Italia più longeva d’Europa, ma cresce il peso sul privato

L’Italia è tornata a segnare un primato europeo che suona bene nei titoli: nel 2024 la speranza di vita ha toccato 84,1 anni, il livello più alto nell’Unione. Il dato arriva nel nuovo Synthesis Report 2025 – State of Health in the EU e, da solo, racconta una parte della storia: esiti complessivamente solidi, mortalità evitabile sotto media, ricoveri per cronicità tra i più bassi. Il problema è l’altra parte della stessa fotografia: il sistema che produce questi esiti è sotto pressione e scarica sempre più costi e tempi su territori e famiglie.

La pressione si vede nei numeri “freddi” che contano più delle dichiarazioni. La spesa sanitaria pro capite italiana resta circa il 19% sotto la media UE, con una quota relativamente alta finanziata direttamente dai cittadini. Non è un dettaglio contabile: significa che, quando la copertura pubblica è più debole su ambulatoriale e soprattutto su odontoiatria, l’accesso diventa selettivo.

E infatti il report segnala che, mentre i tempi per alcune chirurgie elettive risultano relativamente contenuti, il collo di bottiglia vero è altrove: diagnostica e visite specialistiche, dove le attese e la difficoltà di prenotazione si traducono in rinunce e cure rimandate.

Il nodo strutturale è il personale, e qui la contraddizione è ancora più netta. L’Italia ha molti medici: 5,4 per 1.000 abitanti, circa un quarto sopra la media UE. Ma il report mette a fuoco lo squilibrio che da anni si finge di non vedere: gli infermieri sono pochi, 6,9 per 1.000, oltre il 20% sotto la media europea. Il risultato è prevedibile: reparti che lavorano sotto organico, turni saturi, margini di sicurezza ridotti. E soprattutto una medicina di prossimità che non riesce a fare da argine.

La medicina generale viene descritta “in forte strain”: oltre metà dei medici di base supera il massimale di 1.500 assistiti. È qui che il Ssn perde la sua funzione più importante, quella di filtro e continuità: se la porta d’ingresso è congestionata, la domanda si sposta dove può, non dove dovrebbe. Pronto soccorso, prestazioni private, rinunce. Non è un “difetto organizzativo”, è una conseguenza sistemica.

Sul fronte dei comportamenti a rischio, il report aggiunge un elemento che stona con la narrativa della “salute italiana”: nel 2021 i fattori di rischio comportamentali risultano collegati a quasi un decesso su quattro. La dieta è indicata come principale contributore, mentre tra gli adolescenti emergono segnali di fragilità: l’attività fisica è la più bassa dell’UE e i livelli di obesità sono descritti come elevati. La longevità, insomma, non cancella la cronicità: la sposta in avanti, e la rende più costosa da gestire.

Quando si parla di prevenzione, poi, l’Europa in generale mostra un vizio che l’Italia conosce bene: l’investimento resta marginale. Nel 2023 la spesa per prevenzione nell’UE si attesta intorno al 4% della spesa sanitaria, e scende rispetto all’anno precedente per la fine delle componenti straordinarie legate al Covid. Tradotto: finita l’eccezione, torna la regola. E la regola è che si paga molto la cura e poco ciò che evita la cura.

Il capitolo “assistenza di lungo termine” chiude il cerchio, perché è il punto in cui la retorica del welfare incontra la vita quotidiana. Pur avendo uno dei profili demografici più anziani, l’Italia destina solo il 10% della spesa sanitaria al lungo termine. È la conferma di un modello che si regge su una delega implicita: la non autosufficienza è un problema privato, gestito con famiglia e trasferimenti, più che con servizi strutturati. E quando la famiglia non regge, il sistema scopre di non avere una rete alternativa pronta.

Anche sulla politica del farmaco, il report descrive una sanità che si difende con strumenti tecnici perché non ha margini strutturali: i medicinali al dettaglio pesano il 17% della spesa sanitaria (quattro punti sopra media UE), mentre il mercato è dominato dagli acquisti ospedalieri, che valgono circa tre quarti della spesa farmaceutica totale. Il controllo dei prezzi e i meccanismi di payback diventano così un modo di “rientrare” dopo, non di costruire sostenibilità prima.

In sintesi: il rapporto non parla di un sistema al collasso. Parla di un sistema che, nonostante buoni risultati, funziona comprimendo accesso, spostando costi e consumando lavoro sanitario. L’Italia può vantare 84,1 anni di vita attesa. Il punto è quanti di quegli anni restano davvero vivibili e quanto, per ottenerli, continuiamo a chiedere a famiglie e operatori di fare da infrastruttura al posto dello Stato.