C’è qualcosa che colpisce, quasi disorienta, nelle immagini arrivate ieri da Johannesburg. Folle in piazza contro gli immigrati. Cartelli, slogan, richieste di deportazioni di massa. Gruppi che chiedono al governo di applicare con più durezza le leggi sull’immigrazione. E tutto questo in Sudafrica: il Paese che più di ogni altro, nel Novecento, ha insegnato al mondo che cosa significhi vivere sotto un regime razzista, essere classificati, respinti, umiliati, esclusi.
Il Sudafrica dell’anti-apartheid, di Nelson Mandela, dell’African National Congress, delle lotte nere contro la supremazia bianca. Il Sudafrica della libertà conquistata contro uno Stato fondato sulla separazione razziale. Proprio lì, oggi, una parte della rabbia sociale si rovescia contro altri africani: migranti dello Zimbabwe, del Mozambico, del Malawi, della Nigeria, del Ghana, dell’Etiopia. Poveri contro poveri. Neri contro neri. Esclusi contro più esclusi.
Mercoledì 29 aprile 2026 centinaia di persone hanno manifestato a Johannesburg contro l’immigrazione irregolare; il giorno prima una protesta analoga si era svolta a Pretoria. La marcia è stata organizzata dal gruppo March and March e ha visto la presenza di movimenti anti-migranti come Operation Dudula, oltre a formazioni politiche come ActionSA e Patriotic Alliance. Le richieste sono chiare: applicazione più rigida delle norme migratorie e deportazioni di massa.
I manifestanti negano di essere xenofobi. Dicono di difendere la legalità, la sicurezza, il lavoro, i servizi pubblici, il diritto dei sudafricani a venire “prima” nel proprio Paese. È una formula che conosciamo bene anche in Europa: non siamo contro gli stranieri, siamo contro gli irregolari. Non è razzismo, è legalità. Non è odio, è difesa dei cittadini.
Ma la storia insegna che il razzismo raramente si presenta dicendo il proprio nome. Quasi sempre parla la lingua dell’ordine, della sicurezza, della protezione sociale, della precedenza nazionale. Quasi sempre dice di non odiare nessuno. Chiede solo di cacciare qualcuno.
Il contesto sudafricano rende questa scena ancora più dura. Associated Press riferisce che molte attività, di sudafricani e migranti, hanno chiuso durante la protesta per paura di saccheggi o violenze opportunistiche. Non è un dettaglio laterale: significa che la marcia non è stata percepita come una normale manifestazione politica, ma come un possibile detonatore urbano.
E non nasce dal nulla. Negli ultimi anni gruppi anti-migranti sono stati accusati di intimidazioni, campagne contro cittadini stranieri, pressioni sui servizi pubblici. AP ricorda anche episodi in cui cittadini stranieri sarebbero stati cacciati da strutture sanitarie pubbliche, accusati di sottrarre cure, farmaci e posti ai sudafricani.
Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha espresso preoccupazione per attacchi xenofobi, molestie e intimidazioni contro migranti e cittadini stranieri in KwaZulu-Natal ed Eastern Cape.
È qui che lo stupore deve diventare analisi. Perché il Sudafrica non è diventato improvvisamente un Paese “razzista” come se la sua storia anti-apartheid fosse stata cancellata. Il punto è più inquietante: la memoria della liberazione non basta a impedire che la povertà venga trasformata in guerra tra poveri.
Il Sudafrica ha una disoccupazione enorme. Nel quarto trimestre 2025 il tasso ufficiale era al 31,4%; nella definizione estesa, che include anche la forza lavoro potenziale, arrivava al 42,1%. Sono numeri da frattura sociale permanente.
Milioni di persone senza lavoro, città segnate dalla segregazione ereditata dall’apartheid, servizi pubblici sotto pressione, disuguaglianze gigantesche, abitazioni insufficienti, economia informale, competizione quotidiana per tutto: un impiego, un banco al mercato, una visita in ospedale, un posto a scuola, una stanza dove vivere.
In questo scenario il migrante diventa il bersaglio perfetto. È più visibile del capitale, più raggiungibile dello Stato, più vulnerabile dei grandi proprietari, più facile da accusare del sistema economico. Non ha protezioni, non ha voce, spesso non ha documenti, non ha partiti forti alle spalle. È povero abbastanza da essere odiato da altri poveri.
La propaganda anti-migranti funziona perché offre una spiegazione semplice a una sofferenza reale. Se manca il lavoro, è colpa dello straniero. Se l’ospedale è pieno, è colpa dello straniero. Se il salario è basso, è colpa dello straniero.
Se il quartiere è abbandonato, è colpa dello straniero. Se lo Stato non garantisce più nulla, la colpa viene scaricata su chi ha ancora meno. È il grande trucco politico della xenofobia: non inventa la povertà, la usa. Non crea il disagio, lo organizza contro il bersaglio più debole.
I dati migratori, poi, raccontano una realtà molto meno apocalittica della retorica dell’invasione. Secondo Statistics South Africa, sulla base del censimento 2022, gli immigrati erano 2,4 milioni, pari al 3,9% della popolazione. Una quota cresciuta rispetto al 1996, quando era al 2,1%, ma lontana dalle cifre enormi che circolano nel discorso politico anti-immigrazione.

