In Guinea-Bissau i colpi di Stato tornano regolari, più prevedibili della pioggia. L’unica cosa che non cambia mai è il clima sociale: caldo equatoriale fuori, freddo politico dentro, e metà del Paese sotto la soglia di povertà mentre un pezzo di esercito e un pezzo di élite si contendono un potere che vale molto per pochi e quasi niente per tutti gli altri.
Questa volta è toccato al “Comando militare di alto livello per il ripristino dell’ordine” – si chiamano così, modestia a parte – annunciare in televisione di aver preso il “controllo totale” del paese, bloccato le frontiere, sospeso il processo elettorale “fino a nuovo ordine” e imposto un coprifuoco.
È il 26 novembre 2025, tre giorni dopo le elezioni generali del 23 novembre. Mentre la Commissione elettorale si preparava a diffondere i primi risultati, da cui doveva uscire il verdetto sul presidente uscente Umaro Sissoco Embaló e sul suo sfidante Fernando Dias, a Bissau si comincia a sparare vicino al palazzo presidenziale, al ministero dell’Interno e alla sede della commissione stessa.
Poche ore e la scena si sposta in tv: alcuni ufficiali in uniforme spiegano che non ci sarà nessun risultato, perché nel frattempo hanno deciso loro. Accusano il potere politico di brogli, di collusione con i narcotrafficanti, promettono di “ristabilire l’ordine” e di salvare la democrazia sospendendola.
Il presidente Embaló viene arrestato e trattenuto nel quartier generale dell’esercito; vengono fermati anche Dias e il leader dell’opposizione Domingos Simões Pereira. Il giorno dopo, un comunicato annuncia che il generale Horta Nta Na Man è stato insediato come presidente di transizione, nuovo volto di una vecchia storia: il soldato che diventa capo dello Stato “per il bene della nazione”.
Sullo sfondo, la solita liturgia internazionale: ECOWAS, Unione Africana, ONU, Portogallo, Francia che condannano il golpe, chiedono il ripristino dell’ordine costituzionale, il rilascio dei detenuti, la ripresa dello spoglio. La capitale resta bloccata: soldati agli incroci, negozi chiusi, gente chiusa in casa per paura di finire nel posto sbagliato al momento sbagliato.
È l’ennesimo capitolo di un manuale che in Guinea-Bissau conoscono fin troppo bene: dal 1974, anno dell’indipendenza dal Portogallo, il paese ha accumulato almeno nove colpi di Stato o tentativi.
Per capire questo colpo, però, bisogna guardare anche a quello che è successo prima. Embaló, al potere dal 2020, non arriva vergine al tema. Nel dicembre 2023 ha sciolto il parlamento dopo scontri armati tra Guardia nazionale e forze presidenziali, liquidati come “tentato golpe” contro di lui. Da allora il paese ha vissuto a lungo senza una vera assemblea elettiva.
Le elezioni legislative previste per il 2024 sono state rimandate, quelle presidenziali spostate più avanti, e il mandato di Embaló è tecnicamente scaduto a febbraio 2025, ma lui ha continuato a governare e a candidarsi alla propria successione. L’opposizione e parte della società civile hanno parlato apertamente di “colpo di Stato istituzionale”: niente carri armati, solo decreti, rinvii e scioglimenti calibrati.
Nel clima ormai permanente di sospetto reciproco, Embaló ha fatto arrestare anche ufficiali dell’esercito accusandoli di complotto, mentre la sua maggioranza e l’opposizione si rinfacciavano legami con il narcotraffico. L’ONU già nel 2008 definiva la Guinea-Bissau un “narco-Stato”, hub della cocaina dall’America Latina all’Europa, grazie a una costa frastagliata e a un arcipelago perfetto per sbarcare carichi lontano da radar e dogane.
Quello che vediamo oggi è la versione aggiornata di quella storia: un paese usato come piattaforma per traffici globali e lasciato in preda a una povertà di massa che non si governa con nessun “alto comando per l’ordine”.
Perché mentre le uniformi vanno e vengono, i numeri restano lì, immobili come un atto d’accusa. Con un PIL pro capite di circa 950 dollari l’anno, la Guinea-Bissau è stabilmente tra i paesi più poveri del pianeta: meno di 3 dollari al giorno a persona. La Banca Mondiale ricorda che metà della popolazione – il 50,5% – vive sotto la soglia di povertà nazionale, con punte che arrivano a circa il 67% nelle aree rurali.

