I Rom, il razzismo e la privazione dei diritti civili

Tra le tante giornate dedicate alle questioni sociali, oggi tocca a quella che più di ogni altra denuncia razzismo e discriminazioni verso un intero popolo. L’8 aprile si celebra infatti la Giornata Internazionale del Popolo Rom.

Questa data commemora il primo congresso internazionale dei Rom del 1971, che portò alla formazione della Romani Union nel 1979, ufficializzata come giornata di celebrazione nel 1990.

I Rom hanno subito esclusione e intolleranza lungo la storia, inclusi stermini durante la Seconda guerra mondiale e segregazioni sotto i regimi comunisti dell’Europa dell’Est. Rappresentando la minoranza etnica più numerosa in Europa, con una stima di 10-12 milioni di persone, i Rom continuano a lottare contro discriminazione e limitato accesso ai servizi economici e sociali.

In Italia, si stima che la comunità dei Rom, Sinti e Caminanti sia compresa tra 120mila e 180mila individui, prevalentemente stanziali. Nonostante la protezione offerta dall’articolo 6 della Costituzione italiana alle minoranze linguistiche, i Rom non sono riconosciuti come tali.

La situazione abitativa è particolarmente critica, con molte persone che vivono in baraccopoli formalmente riconosciute o insediamenti informali, spesso in condizioni al di sotto degli standard accettabili e soggette a frequenti sgomberi.

Queste condizioni contribuiscono a un’aspettativa di vita notevolmente inferiore rispetto alla media nazionale, sottolineando l’importanza di interventi specifici per migliorare la situazione di questa comunità in Italia.

Un recente sondaggio pubblicato su La Nazione ci dice che l’antiziganismo in Italia vede l’80% della popolazione provare odio o fastidio nei confronti di rom e sinti. In molte città troviamo “campi Rom” che dovevano essere provvisori e sono invece ormai presenti da decenni, senza che vengano indicate soluzioni alternative.

Nei campi troviamo persone completamente emarginate dalla società, dove lo status giuridico a volte è inesistente in quanto siamo alla terza generazione senza documenti, alla quale non è stato riconosciuto, dopo l’arrivo dai Balcani, né lo status di apolide né qualsiasi altro status giuridico appunto. Non avendo uno status non hanno diritto alla carta d’identità e alla residenza.

La bandiera Rom

Per coloro che hanno ottenuto la residenza, la ricerca di lavoro si rivela spesso ardua. Questo perché l’indirizzo di residenza, associato al campo, alimenta resistenze da parte dei datori di lavoro, influenzati da una narrazione diffusa che veicola stereotipi e pregiudizi riguardo l’etnia.

Di conseguenza, anche quando a conoscenza dell’etnia del candidato, molti preferiscono non procedere con l’assunzione. Inoltre, i servizi essenziali faticano a raggiungere i campi e, quando lo fanno, tendono a riflettere piuttosto le concezioni delle amministrazioni locali su ciò che ritengono opportuno per il campo, senza instaurare un reale dialogo con gli abitanti per comprendere e rispondere alle loro effettive necessità.

Una buona parte delle politiche italiane dei campi deriva da uno stereotipo nei confronti delle comunità rom e sinti, spesso ritenute nomadi. Questa percezione ha portato alla creazione di grandi “villaggi attrezzati” o campi, dove diverse etnie rom da Serbia, Bosnia, Macedonia e Romania sono state raggruppate in container.

Sebbene queste soluzioni abitative fossero presentate come temporanee, in attesa di ricollocamento in alloggi popolari, la realtà è stata diversa, e molte famiglie vivono in questi campi da generazioni.

Accanto ai “villaggi attrezzati”, esistono i “campi tollerati”, insediamenti informali spesso soggetti a sgomberi nonostante costruiscano percorsi di inclusione per le comunità che vi abitano.

Le microaree, al contrario, sono insediamenti spontanei dove alcune famiglie rom e sinti scelgono di vivere in roulotte o case prefabbricate per motivi culturali e lavorativi, distanti dal concetto di mega campi imposti istituzionalmente.

Nonostante l’esistenza di piccoli insediamenti legali o tollerati anche all’estero, l’Italia si distingue per aver istituzionalizzato i mega campi come soluzione abitativa, nonostante la maggior parte dei rom e sinti in Italia vivano in case, contrariamente all’immagine del nomadismo forzato.

Un cartello all’Università di Ferrara che nel marzo scorso avvertiva di una “strana presenza” di “zingari” ha sollevato polemiche, rivelando come persistano stereotipi discriminatori che associano i Rom e Sinti alla criminalità.

Senza negare alcune problematiche realmente esistenti in singoli comportamenti, attribuire a un intero popolo tratti negativi è ingiusto e scorretto, attribuendo in sostanza alla povertà le possibili cause di comportamenti illeciti, come a dire che tutti coloro in difficoltà economiche, quindi non solo Rom e Sinti, sono delinquenti.

“Campo Rom a Roma. Gipsy.” by Zingaro. I am a gipsy too. is licensed under CC BY 2.0.