Dazi Usa sui farmaci italiani: un colpo da 7 miliardi di euro

I dazi statunitensi sui farmaci importati, annunciati da Donald Trump come imminenti e “probabilmente in vigore dal primo agosto”, non sono solo una manovra elettorale. Sono un attacco diretto alla filiera globale del farmaco che rischia di colpire duramente l’Italia e di mettere sotto pressione la sanità americana.

A lanciare l’allarme sono economisti, industrie farmaceutiche e analisti della salute pubblica: se davvero Washington imporrà tariffe fino al 200% sull’import di medicinali, come promesso dal candidato repubblicano, gli effetti immediati si riverseranno sugli ospedali e sui pazienti statunitensi, in particolare per farmaci generici e trattamenti specialistici oggi largamente forniti dall’Europa. L’Italia, secondo paese esportatore verso gli USA dopo la Germania, sarebbe tra le prime vittime commerciali.

Nel 2024, l’Italia ha esportato verso gli Stati Uniti farmaci per un valore di circa 11,6 miliardi di dollari, con una crescita netta di oltre 4,4 miliardi di euro nei primi nove mesi rispetto all’anno precedente. Questi numeri pongono l’Italia come snodo chiave per l’approvvigionamento di medicinali essenziali nel mercato americano. In caso di applicazione piena dei dazi proposti, secondo le stime di Farmindustria e centri di analisi come ExportPlanning, il danno potenziale per il comparto italiano sarebbe superiore a 5–7 miliardi di euro.

A essere colpiti non sarebbero solo i farmaci da banco o generici a basso costo. L’Italia esporta anche biosimilari, farmaci oncologici, trattamenti orfani e prodotti plasmaderivati. Aziende come Kedrion, Chiesi, Menarini, Leadiant o Recordati forniscono agli Stati Uniti terapie vitali per migliaia di pazienti affetti da patologie rare o croniche. Alcuni prodotti italiani sono utilizzati da anni nel sistema sanitario americano per la loro efficacia e convenienza: un taglio netto alle importazioni causerebbe carenze e un aumento generalizzato dei prezzi per i cittadini statunitensi.

“Pills” by Daniel Y. Go is licensed under CC BY-NC 2.0.

Non si tratta quindi solo di una questione industriale o commerciale. L’imposizione di dazi in questo settore, come già evidenziato da osservatori come EFPIA, ha effetti sistemici: aumenta i costi per le strutture sanitarie pubbliche e private, complica l’accesso a farmaci salvavita, rallenta le forniture ospedaliere. Già ora molte aziende stanno accelerando le spedizioni via aerea per aggirare eventuali blocchi, ma il margine d’azione è limitato e costoso.

In risposta, l’Europa comincia a reagire. Un gruppo di eurodeputati del Partito Democratico Europeo ha chiesto a Ursula von der Leyen una contromisura immediata, con il lancio dello strumento anti-coercizione dell’UE e l’introduzione di dazi di ritorsione su prodotti strategici statunitensi. “Non possiamo permettere che i nostri imprenditori diventino merce di scambio in una manovra elettorale americana”, si legge nell’appello, firmato da Sandro Gozi e altri parlamentari. L’obiettivo è chiaro: evitare un’escalation doganale che comprometterebbe un settore chiave per l’economia europea e la salute globale.

Mentre Trump trasforma la politica commerciale in strumento di pressione interna, l’industria farmaceutica italiana rischia un colpo devastante proprio nel momento in cui è riconosciuta a livello globale per eccellenza tecnologica, capacità di innovazione e affidabilità produttiva. E il sistema sanitario americano, già fragile e costoso, potrebbe ritrovarsi a corto di medicinali essenziali.

In gioco non c’è solo il commercio: c’è la salute di milioni di persone e la tenuta di un sistema interdipendente che, se spezzato per ragioni politiche, potrebbe rivelarsi difficile da ricostruire.

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