Donald Trump non ha capito l’Iran. Soprattutto lo staff di incompetenti fanatici da cui è circondato. Non hanno capito la guerra che stavano aprendo. Venduta come breve, chirurgica, risolutiva, coerente con l’interesse nazionale americano.
A poco più di un mese dall’inizio del conflitto, gli Stati Uniti hanno già colpito oltre 11.000 obiettivi, hanno rafforzato la presenza militare nella regione, contano 13 morti e più di 300 feriti, mentre la benzina negli Stati Uniti ha superato i 4 dollari al gallone e il greggio è balzato oltre i 100 dollari. L’Iran non solo non accenna ad arrendersi ma non mostra alcun segno di cedimento. Al netto delle vittime civili.
Il primo errore è stato credere nella guerra breve. Trump e i suoi hanno raccontato l’operazione come una campagna da poche settimane, capace di piegare Teheran senza trascinare Washington in un nuovo conflitto esteso. Ma quando, dopo trenta giorni, si discute già di ulteriori dispiegamenti, di operazioni più invasive e persino di opzioni dentro il territorio iraniano, significa che la promessa iniziale è già evaporata.
La guerra lampo è finita prima ancora di cominciare davvero. Al suo posto è comparso il meccanismo più tipico dei fallimenti americani: gli obiettivi slittano, i mezzi si allargano, l’uscita si allontana.
Il secondo errore è stato confondere superiorità militare e vittoria politica. Gli Stati Uniti possono colpire anche più duramente l’Iran, ma questo non significa che sappiano già imporre l’esito del conflitto. Il dato decisivo non è il numero dei bersagli distrutti.
È il fatto che, nonostante settimane di attacchi, l’Iran continui a imporre costi strategici, a mantenere capacità di risposta e a costringere Washington a ridefinire continuamente il significato della propria offensiva. Bombardare non è vincere. E gli Usa infatti non stanno vincendo.
Il terzo errore è stato pensare di riaprire in fretta Hormuz. Uno dei presupposti centrali della guerra era che gli Stati Uniti avrebbero ristabilito rapidamente la sicurezza della rotta da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.
E invece la Casa Bianca ha già preso in considerazione la possibilità di chiudere il conflitto senza ottenere la piena riapertura immediata dello stretto. Questo dettaglio dice tutto: uno degli obiettivi strategici originari è già stato ridimensionato. Se inizi una guerra anche in nome della libertà di navigazione e poi sei pronto a terminarla senza averla ristabilita, significa che la realtà ha già smentito il disegno iniziale.
Il quarto errore è stato chiamare deterrenza ciò che è soltanto escalation. La deterrenza esiste quando il nemico smette di poterti colpire o di ricattarti. Qui è successo il contrario. L’Iran ha continuato a usare il nodo energetico e il traffico marittimo come leva, facendo schizzare petrolio e benzina e dimostrando di poter ancora alterare pesantemente il quadro economico globale.
Una superpotenza che infligge danni enormi ma non riesce a sottrarre all’avversario la capacità di farle pagare un prezzo non ha ristabilito deterrenza: ha soltanto aperto una spirale.
Il quinto errore è stato immaginare un negoziato rapido da una posizione di forza. Trump continua a oscillare tra minacce assolute e vaghe aperture diplomatiche, come se bastasse bombardare per rendere più ragionevole l’interlocutore. Ma questa altalena rivela soprattutto confusione.
Una guerra non produce automaticamente un negoziato favorevole solo perché chi la scatena lo desidera. Se il messaggio politico passa in poche ore dalla devastazione promessa alla trattativa possibile, non c’è strategia: c’è improvvisazione. E in politica estera l’improvvisazione costa sangue, tempo e credibilità.
Il sesto errore è stato trattare l’Iran come un regime friabile. Trump ha ragionato come se bastasse decapitare leadership, colpire infrastrutture e moltiplicare la pressione per produrre il cedimento del sistema. Era una semplificazione grossolana.
L’Iran sta mostrando esattamente ciò che molti avrebbero dovuto prevedere: capacità di assorbimento, di riorganizzazione e di ricompattamento interno sotto attacco. È il limite classico dell’analfabetismo imperiale: si immagina che il nemico sia più fragile di quanto sia davvero e si scopre troppo tardi che può perdere molto senza per questo crollare.

