Il cibo che ammala non è distribuito in modo democratico. Secondo le nuove stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2021 gli alimenti contaminati hanno causato nel mondo circa 866 milioni di malattie e 1,52 milioni di decessi.
Significa che quasi una persona su nove, ogni anno, si ammala dopo aver mangiato cibo contaminato. Numeri enormi, che trasformano la sicurezza alimentare da questione tecnica a grande problema di salute pubblica globale.
Ma dietro la cifra complessiva c’è una frattura sociale precisa. A pagare il prezzo più alto sono i bambini sotto i cinque anni, le comunità più povere e le aree del mondo dove acqua sicura, servizi igienici, controlli alimentari e accesso alle cure restano diritti incompleti. Il cibo contaminato, in altre parole, non è solo un rischio sanitario: è uno degli specchi più brutali della disuguaglianza.
Secondo l’Oms, i bambini sotto i cinque anni hanno un rischio di ammalarsi quasi tre volte superiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti. Pur rappresentando circa il 9% della popolazione mondiale, sopportano il 29% del carico sanitario legato alle malattie di origine alimentare.
Nel 2021, in questa fascia d’età, i decessi attribuiti al cibo contaminato sono stati circa 143 mila. Per loro, una diarrea provocata da batteri, virus o parassiti può diventare rapidamente una minaccia mortale, soprattutto dove mancano cure tempestive, acqua pulita e condizioni igieniche adeguate.
Le nuove stime ampliano il quadro rispetto alle valutazioni precedenti. L’analisi prende in esame 42 principali pericoli alimentari in 194 Paesi, nel periodo 2000-2021: batteri, virus, parassiti e sostanze chimiche. È la ricostruzione più ampia finora prodotta dall’Oms sul peso globale delle malattie di origine alimentare.
Non si tratta quindi soltanto di infezioni acute. Nel conto entrano anche esposizioni più lente e silenziose, come quelle ad arsenico inorganico, piombo, cadmio e metilmercurio.
La maggior parte delle malattie è provocata da rischi biologici. Nel 2021 batteri, virus e parassiti sono stati responsabili di circa 860 milioni di casi. Ma il dato cambia se si guarda ai morti: le sostanze chimiche hanno causato una quota sproporzionata dei decessi, pari al 73% del totale.
Tra queste, l’arsenico inorganico pesa per il 42% dei decessi legati a contaminanti chimici e il piombo per il 31%, soprattutto perché l’esposizione prolungata aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e tumori.
È uno degli aspetti più rilevanti del rapporto. Le malattie di origine alimentare non producono solo febbre, vomito o diarrea. Possono contribuire a tumori, malattie cardiovascolari, danni neurologici e problemi permanenti nello sviluppo dei bambini.
L’esposizione a metalli pesanti attraverso il cibo può colpire il cervello in formazione e lasciare conseguenze che accompagnano una persona per tutta la vita.

Il peso maggiore resta concentrato nei Paesi a basso e medio reddito. Africa e Sud-Est asiatico, insieme, rappresentano quasi tre quarti di tutte le malattie di origine alimentare e circa il 60% dei decessi globali.
Il tema della sicurezza alimentare diventa quindi inseparabile da quello della povertà: dove mancano infrastrutture, controlli pubblici, servizi sanitari, depurazione dell’acqua e regole ambientali efficaci, il rischio entra direttamente nel piatto.
L’Oms sottolinea che il peso complessivo delle malattie di origine alimentare è diminuito rispetto al 2000. Ma la riduzione non ha cancellato le disuguaglianze. Al contrario, il rapporto mostra che bambini e comunità povere continuano a sopportare la quota più alta del danno.
La contaminazione degli alimenti segue spesso le stesse linee della marginalità: povertà, carenza d’acqua, abitazioni precarie, filiere poco controllate, lavoro informale, sistemi sanitari fragili.
C’è poi il costo economico. Le malattie di origine alimentare causano ogni anno circa 310 miliardi di dollari di perdite in produttività e spese mediche. Se il dato viene corretto tenendo conto delle differenze nel costo della vita tra i Paesi, la stima sale a 647 miliardi di dollari.
Anche qui il meccanismo è circolare: chi è povero ha più probabilità di esporsi ad alimenti contaminati, meno strumenti per curarsi e maggiori conseguenze economiche quando si ammala.
Per questo ridurre il problema non significa limitarsi a raccomandare ai cittadini di lavare meglio frutta e verdura. La responsabilità individuale conta, ma non basta. Servono acqua sicura, servizi igienico-sanitari, pastorizzazione, controlli lungo la filiera, pratiche agricole più sicure, norme ambientali più severe e sistemi sanitari capaci di intercettare rapidamente le infezioni.
Il messaggio dell’Oms è chiaro: la sicurezza alimentare deve essere affrontata con un approccio “One Health”, capace di tenere insieme salute umana, salute animale, ambiente, agricoltura e produzione industriale.
La contaminazione del cibo non nasce solo in cucina. Può cominciare nei campi, negli allevamenti, nelle acque inquinate, nei trasporti, negli stabilimenti di trasformazione o nella mancanza di controlli.
Il problema più grave non è soltanto che il cibo contaminato causa 1,5 milioni di morti l’anno. Molte di queste morti sarebbero evitabili e questo rende ancora più insopportabile il dato. Non con soluzioni miracolose, ma con politiche pubbliche già note: prevenzione, sorveglianza, investimenti, regole e accesso universale a condizioni minime di sicurezza.
Ogni pasto è un gesto quotidiano. Ma per milioni di persone, soprattutto bambini poveri, può diventare un rischio. La sicurezza alimentare non è un lusso dei Paesi ricchi né una questione da lasciare ai tecnici. È welfare, salute pubblica, giustizia sociale. E quando manca, a morire per primi sono sempre gli stessi.



