo da protagonista nei nuovi assetti geopolitici.

Sul fronte del Medio Oriente, la Turchia sta giocando una partita ambigua. Da un lato, mantiene relazioni con Hamas e si propone come mediatrice tra Israele e il mondo arabo. Dall’altro, ha intensificato le operazioni militari contro i curdi in Siria e Iraq, sfruttando il caos della regione per rafforzare il proprio controllo nelle aree di confine.

La questione curda, lungi dal trovare una soluzione, rimane uno strumento di propaganda interna e un pretesto per giustificare la repressione politica.

In Europa, Erdoğan continua il suo gioco a doppio filo con la NATO. Dopo aver rallentato l’ingresso della Svezia nell’alleanza militare, ha alla fine concesso il via libera in cambio di concessioni economiche e militari. Questo atteggiamento opportunista gli ha permesso di ottenere nuove forniture di armi e un peso maggiore nei negoziati con l’Occidente.

Nel frattempo, la guerra in Ucraina ha offerto alla Turchia un’ulteriore opportunità per rafforzare la propria posizione strategica. Ankara ha venduto droni a Kiev, mantenendo però rapporti privilegiati con Mosca, sia sul piano commerciale che energetico. Questa ambiguità le ha consentito di ritagliarsi un ruolo di mediatore, sfruttando la dipendenza russa dai suoi porti per il transito di grano e gas.

Sul piano economico, la Turchia affronta una crisi devastante, con un’inflazione fuori controllo e una moneta sempre più svalutata. In questo contesto, la repressione politica diventa un’arma per distogliere l’attenzione dai problemi interni e consolidare il potere di Erdoğan, presentandolo come l’unico garante della stabilità.

La Turchia di fronte a un bivio
L’arresto di İmamoğlu, l’annullamento della sua laurea e il blocco delle proteste segnalano un’ulteriore chiusura del regime turco, in un momento in cui Erdoğan cerca di blindare il proprio potere sia all’interno che sullo scacchiere internazionale.

Il rischio è che la Turchia, che ieri avremmo definito un modello autocratico ma oggi, dall’insediamento di Trump in poi, vede altrettanta “autocrazia” nelle democrazie occidentali, riduca completamente al silenzio l’opposizione. Tuttavia, la società civile turca ha già dimostrato in passato di saper reagire, come durante le proteste di Gezi Park e nelle ultime elezioni municipali.

Se l’opposizione riuscirà a riorganizzarsi nonostante la repressione, potremmo assistere a nuove forme di resistenza. Se invece Erdoğan riuscirà a eliminare ogni sfidante, il paese rischia di scivolare in una fase di autoritarismo consolidato, con gravi conseguenze per la stabilità della regione e per i suoi rapporti con l’Occidente.

“İmamoğluJune2019CampaignSilivri (67)” by CeeGee is licensed under CC BY-SA 4.0.