Il settimo errore è stato far finta che gli interessi di Washington e quelli di Israele coincidano perfettamente. Questa guerra è combattuta in tandem con Israele, ma non per questo serve in modo uguale i due alleati. Per Israele, colpire strutturalmente l’Iran significa indebolire il centro politico, militare e simbolico del fronte che ne minaccia la sicurezza. È un obiettivo strategico diretto, durevole, quasi esistenziale.
Per gli Stati Uniti, invece, una guerra lunga con l’Iran significa soprattutto altra esposizione militare, shock energetico, logoramento fiscale, instabilità regionale e rischio di impantanamento. In altre parole: ciò che per Gerusalemme può apparire come investimento strategico, per Washington rischia di diventare soprattutto consumo di potenza. E il fatto stesso che si discuta di far pagare parte del costo della guerra agli alleati arabi dimostra che il nodo dei costi americani è già esploso.
L’ottavo errore è stato credere che la guerra restasse fuori dai confini americani. Invece è già rientrata negli Stati Uniti sotto le forme più tossiche possibili: benzina più cara, energia più costosa, famiglie sotto pressione, nuova spesa pubblica militare, rischio elettorale.
Oltre metà degli americani dichiara stress finanziario per l’aumento dei carburanti. È il rovescio perfetto della promessa trumpiana: il presidente che doveva proteggere l’americano medio dalle avventure estere si ritrova a chiedergli di pagarne il conto alla pompa di benzina e, presto, anche nel bilancio federale.
Dunque: a chi e a che cosa serve questa guerra? Serve davvero agli Stati Uniti, se non sta offrendo una vittoria rapida, se non sta rimettendo in sicurezza Hormuz, se non sta abbassando il costo strategico di Washington e se continua ad allargare l’esposizione americana?
Oppure serve soprattutto a una logica diversa, quella dell’indebolimento strutturale dell’Iran che per Israele è una priorità geopolitica più lineare e più leggibile di quanto non sia per l’America?
Le conseguenze interne, infatti, stanno diventando il vero detonatore politico del conflitto. Trump ha costruito la propria identità contro le guerre infinite, contro l’America trasformata in gendarme del mondo, contro il contribuente americano spremuto per conflitti lontani e ambigui. Se l’Iran si trasforma in una guerra lunga, costosa, opaca e con obiettivi mobili, allora Trump non subisce solo un danno di consenso.
Trump sta subendo una smentita della propria mitologia politica. Il leader che doveva chiudere l’epoca delle guerre infinite ha soltanto aggravato la situazione. L’uomo dell’“America First” rischia di diventare quello che ha chiesto agli americani di pagare per una guerra che non appare nemmeno pienamente americana nei suoi fini strategici.
Questo è il punto in cui il conflitto comincia a minare anche il mondo MAGA. Una parte di quell’elettorato può accettare un colpo rapido, vendicativo, spettacolare. Molto più difficile è far digerire una guerra che si allunga, che costa, che alza il prezzo della benzina e che assomiglia sempre di più proprio a ciò che Trump aveva promesso di non fare mai.
Se il trumpismo nasce come nazionalismo anti-interventista e populismo della protezione interna, allora una guerra del Golfo senza uscita chiara non è soltanto un errore strategico: è una contraddizione identitaria. Ed è lì che cominciano le crepe più pericolose.
Sottovalutazione del nemico. Sopravvalutazione della coercizione. Obiettivi mobili. Costi crescenti. Vittoria annunciata e sempre rinviata. Non è necessario che questa guerra diventi una copia del Vietnam per dire che ne sta già assumendo la logica politica più tossica: quella di un potere che entra convinto di dominare e scopre troppo tardi che la realtà della guerra è più resistente della sua propaganda.
Trump non ha sbagliato un dettaglio. Ha sbagliato tutte le premesse con cui ha dichiarato la guerra: che sarebbe stata breve, che sarebbe stata chiaramente risolutiva, che avrebbe ristabilito deterrenza e sicurezza energetica, che avrebbe aperto una trattativa utile, che gli interessi americani e quelli israeliani coincidessero senza attrito, che il costo politico interno fosse marginale.
Da qui in avanti, ogni settimana di guerra renderà il problema più difficile e la soluzione più costosa. Se Trump alzerà ancora il livello dello scontro, aumenteranno i rischi di impantanamento e di shock economico. Se invece proverà a chiudere in fretta senza risultati chiari, apparirà come il presidente che ha aperto una guerra inutile e non è stato capace di vincerla. È questa la trappola che si è costruito da solo: andare avanti peggiora il conto, fermarsi senza esito ne certifica il fallimento.



