Millequarantasei domande. Cinque finanziate. Per ottenere i soldi del bando ACT 2026 di Fondazione Unipolis un’organizzazione del Terzo settore aveva, statisticamente, meno di una possibilità su duecento. Tasso di successo: 0,48 per cento. Non è più un bando, è una lotteria con allegati, budget, quadro logico, accordi di partenariato e mesi di lavoro.
Eppure non stiamo parlando di aspiranti startupper in cerca del capitale per lanciare una nuova app. Stiamo parlando di organizzazioni che si occupano di disabili, anziani, migranti, minori, povertà, salute, educazione, quartieri difficili. Di un pezzo del welfare italiano al quale abbiamo progressivamente affidato funzioni che lo Stato e gli enti locali da soli non riescono più a svolgere.
Quanto vale questo mondo? Secondo una ricerca di EY Foundation ed EY-Parthenon, quasi 25 miliardi di euro: almeno 12,7 miliardi riconducibili alla filantropia privata e circa 12 miliardi come valore economico del lavoro volontario. Una cifra paragonabile a una manovra finanziaria di medie dimensioni. E ancora probabilmente incompleta, perché una parte significativa delle donazioni sfugge alle rilevazioni disponibili.
L’Istat conta 368.367 istituzioni non profit attive e 949.200 dipendenti, dati riferiti al 2023, gli ultimi disponibili per il registro statistico. Quasi un milione di lavoratori, ai quali si aggiunge un esercito di volontari. Non è più da tempo un settore laterale dell’economia italiana. È una delle infrastrutture che tengono insieme il Paese.
E noi cosa facciamo? Lo mettiamo a compilare formulari. Nasce così quello che potremmo chiamare il progettificio del welfare. C’è un bisogno sociale, ma invece di finanziare stabilmente chi da dieci anni lavora su quel bisogno, si pubblica un bando. L’associazione cerca il bando, studia il bando, cerca i partner richiesti dal bando, inventa un progetto compatibile con il bando, scrive il progetto, costruisce gli indicatori, prepara il budget, compila il quadro logico, raccoglie firme e documenti. Poi aspetta. Quasi sempre perde. E ricomincia con il bando successivo.
Nel caso Unipolis 2026, 1.041 progetti su 1.046 non sono stati finanziati. Questo non significa naturalmente che fossero tutti ottimi. Significa però che centinaia di organizzazioni hanno investito tempo professionale per contendersi risorse che potevano raggiungerne soltanto cinque. Il costo di quel lavoro non compare nel budget del finanziatore: resta sulle spalle delle associazioni.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e ha fatto saltare il tavolo. Claudio Arestivo, che coordina un’organizzazione non profit a Palermo, lo ha raccontato su Avvenire con un’immagine efficace: fino a pochi anni fa preparare una candidatura poteva impegnare un’organizzazione per un mese; oggi l’IA permette di produrre in una settimana proposte formalmente molto più sofisticate, e nei giorni rimasti se ne possono preparare altre. Non significa che ChatGPT sappia gestire una comunità per minori o lavorare in un quartiere difficile. Significa esattamente il contrario: sa scrivere benissimo il documento con il quale bisogna dimostrare di saperlo fare.
Il sistema comincia a diventare surreale. Per anni abbiamo utilizzato la qualità della progettazione scritta come sostituto della qualità dell’organizzazione. Chi sapeva descrivere meglio obiettivi, impatti, indicatori, sostenibilità e replicabilità partiva avvantaggiato. Ora una macchina può sistemare il lessico, costruire una teoria del cambiamento, proporre KPI, rendere impeccabile un cronoprogramma, correggere il budget narrativo e trasformare in linguaggio da europrogettista anche un’idea mediocre.

Il formulario perfetto si è democratizzato. E quindi vale sempre meno. Non è necessariamente un male. Potrebbe essere il colpo definitivo a una finzione che durava da anni: quella secondo cui settanta pagine scritte bene consentano di capire chi saprà lavorare meglio con un ragazzo che ha lasciato la scuola, una donna vittima di violenza, un anziano solo o una famiglia che non riesce più a pagare l’affitto.
L’IA non ha inventato il problema. Lo ha semplicemente reso impossibile da ignorare. Dall’altra parte c’è un Terzo settore gigantesco ma frammentato. EY osserva che persino misurarne il valore è difficile: Istat, Runts, Agenzia delle Entrate, fondazioni bancarie e amministrazioni producono dati diversi, aggiornati in tempi differenti e non sempre confrontabili. La ricerca stima addirittura circa 5,2 miliardi di donazioni che non emergono dalle dichiarazioni fiscali e quindi sfuggono in larga misura alle statistiche tradizionali.
La risposta proposta è fare sistema: più dati, più trasparenza, organizzazioni capaci di aggregarsi, strutture meno minuscole e più solide. È ragionevole. Ma prima ancora bisognerebbe chiedersi perché migliaia di enti siano costretti a comportarsi come piccoli uffici gare invece di concentrarsi sul lavoro per cui sono nati. Perché per sopravvivere nel progettificio bisogna diventare bravi nel progettificio.
Bisogna conoscere le call, parlare il linguaggio dei finanziatori, costruire partnership, misurare l’impatto, rendicontare, anticipare denaro, trovare cofinanziamenti, assumere progettisti. Tutte competenze utili, naturalmente. Fino al momento in cui il mezzo diventa il fine e un’organizzazione finisce per dedicare una parte crescente delle proprie energie non alle persone di cui dovrebbe occuparsi, ma alla ricerca dei soldi necessari per continuare a occuparsene.
Il paradosso è che un’alternativa esiste già persino nella legislazione italiana. L’articolo 55 del Codice del Terzo settore prevede co-programmazione e co-progettazione tra amministrazioni pubbliche ed enti sociali. Nel 2020 la Corte costituzionale ha definito questo modello un canale di “amministrazione condivisa” diverso da quello fondato sul semplice rapporto di mercato: pubblico e Terzo settore individuano insieme i bisogni e costruiscono gli interventi aggregando risorse e competenze.
È quasi l’opposto della lotteria. Non mille soggetti che scrivono mille versioni dello stesso problema sperando di arrivare primi, ma amministrazioni e organizzazioni che conoscono un territorio, individuano ciò che manca e decidono come affrontarlo. Trasparenza e controlli rimangono indispensabili, perché 25 miliardi e attività di interesse pubblico non possono essere affidati sulla simpatia o sulla telefonata all’associazione amica. Ma trasparenza non significa necessariamente costringere tutti a partecipare continuamente a un concorso.
Anche perché il Terzo settore possiede una cosa che nessun algoritmo può generare: il tempo trascorso nei luoghi. Un’associazione che lavora da quindici anni in un quartiere conosce famiglie, scuole, servizi sociali, commercianti, conflitti, leader informali, fallimenti dei progetti precedenti e persone delle quali ci si può fidare. Tutto questo difficilmente entra in una casella da tremila caratteri. E può accadere che chi lo possiede perda contro chi quella casella sa scriverla meglio.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende questa contraddizione quasi comica. Tra poco avremo organizzazioni che useranno l’IA per scrivere centinaia di progetti e fondazioni che useranno altra IA per leggerli, riassumerli, attribuire punteggi e scegliere quali esseri umani potranno finalmente ricevere i soldi necessari per aiutare altri esseri umani. Nel mezzo avremo costruito una macchina perfetta. A patto di ricordarsi perché l’avevamo accesa.



