Farmaci, perché la guerra fa salire i prezzi in Italia

I numeri del settore, presi da soli, raccontano un’industria forte. Nel 2025 l’export farmaceutico italiano ha superato i 69 miliardi di euro, la produzione ha toccato i 74 miliardi, gli occupati sono saliti a 72.200 e gli investimenti hanno superato i 4 miliardi.

Sulla carta, un comparto in salute. Eppure, dietro questi risultati, cresce una preoccupazione che non riguarda solo le imprese, ma anche chi i farmaci li compra ogni giorno in farmacia: perché guerre e tensioni geopolitiche a migliaia di chilometri di distanza finiscono per incidere anche sul costo di medicinali prodotti o confezionati in Italia e in Europa.

Il punto da chiarire è proprio questo: non è necessario che un farmaco arrivi da un Paese in guerra perché il conflitto ne faccia salire i costi. Basta che la guerra colpisca alcuni nodi strategici della filiera globale.

È quello che sta succedendo con l’Iran e con l’area del Golfo, dopo che negli ultimi anni il settore aveva già assorbito gli effetti della guerra in Ucraina e della crisi del Mar Rosso. Il risultato è un nuovo shock che investe insieme energia, trasporti, assicurazioni e materie prime.

Il primo canale è l’energia. Dallo Stretto di Hormuz passa circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Quando quell’area entra in tensione, salgono i prezzi del greggio e del gas, e con loro i costi dell’energia in Europa.

Questo conta anche per la farmaceutica, perché produrre medicinali richiede grandi quantità di energia: dalla sintesi chimica alla sterilizzazione, dalle camere a temperatura controllata fino alla liofilizzazione e al confezionamento.

Anche se uno stabilimento è in Italia, il suo costo industriale aumenta quando aumentano elettricità e combustibili.

C’è poi il capitolo packaging, spesso ignorato ma decisivo. Un farmaco non è fatto solo di principio attivo: servono blister, flaconi, tappi, siringhe, film protettivi, involucri, gomma tecnica, alluminio, vetro speciale e molte plastiche ad alte prestazioni. Gran parte di questi materiali deriva dalla petrolchimica.

L’EFPIA, la federazione europea dell’industria farmaceutica, ricorda che polimeri e plastiche sono componenti critici del confezionamento dei medicinali. Se una guerra colpisce i grandi snodi dell’energia e della chimica di base, non aumentano solo i carburanti: aumentano anche i costi di ciò che serve per confezionare il farmaco prima ancora che arrivi in farmacia.

Il terzo anello è la logistica. Anche un farmaco prodotto in Europa raramente nasce da una filiera interamente europea. Principi attivi, intermedi chimici, eccipienti, solventi e materiali di confezionamento arrivano spesso da mercati globali.

“HMS SOUTHAMPTON D90” by TimWebb is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

L’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, ha documentato che già la crisi del Mar Rosso aveva fatto impennare i costi del trasporto marittimo, con noli container molto più alti dei livelli precedenti e un indice medio nel 2024 superiore del 149% rispetto al 2023.

Se a quella tensione si aggiunge l’instabilità nel Golfo, la catena si complica ancora: rotte più lunghe, tempi più incerti e costi più elevati per far arrivare in Europa tutto ciò che serve a produrre il medicinale.

A rincarare ulteriormente il quadro ci sono le assicurazioni marittime. I premi “war risk” per le navi in transito nell’area del conflitto sono aumentati bruscamente, in alcuni casi moltiplicandosi nel giro di pochi giorni.

Questo extracosto si trasferisce sui trasporti e quindi sul prezzo di tutto ciò che viene movimentato via mare, compresi ingredienti farmaceutici e materiali industriali. Il meccanismo è semplice: anche se la compressa viene prodotta in Italia, una parte della sua catena del valore continua a viaggiare su rotte globali oggi più care e più rischiose.

Il problema diventa ancora più serio se si guarda alla dipendenza europea dall’Asia. La Commissione europea, attraverso la Critical Medicines Alliance, ha rilevato che la produzione di molti principi attivi e ingredienti farmaceutici si è concentrata soprattutto in Cina e India, anche perché i costi in quei mercati sono molto più bassi rispetto all’Europa.

È una vulnerabilità strutturale: se si alzano insieme noli, energia, assicurazioni e tensioni geopolitiche, l’industria europea si scopre esposta proprio perché dipende da filiere lunghe e da fornitori esterni per una parte cruciale dei propri input.

Questo spiega anche perché il problema non si veda sempre subito sullo scontrino del cittadino. In Italia molti medicinali rimborsati dal Servizio sanitario nazionale hanno prezzi amministrati o negoziati con AIFA, quindi gli aumenti dei costi industriali non si trasferiscono automaticamente e immediatamente sul prezzo finale.

In una prima fase, spesso pesano sui margini delle aziende e sulla sostenibilità della produzione. Il rischio, quindi, non è solo quello di farmaci più cari, ma anche quello di minore convenienza a produrre alcune molecole, tensioni sulla disponibilità e possibilità di future carenze.

È così che la guerra lontana diventa un problema domestico. Non perché il medicinale italiano sia “iraniano”, ma perché la filiera che lo rende possibile è globale. Se si inceppa uno snodo fondamentale come il Golfo, aumentano i costi dell’energia che alimenta gli impianti, della petrolchimica che produce il packaging, del trasporto che porta principi attivi e componenti, e delle assicurazioni che coprono quelle spedizioni.

Il risultato finale è che anche il farmaco prodotto in Europa diventa più costoso da realizzare. E in un settore dove molti prezzi sono rigidi o regolati, ogni shock si scarica prima sulla sostenibilità industriale e poi, nel tempo, sulla tenuta dell’intero sistema.

“pills” by FabioHofnik is licensed under CC BY-ND 2.0.