Questo non significa che non esista immigrazione irregolare. Esiste. Non significa che non esistano tensioni nei quartieri poveri. Esistono. Non significa che lo Stato sudafricano non abbia problemi reali nel controllo dei confini, nella gestione dei documenti, nell’accesso ai servizi. Li ha. Ma il passaggio dalla difficoltà amministrativa alla caccia sociale è il punto politico decisivo.
Il razzismo non comincia quando si ammette che esiste un problema. Comincia quando il problema viene ridotto a un gruppo umano da espellere.
Operation Dudula rappresenta bene questa trasformazione. Nato a Soweto, nell’area di Johannesburg, il movimento ha costruito la propria identità su campagne contro gli immigrati, accusati di sottrarre lavoro, case e servizi ai sudafricani. Nel 2023 il Guardian ne raccontava la trasformazione in partito politico, dentro un clima di accuse di hate speech, intimidazioni e violenza.
La parola “Dudula”, in zulu, significa più o meno “respingere”, “spingere via”. Già il nome è un programma: non integrare, non regolare, non discutere, ma cacciare. Spingere fuori.
E qui torna la ferita storica. Il Sudafrica dell’apartheid era fondato su un’ossessione: decidere chi poteva stare dove. Chi poteva vivere in quale quartiere. Chi poteva entrare in quale scuola. Chi poteva muoversi, lavorare, abitare, votare. Il corpo nero era controllato dallo Stato bianco, registrato, separato, sorvegliato.
Naturalmente non si può sovrapporre meccanicamente l’apartheid alla xenofobia di oggi. Sarebbe una semplificazione. L’apartheid era un regime istituzionale di supremazia bianca. Le proteste anti-migranti di oggi sono un fenomeno diverso, nato dentro una democrazia costituzionale, dentro la povertà post-apartheid, dentro il fallimento sociale di una liberazione politica che non ha prodotto giustizia economica sufficiente.
Ma proprio per questo fanno impressione. Perché mostrano come la grammatica dell’esclusione possa sopravvivere anche dopo la caduta del regime che l’aveva resa legge. Cambiano i soggetti. Cambiano le parole. Cambia la direzione dell’odio. Ma resta l’idea che la soluzione della crisi sia togliere diritti, spazio e presenza a qualcun altro.
Il governo sudafricano, da parte sua, non è affatto immobile. Negli ultimi due anni finanziari sono stati deportati 109.344 immigrati irregolari. Dunque la piazza anti-migranti non si muove contro uno Stato che non fa nulla: chiede uno Stato ancora più duro, più espulsivo, più punitivo.
Anche questo è un tratto comune a molte destre sociali contemporanee. Quando lo Stato sociale arretra, si chiede più Stato penale. Meno casa, più polizia. Meno lavoro, più confini. Meno redistribuzione, più espulsioni. Meno giustizia economica, più ordine.
La vicenda ha già prodotto tensioni diplomatiche. Il Ghana ha convocato l’ambasciatore sudafricano dopo denunce e video di violenze xenofobe contro cittadini ghanesi. Il governo sudafricano ha promesso una stretta contro gli attacchi, mentre il ministro degli Esteri Ronald Lamola ha definito la violenza una minaccia alle basi costituzionali del Paese.
La parola “costituzionali” è importante. Perché il Sudafrica post-apartheid nasce su una delle costituzioni più avanzate del mondo, fondata su dignità, uguaglianza, diritti, non discriminazione. Ma una costituzione, da sola, non riempie le periferie. Non crea automaticamente lavoro. Non cancella le gerarchie spaziali. Non impedisce che la frustrazione sociale venga catturata da chi indica un capro espiatorio.
È una lezione amara anche per noi. La povertà non produce automaticamente coscienza di classe. Non produce automaticamente solidarietà. Non rende migliori. Può produrre rabbia, paura, competizione, richiesta di punizione. Può spingere chi è stato oppresso a cercare qualcuno da opprimere a sua volta.
Il Sudafrica ci ricorda che l’antirazzismo non è un vaccino permanente somministrato una volta per tutte dalla storia. Nemmeno una grande lotta di liberazione garantisce per sempre una società giusta. Se la liberazione politica non diventa liberazione materiale, se la fine della segregazione legale convive con povertà di massa, disoccupazione e servizi insufficienti, la promessa democratica resta incompiuta. E nelle crepe dell’incompiuto cresce il rancore.
Per questo la notizia di Johannesburg non va letta come curiosità esotica: “anche in Africa ci sono gli anti-immigrati”. Va letta come un avvertimento. La xenofobia non è un’anomalia occidentale, non appartiene solo ai bianchi, non è proprietà esclusiva delle destre europee. È una tecnologia politica della crisi. Funziona ovunque ci siano scarsità, paura e un potere capace di dire ai poveri che il loro nemico non è chi concentra ricchezza, ma chi arriva con meno di loro.
Il Sudafrica ha sconfitto l’apartheid. Ma non ha sconfitto la disuguaglianza che rende possibile trasformare la libertà in competizione disperata. E così, nel Paese che ha combattuto il razzismo di Stato, oggi una parte della piazza chiede di cacciare altri africani.
È questo che fa impressione. Non perché sia impensabile. Ma perché mostra quanto poco basti, quando la povertà resta senza risposta, perché la memoria della liberazione venga divorata dalla fame di un nemico.

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