Nel 2024 l’Unione Europea ha raggiunto un avanzo commerciale record nella vendita di farmaci e prodotti farmaceutici: 193,6 miliardi di euro. Le esportazioni hanno toccato quota 313,4 miliardi di euro, con una crescita del 13,5% rispetto al 2023. Un’economia della salute in piena espansione, guidata da giganti come Germania, Irlanda, Belgio e – in terza posizione – l’Italia, con un export farmaceutico da 53,8 miliardi di euro, pari a oltre il 90% della sua produzione.
La destinazione principale? Gli Stati Uniti: quasi 120 miliardi di euro, pari al 38,2% di tutto l’export extra-UE. Seguono la Svizzera (16,4%) e il Regno Unito (5,8%).
E i Paesi poveri? Fanalino di coda
I dati Eurostat e TrendEconomy dicono una cosa chiara: l’export farmaceutico UE verso i Paesi a basso reddito è trascurabile.
Ecco qualche cifra del 2024:
Afghanistan: 3,1 milioni $
Bangladesh: 13,8 milioni $
Nigeria: 17,5 milioni $
Pakistan: 14,2 milioni $
Angola: 4,5 milioni $
Per dare un termine di paragone: verso gli USA sono andati quasi 120 miliardi. Cioè, gli USA da soli ricevono circa 7.000 volte più farmaci dell’intera Nigeria.
Non è un problema di capacità. È un problema di priorità.
L’Europa produce farmaci più di quanto ne consuma. La crescita dell’export non nasce da carenza interna, ma da una scelta industriale: vendere dove c’è chi può pagare di più.
E il paradosso è che la stessa UE finanzia programmi sanitari globali, campagne vaccinali, piani di cooperazione, ma il suo sistema commerciale farmaceutico funziona come un mercato puro: offerta verso chi può permettersela, indifferenza per chi non può.

Chi guadagna, chi decide, chi resta fuori
I farmaci sono brevettati e i prezzi sono imposti da multinazionali europee e statunitensi.
I Paesi a basso reddito spesso non hanno accesso nemmeno alle versioni generiche, per vincoli commerciali.
I programmi di donazione o accesso agevolato (es. COVAX) sono gestiti come eccezioni, non come parte del flusso strutturale del commercio.
L’esito è semplice: il diritto alla salute diventa funzione del PIL.
L’Europa potenza farmaceutica, ma non guida etica
Nessuno chiede di regalare farmaci. Ma un continente che produce il 25% dei farmaci mondiali potrebbe permettersi di:
destinare una quota dell’export a prezzi calmierati per i Paesi a basso reddito,
sostenere con forza il trasferimento tecnologico per la produzione locale,
smettere di opporsi alla sospensione dei brevetti in casi di emergenza globale.
Non lo fa. Perché non conviene. Perché il mercato vale più della coerenza con i propri valori dichiarati.
Non è una questione morale. È geopolitica.
Nel Sud globale crescono potenze come India e Cina, che già forniscono farmaci low cost a decine di Paesi africani. L’Europa sta perdendo non solo la faccia, ma anche influenza.
La sua capacità di essere “potenza civile” passa anche da qui: dal non trattare la salute globale come un lusso per pochi.
Non solo interessi, è una scelta
Che l’Europa esporti farmaci solo dove conviene non è una sorpresa. Ma oggi, con il disimpegno progressivo degli Stati Uniti dagli aiuti globali alla salute, c’è uno spazio nuovo: quello di chi sceglie di esserci dove gli altri si tirano indietro.
L’UE ha capacità industriale, risorse, diplomazia. Potrebbe diventare un punto di riferimento concreto per l’accesso ai farmaci nei Paesi a basso reddito, non per carità, ma per visione strategica.
Un modo per essere partner credibile e solido, in un mondo che guarda sempre meno all’Europa come punto di riferimento.



