Ieri abbiamo seguito i camion che da Goma portavano uomini verso i campi di Rumangabo e Tshanzu. Oggi seguiamo l’altro carico che attraversa la stessa frontiera: i sacchi di coltan che dalle miniere di Rubaya entrano in Ruanda passando per Goma occupata. Due flussi, un solo sistema — i corpi entrano, i minerali escono.
E lo stesso giorno, il 10 giugno, due organizzazioni internazionali ne hanno pubblicato la contabilità: Human Rights Watch quella dei corpi, Global Witness quella dei soldi. Non è un caso che le due inchieste escano insieme: è la società civile internazionale che stringe su Kigali, simultaneamente, sul piano umanitario e su quello economico.
L’inchiesta di Global Witness — “Who buys Rwanda’s smuggled coltan?”, un anno di lavoro su dati doganali, registri commerciali e interviste agli stessi contrabbandieri — contiene un dettaglio che vale più di cento aggettivi. Per ogni chilo di coltan che lascia Rubaya, i trafficanti pagano una “tassa”: 4 dollari all’M23 e 3 dollari al governo ruandese. Lungo il tragitto devono esibire la ricevuta. Fermiamoci qui. Il contrabbando del minerale di guerra non è tollerato da Kigali: è fiscalizzato.
Lo Stato ruandese non chiude un occhio, batte scontrino — riga sotto riga rispetto alla milizia, come due esattori allo stesso sportello. Quella ricevuta trasforma la “complicità di funzionari” in politica di bilancio. E si salda con la conclusione giuridica del rapporto di ieri: la potenza occupante mette a tariffa il prodotto dell’occupazione.
I numeri della filiera danno la scala. Rubaya, nel Nord Kivu, custodisce circa il 15% delle riserve mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio dei condensatori: telefoni, computer, auto elettriche.
Da quando l’M23 ha preso le miniere, gli esperti ONU hanno documentato almeno 120 tonnellate contrabbandate ogni mese verso il Ruanda — la “più grande contaminazione delle catene di approvvigionamento minerario” registrata nella regione dei Grandi Laghi nell’ultimo decennio — mentre le esportazioni ufficiali ruandesi raddoppiavano, da circa mille tonnellate nel 2021 a duemila nel 2023, in un paese che quelle quantità non le produce.
L’occupazione ha persino un ministero delle finanze: nel marzo 2025 l’M23 ha nominato un proprio “governatore” del Nord Kivu, Erasto Bahati, che seleziona i trafficanti graditi e amministra la tassazione nei siti minerari.
Dal confine in poi, la catena si fa rispettabile. Cinque dei sette maggiori esportatori ruandesi — che insieme coprono l’85% del coltan in uscita dal paese — comprano minerale di conflitto congolese, secondo le testimonianze raccolte.

Da lì il carico passa a intermediari, poi a fonderie in Cina e Kazakistan, dove il coltan diventa tantalio e perde ogni odore di polvere da sparo; e da lì, conclude l’inchiesta, è “probabile” che sia finito nei prodotti di Amazon, Sony, Ericsson, Microsoft, Nvidia, Toyota, Vodafone. Il punto non è soltanto il nome dei marchi: è il fallimento del sistema che doveva impedirlo.
Tutti gli esportatori per cui Global Witness ha trovato prove di acquisto di coltan di conflitto erano membri di ITSCI, il principale schema di tracciabilità del settore; e la quota di tantalite sull’export “etichettato” ITSCI è salita dal 21% del 2020 al 31% del 2024, un’impennata che senza il contrabbando da Rubaya non si spiega. Il bollino non ferma il minerale insanguinato: lo veste.
Le risposte delle aziende, raccolte dal Guardian, completano il quadro di una deresponsabilizzazione circolare — chi rimanda agli audit delle fonderie, chi alla conformità degli schemi di settore, fino a Vodafone che dichiara, alla lettera, di “non utilizzare minerali”. Ogni anello certifica se stesso citando un sistema che l’inchiesta dimostra cieco.
Poi c’è Bruxelles, e qui la vicenda smette di essere africana. Dal 2024 l’Unione europea ha un partenariato sulle materie prime critiche proprio con il Ruanda. Global Witness chiede ora esplicitamente di rescinderlo e di congelare l’assistenza allo sviluppo finché Kigali non ritira le truppe dal Congo; e ricorda che il Lussemburgo — sede di Traxys, il trader europeo che secondo una precedente inchiesta acquistava coltan ruandese riconducibile a Rubaya — avrebbe in passato bloccato le sanzioni.
Se vale la qualifica giuridica formulata da Human Rights Watch, l’Europa ha un accordo sulle materie prime con una potenza occupante, per minerali estratti nel territorio occupato e tassati alla frontiera dall’occupante. La transizione verde europea ha una clausola congolese che nessuno legge ad alta voce.
Il costo umano, intanto, non aspetta le verifiche di filiera. A febbraio una frana in una delle miniere di Rubaya ha ucciso più di duecento persone — la quarta frana mortale in diciotto mesi — tra minatori che riferiscono pressioni a estrarre il più possibile, senza sicurezza, e bambini nei pozzi.
Ieri scrivevamo che in Kivu, quando si è estratto tutto, restano i corpi. Era una formula per difetto: i corpi e i minerali sono la stessa filiera. Passano per la stessa città, pagano allo stesso sportello, e una delle due merci arriva fin dentro le nostre tasche.



