L’Iran che attraversa il confine per cibo e internet

A Haji Omeran, verso il Kurdistan iracheno, la guerra mostra il suo volto reale: donne che cercano una Sim, sacchetti di spesa riportati a casa, operai che lasciano mogli e figli per un mese di salario. Gli ayatollah stringono la repressione, gli Stati Uniti chiedono navi agli alleati e non ottengono un sì pieno

A Haji Omeran, sul confine tra Iran e Kurdistan iracheno, domenica sono passate decine di persone appena il valico ha riaperto. Non passavano per turismo, né per affari. Passavano per comprare groceries, per cercare internet, per chiamare i parenti, per tornare a lavorare dall’altra parte. Associated Press lo scrive in apertura e lo mostra nelle immagini: auto in coda, camion carichi di merci, uomini e donne a piedi sotto la pioggia. È questa la fotografia del weekend di guerra, più di molte dichiarazioni ufficiali.

Una donna curda arrivata da Piranshahr ha percorso quindici chilometri per una telefonata e due borse di spesa. Ha detto ai reporter: in gran parte dell’Iran non c’è internet da più di sedici giorni, i parenti non hanno notizie, molti comprano schede Sim irachene e si fermano vicino alla frontiera solo per riuscire a chiamare. Poi è andata al mercato accanto al valico e ha comprato riso e olio da cucina, che in Iran sono diventati proibitivi. Mezz’ora dopo è tornata indietro con due sacchetti di plastica: a casa l’aspettavano i figli.

Un’anziana donna partita da Sardasht è arrivata sola, vestita leggera sotto la pioggia, diretta a Choman, quaranta chilometri oltre il confine, per cercare parenti lontani e chiedere aiuto. Suo figlio, che viveva di piccolo contrabbando transfrontaliero, era stato ucciso quattordici mesi fa da soldati iraniani. Da allora la famiglia è rimasta senza reddito. Adesso, con i prezzi del cibo in aumento, quella donna è indietro di due mesi con l’affitto e deve sfamare tre bambini. Ha detto una frase che basta da sola a raccontare la guerra: “I am powerless, but the kids are hungry.”

Nello stesso valico tre operai iraniani stipati in un taxi tornavano ai loro cantieri nel Kurdistan iracheno dopo una visita alle famiglie. Hanno spiegato che resteranno via un mese per fare abbastanza soldi da reggere l’aumento del costo della vita in patria. Uno di loro lo ha detto senza retorica: i civili saranno gli unici a pagare, e loro hanno lasciato mogli e figli da soli soltanto per guadagnare qualcosa. Questa è la notizia del fine settimana. Non un nuovo slogan di guerra. Non una mappa con frecce rosse. Operai che emigrano a scadenza breve per tenere in piedi casa.

La guerra doveva anche “aiutare la popolazione iraniana”. Era questo, almeno, uno dei rivestimenti morali più usati per renderla presentabile: colpire il regime, indebolire il sistema degli ayatollah, alleggerire la vita di una società compressa da anni di repressione. Il weekend racconta il contrario.

Per adesso la guerra ha prodotto prezzi più alti, internet interrotto, lavoro spezzato, famiglie separate, spesa oltrefrontiera e paura di parlare con i giornalisti per timore dei servizi iraniani. Non è una lettura ideologica. È la scena materiale che Associated Press ha trovato sul confine.

Questo non assolve il regime di Teheran. Al contrario. Domenica Reuters ha riferito che le autorità iraniane hanno arrestato 500 persone accusate di aver passato informazioni ai nemici. Secondo il capo della polizia iraniana, circa la metà dei casi riguarda persone che avrebbero indicato bersagli o girato video dei luoghi colpiti.

In altre parole: mentre fuori si bombarda in nome della sicurezza e perfino della liberazione, dentro il regime fa ciò che i regimi fanno quando si sentono colpiti e vulnerabili: arresta, sospetta, stringe, intimidisce.

La guerra che doveva colpire gli ayatollah sta dunque mettendo in mezzo la popolazione e, nell’immediato, offre al potere clericale un motivo in più per chiudersi. Non c’è alcun bisogno di scegliere tra propaganda occidentale e propaganda iraniana. I fatti delle ultime ore dicono due cose insieme: gli ayatollah restano un potere repressivo e chi paga subito il prezzo della guerra sono i civili, non i vertici del sistema.

By Tasnim News Agency, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=185538777

Sul piano regionale il weekend ha chiarito un altro punto. Donald Trump ha chiesto ad altri paesi di mandare navi per riaprire lo Stretto di Hormuz. Reuters riferisce che sabato ha chiamato in causa Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Gran Bretagna e altri paesi dipendenti da quella rotta. Ma Associated Press segnala che da questa richiesta non sono arrivate promesse formali. Gli alleati comprendono il problema, però non corrono a intestarsi una guerra navale nel Golfo.

Questo conta perché Hormuz non è un dettaglio. Reuters ricorda che da lì passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale e che il passaggio è rimasto di fatto chiuso per gran parte del traffico dopo l’inizio della campagna di bombardamenti del 28 febbraio.

Sempre Reuters scrive che anche se i combattimenti rallentassero, la riapertura ordinata dei mercati energetici dipenderebbe comunque dalla cooperazione iraniana, o almeno dal fatto che Teheran smetta di colpire e minacciare la rotta. Non è Teheran a controllare tutto, ma senza Teheran non si riapre niente in modo credibile.

Il sistema energetico globale ha reagito di conseguenza. L’IEA ha messo sul tavolo 411,9 milioni di barili di riserve d’emergenza; Reuters dettaglia che 271,7 milioni arrivano da stock governativi, 116,6 da scorte obbligatorie dell’industria e 23,6 da altre fonti. Il Giappone, da parte sua, ha annunciato il rilascio di 80 milioni di barili a partire da lunedì.

Quando si aprono riserve di questa scala, la guerra non è più un episodio locale: entra nella benzina, nei trasporti, nei prezzi, nei bilanci familiari.

Intanto a Haji Omeran la guerra resta quella vista da vicino. Un autista di camion, diretto in Iran con merci, ha detto che la chiusura del valico aveva colpito tutti: poveri, ricchi, lavoratori. È una frase semplice, ma è più utile di molte analisi geopolitiche.

I confini non sono solo linee di sicurezza. Sono anche salari, pacchi di riso, schede telefoniche, visite, medicine, lavori giornalieri, appoggi familiari. Quando una guerra inceppa tutto questo, la sua verità non è la vittoria. È l’impoverimento.

Per questo il pezzo giusto oggi non è quello che finge di scoprire l’ennesima “svolta” militare. La svolta vera del weekend è già avvenuta e si vede benissimo: gli Stati Uniti chiedono navi agli alleati e non ottengono una corsa collettiva; il regime iraniano arresta e minaccia; i mercati si reggono aprendo le riserve; gli iraniani attraversano il confine per telefonare, comprare olio e tornare a lavorare. Questa è la guerra reale. Tutto il resto è cornice.

Chi ha venduto questa guerra come un modo per aiutare la popolazione iraniana dovrebbe guardare il valico di Haji Omeran. Ci troverebbe una donna che entra in Iraq per comprare riso e fare una telefonata, un’anziana che chiede aiuto perché i bambini hanno fame, operai che lasciano casa per un mese di salario e un regime che approfitta della guerra per serrare la presa. Non è un effetto collaterale. È il risultato visibile.

Totes Meer (Dead Sea) 1940-1 Paul Nash 1889-1946 Presented by the War Artists Advisory Committee 1946 (Image by wikipedia)