Ravenna, la Procura in corsia: diagnosi CPR sotto accusa

Nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna la giornata del 12 febbraio non è iniziata con una visita, un prelievo, un consulto. È iniziata con una perquisizione informatica disposta dalla Procura.

Computer e dispositivi sotto sequestro, controlli alla ricerca di messaggi e comunicazioni: l’obiettivo dichiarato è verificare se alcuni certificati medici di idoneità o inidoneità al volo e al trattenimento nei CPR — documenti che pesano direttamente sulle procedure di rimpatrio forzato — siano stati redatti in modo “incompleto”, “arbitrario”, o peggio. Al momento, secondo quanto riportato, i medici indagati sarebbero almeno sei.

Questi sono i fatti. E bastano già così a far capire dove siamo: non in un dibattito tecnico sulla qualità di un referto, ma nel punto preciso in cui l’atto medico — cioè la valutazione clinica di una persona in carne e ossa — viene trattato come un ostacolo da rimuovere, un impedimento da sospettare, una deviazione da reprimere.

Accade in un contesto molto specifico: quando il paziente è un migrante e la “cura” interferisce con la macchina del trattenimento e del rimpatrio. È qui che la medicina, improvvisamente, smette di essere medicina e diventa territorio conteso.

La reazione della SIMEDET è stata immediata e netta. Non un’uscita corporativa, ma un richiamo al fondamento stesso del mestiere: certificare idoneità o inidoneità al volo e al trattenimento nei CPR è un atto esclusivamente medico, basato su valutazione clinica.

Non è un favore, non è una scelta discrezionale “politica”, non è un’opinione: è il risultato di un esame. E se il medico riscontra condizioni tali da rendere rischioso un rimpatrio forzato, non è che “può” segnalarlo: deve. Perché lo impone la deontologia e lo impone la responsabilità professionale verso quel corpo che ha davanti.

Per questo la SIMEDET parla di preoccupazione profonda e contesta la modalità dell’azione: l’irruzione in un reparto in piena attività, il sequestro di strumenti informatici, l’effetto intimidatorio che si scarica su chi lavora e, inevitabilmente, su chi si cura.

Il punto non è raccontare la magistratura come un nemico per definizione. Il punto è chiamare le cose con il loro nome quando varcano una soglia: qui siamo davanti a un abuso di potere. E non perché sappiamo già come finirà l’indagine, o perché stiamo anticipando una sentenza che non ci compete.

È un abuso per il significato materiale del gesto: spostare il baricentro dalla clinica al sospetto, trasformare la certificazione sanitaria in una pratica da “bonificare”, insinuare che la diagnosi — proprio perché ferma un rimpatrio — sia sospetta in quanto tale.

C’è un meccanismo, ormai ricorrente, che in Italia si attiva ogni volta che un’istituzione produce un attrito alla politica del “rimandiamoli indietro”. Se un giudice sospende un provvedimento, se un’associazione denuncia, se un medico certifica una non idoneità, il discorso pubblico scatta su un binario unico: non “che cosa dice la legge?”, non “che cosa dice la scienza?”, ma “chi sta sabotando?”.

È la grammatica della caccia al colpevole interno. E dentro questa grammatica la medicina diventa pericolosa, perché non ragiona in termini di ordine pubblico ma di rischio clinico; non valuta la “meritevolezza” della persona ma il suo stato di salute; non esegue una linea politica ma un dovere professionale.

Non è un dettaglio: è il cuore dell’odio sociale contemporaneo. L’odio sociale non è solo l’insulto, il post, il talk show. È un clima. È l’idea che alcune vite siano più negoziabili di altre, che alcune sofferenze si possano sopportare “perché devono capire”, che alcuni diritti valgano finché non intralciano la logistica della frontiera.

In quel clima, un certificato medico che dice “non idoneo al volo” diventa una bestemmia: non perché sia falso, ma perché interrompe la narrazione dell’efficienza punitiva. È la stessa logica per cui la detenzione amministrativa viene normalizzata come se fosse una parentesi burocratica, quando invece è privazione della libertà senza condanna penale.

E se in quella parentesi il medico vede una condizione incompatibile, il sistema non si interroga sulla compatibilità del sistema: interroga il medico.

Qui c’è la torsione più grave. Perché la sanità non è un ufficio ausiliario dell’espulsione. La corsia non è un checkpoint. Il referto non è una pratica “da allineare”. Un reparto ospedaliero vive di continuità, fiducia, responsabilità. Quando ci entri con la logica del sospetto come grimaldello, non stai solo cercando prove: stai mandando un segnale a tutti gli altri.

Un segnale semplice e terribile: “attenti a certificare”. E quando un sistema sanitario impara la prudenza verso l’atto corretto — per paura di finire nel mirino — il prezzo lo paga sempre chi è più fragile e meno difeso. In questo caso, persone che spesso non hanno lingua, rete, tutela, e che vengono già trattate come un problema da smaltire.

Ciò che sta accadendo a Ravenna, dunque, non è soltanto una notizia giudiziaria. È una fotografia politica: la frontiera entra negli ospedali, e lo fa non come emergenza ma come metodo.

È l’ennesimo capitolo di una normalizzazione: la normalizzazione dell’idea che, davanti ai migranti, la medicina debba “stare al suo posto”, cioè non intralciare. Ma la medicina, quando fa il suo mestiere, intralcia eccome. Intralcia gli abusi. Intralcia la violenza amministrativa. Intralcia le scorciatoie.