L’Iran sta demolendo l’illusione di una guerra facile

La guerra contro l’Iran era stata raccontata, soprattutto nei suoi primi giorni, come una campagna quasi già scritta: superiorità aerea israelo-americana, basi disseminate nel Golfo, difese multilivello, intelligence dominante, divario tecnologico troppo ampio perché Teheran potesse fare davvero male.

Poi sono arrivati i droni, i missili, i radar colpiti, le basi danneggiate, i feriti americani, le città del Golfo finite dentro il conflitto. E quella narrazione ha cominciato a scricchiolare.

L’equivoco da evitare è semplice: l’Iran non ha dimostrato di poter rovesciare il rapporto di forze con Stati Uniti e Israele. Ma ha dimostrato qualcosa di diverso e politicamente molto più importante: di poter allargare, complicare e rincarare la guerra molto più di quanto molti a Washington e nelle cancellerie alleate avessero messo in conto. È la differenza tra vincere una guerra e impedire che l’altro la combatta con leggerezza.

Il New York Times ha identificato almeno 17 siti e installazioni statunitensi danneggiati dagli attacchi iraniani, molti dei quali colpiti più di una volta dall’inizio della guerra. Tra questi figurano la base aerea di Ali Al Salem, Camp Buehring, Campo Arifjan e il porto di Shuaiba in Kuwait; il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein; la base di Prince Sultan in Arabia Saudita; Al Udeid in Qatar; Al Dhafra, il porto di Jebel Ali, Al Ruwais e Al Sader negli Emirati Arabi Uniti; Muwaffaq Salti in Giordania; l’aeroporto di Erbil in Iraq; e perfino siti radar come Umm Dahal in Qatar.

Non è il profilo di una rappresaglia simbolica: è la mappa di una guerra che ha colpito in profondità il dispositivo regionale americano, toccando basi, porti, sensori, comunicazioni e infrastrutture di difesa aerea.

Il primo elemento di questa sottovalutazione è geografico. La rappresaglia iraniana non si è limitata a Israele o alle acque prospicienti l’Iran. Ha portato la guerra nel cuore del dispositivo regionale americano, cioè in Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Iraq.

AFP, Associated Press e Reuters lo hanno detto con chiarezza fin dal 28 febbraio: i missili iraniani hanno portato la guerra “alla porta del Golfo”, alzando il prezzo politico del sostegno dei partner arabi a Washington e a Tel Aviv. Non è un dettaglio militare. È un fatto strategico: la guerra non è rimasta “contenuta”, ha cominciato a colpire proprio i territori su cui si regge l’architettura regionale americana.

Il secondo elemento è umano, e quindi più difficile da minimizzare. Reuters ha riferito che, a dieci giorni dall’inizio della guerra, le fonti americane parlavano di circa 150 militari statunitensi feriti, mentre il Pentagono ne ha riconosciuti circa 140, con 108 già rientrati in servizio e 8 feriti gravi ancora in cura.

Associated Press e altri resoconti del conflitto aggiungono che le vittime e i danni nei Paesi partner del Golfo hanno reso evidente che la deterrenza americana non ha impedito all’Iran di colpire in profondità. Quando il bilancio dei feriti supera di molto le cifre inizialmente rese pubbliche, la formula della guerra “chirurgica” comincia a sembrare meno una valutazione e più una consolazione.

Il terzo elemento, meno visibile ma forse ancora più serio, riguarda i sensori, i radar e le infrastrutture della difesa aerea. Il Wall Street Journal ha riferito che l’Iran sta colpendo proprio i radar che sostengono l’architettura della missile defense americana nel Golfo, con danni a sistemi in Qatar, Emirati e Giordania.

Foto Iron Dome radar CC BY-SA 2.0

Non basta questo a “bucare” da solo la superiorità americana, e gli stessi analisti ricordano che gli Stati Uniti dispongono di grande ridondanza tra radar terrestri, aerei e sistemi spaziali. Ma il punto non è che l’Iran abbia accecato Washington. Il punto è che ha mostrato che anche i nodi più costosi e sofisticati dell’apparato difensivo possono essere raggiunti e resi vulnerabili. In una guerra di attrito, questo conta eccome.

Ed è qui che entra il quarto elemento: il costo asimmetrico. Un drone o un missile relativamente economico che riesca a danneggiare un radome, un sensore, un’infrastruttura di comunicazione o un sistema radar da centinaia di milioni non cambia da solo il vincitore della guerra, ma cambia il conto.

Cambia il rapporto tra ciò che costa l’attacco e ciò che costa la difesa, tra il prezzo della riparazione e quello dell’intercettazione, tra la spesa necessaria a saturare e quella necessaria a ricostruire. Questo è il tipo di vantaggio che Teheran può ancora cercare: non la superiorità, ma il logoramento del calcolo altrui.

C’è poi un quinto aspetto, quasi rimosso dal racconto occidentale della guerra: la tenuta della volontà offensiva iraniana. È vero che il comandante del Centcom, l’ammiraglio Brad Cooper, ha detto che gli attacchi balistici iraniani sono diminuiti del 90% e quelli con droni dell’83% rispetto al primo giorno.

Ma proprio questo dato, letto bene, dice meno di quanto sembri. Dice che l’intensità iniziale si è abbassata; non dice che l’Iran sia stato neutralizzato. Associated Press e Reuters continuano infatti a registrare attacchi, allarmi, colpi contro infrastrutture civili e militari del Golfo e minacce al traffico commerciale ed energetico.

Più che una fiammata spenta, quella iraniana somiglia a una campagna di usura e disturbo, cioè esattamente al tipo di risposta che una potenza inferiore sceglie quando non può dominare il cielo ma può ancora sporcare il terreno.

Il problema politico, allora, non è stabilire se l’Iran sia “più forte del previsto” in senso assoluto. Il problema è che è stato più capace del previsto di produrre effetti strategici. Ha costretto gli alleati del Golfo a fare i conti con la guerra in casa propria. Ha imposto feriti, danni, costi, interruzioni e nervosismo politico in un sistema che si presentava come schermato.

Ha dimostrato che la deterrenza americana nel Golfo è potente, ma non impermeabile. E ha mostrato che una campagna nata per essere rapida, ordinata e controllata può diventare più larga, più costosa e più imprevedibile di quanto promettevano i suoi sostenitori.

Il punto, in fondo, è tutto qui. L’errore non è stato pensare che Stati Uniti e Israele siano militarmente superiori all’Iran. Lo sono. L’errore è stato credere che questa superiorità bastasse a rendere la guerra facile.

Non la sta rendendo impossibile. La sta rendendo più lunga, più cara, più nervosa e più esposta di quanto si fosse raccontato. E per una guerra presentata fin dall’inizio come dimostrazione di controllo, è già una smentita molto pesante.

Foto Zaxbysauce Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International