Il paradosso è che, sulla carta, questo micro-Stato è un riccone: la più alta ricchezza naturale pro capite dell’Africa occidentale, secondo gli studi della stessa Banca Mondiale. Mangrovie, pesca, foreste, biodiversità, un arcipelago che farebbe la gioia di qualunque agenzia turistica. Natural capital, lo chiamano.
Poi vai a vedere il capitale umano, le infrastrutture, la stabilità politica, e capisci perché quella ricchezza resta sulla carta: il paese è definito “altamente fragile”, con povertà elevata, istituzioni deboli, dipendenza da pochi settori e uno dei tassi di accesso all’elettricità più bassi della regione.
L’economia è quasi una monocoltura: gli anacardi sono il “petrolio verde” della Guinea-Bissau. Gli studi economici dicono che la produzione e l’export di anacardi valgono l’85–90% delle esportazioni, rappresentano la principale fonte di reddito per la maggior parte dei poveri, e occupano oltre il 40% della forza lavoro.
Quando va bene il raccolto e i prezzi mondiali reggono, il paese respira. Quando va male, non ci sono altri pilastri. Non esiste una grande industria, il settore dei servizi è minimo, il “settore privato” è per lo più informale. Da fuori, l’impressione è quella di un’intera nazione appesa a un albero di anacardi e a qualche pista di atterraggio per i voli sbagliati.
Dentro questa cornice, il golpe non è un’eccezione, è il sistema operativo. Un presidente che prolunga di fatto il proprio mandato, un esercito che si autoproclama arbitro supremo del processo elettorale, un’opposizione che chiede almeno di conoscere i risultati.
Nel mezzo, una popolazione di circa 2,2 milioni di persone che vive in metà dei casi sotto la soglia di povertà, con un accesso all’elettricità che oscilla attorno al 40%, infrastrutture minime, scuole e ospedali che funzionano finché arrivano i soldi dei donatori.
Il copione è talmente rodato che si potrebbe scriverlo così: ogni volta che si vota, una parte della classe dirigente si accorge che le urne non garantiscono il risultato desiderato. Allora arrivano le uniformi, con due argomenti pronti: “la democrazia va salvata” e “i politici sono corrotti e legati alla droga”.
Entrambe le cose possono contenere pezzi di verità, ma stranamente non si traducono mai in ospedali nuovi, in scuole che non crollano, in strade asfaltate. In Guinea-Bissau, il colpo di Stato è l’unica grande opera che si riesce a fare con regolarità.
Nel frattempo, la comunità internazionale alterna comunicati di condanna e promesse di aiuto allo sviluppo. L’Unione europea finanzia programmi per rafforzare le istituzioni, la Banca Mondiale mette nero su bianco piani per “ottimizzare la ricchezza naturale”, l’Fmi si preoccupa di contenere il debito pubblico e stabilizzare i conti.
Tutto giusto, sulla carta. Ma finché mezzo paese è povero, l’economia reale dipende da una manciata di prodotti agricoli e da flussi di droga che non dovrebbero esistere, e la politica è una serie di interruzioni di corrente istituzionale, gli stessi rapporti internazionali ammettono che “instabilità politica e governance debole sono il principale ostacolo a qualsiasi strategia di sviluppo”.
Il nuovo “presidente di transizione” in uniforme giura che porterà ordine, lotterà contro la corruzione, rimetterà il paese sulla strada giusta. Il presidente uscito in manette giura che il suo mandato era legittimo e che il golpe ha interrotto una normalizzazione faticosamente avviata.
L’opposizione giura che voleva solo un conteggio pulito dei voti. Ognuno ha il suo giuramento, la sua narrativa, la sua verità da talk show. L’unica verità che non ha bisogno di microfono è quella delle statistiche: un paese di due milioni di abitanti, metà dei quali poveri, in cui chi nasce contadino di anacardi ha buone possibilità di morire povero, qualunque sia l’“alto comando” del momento.
Se la Guinea-Bissau è un laboratorio, non è solo di instabilità politica, ma di qualcosa di più preciso: cosa succede quando un territorio pieno di risorse naturali, strategico per traffici leciti e illeciti, viene trattato per decenni come un magazzino e un corridoio, non come una società da far crescere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il potere che si cambia di mano a colpi di proclami, e la povertà che non cambia padrone perché non ne ha bisogno. È già l’unica cosa davvero stabile del paese.


