Le Pen paga, ma il populismo di Barabba ha già vinto

Viviamo nel regno di Barabba. Non in senso figurato, non come metafora da catechismo per anime perse, ma nel senso più politico e strutturale del termine. Barabba ha vinto. Ha preso il potere, lo esercita, lo consolida. E chiunque voglia opporsi al suo dominio deve sapere che non si tratta più di una deviazione temporanea della storia, ma della forma che la storia stessa ha preso in questo secolo.

Partiamo da un fatto: Marine Le Pen è stata condannata in Francia per appropriazione indebita di fondi pubblici. Due anni di detenzione ai domiciliari con braccialetto elettronico, cinque anni d’ineleggibilità. Il processo ha avuto luogo, le prove sono state discusse, i giudici si sono pronunciati. Eppure, il dibattito pubblico non si è concentrato su questo. No, la discussione si è mossa altrove: era opportuno colpire una figura così rilevante in vista delle elezioni del 2027? Si può eliminare una potenziale presidente con una sentenza? Il reato, da protagonista, è diventato comparsa. Lo spostamento è decisivo: la politica non si chiede più se un fatto sia giusto o sbagliato, ma se convenga o meno alla lotta di potere.

E proprio ora, mentre ci avviciniamo alla Pasqua, quel momento dell’anno che più di ogni altro porta con sé il ricordo di una scelta tragica, la figura di Barabba ritorna. Nei Vangeli, è il criminale scelto dalla folla al posto di Gesù. Ribelle o assassino, poco importa: aveva fatto del male. Gesù no. Ma era scomodo, mite, inadatto a rappresentare la rabbia del popolo. E così, la folla scelse la forza bruta. Pilato se ne lavò le mani, lasciando che fosse la massa a decidere.

Quel giorno non fu solo la morte di un uomo. Fu l’inizio di una lunga stagione in cui la giustizia è rimasta sospesa, aspettando che qualcuno le restituisse voce. Oggi, quella stagione è diventata sistema. Barabba è diventato un partito. Ha molti nomi: Le Pen, Orban, Meloni, Trump. Tutti con la stessa promessa: parlare a nome del popolo. Ma quale popolo? Quello reale o quello evocato come spettro ogni volta che serve legittimare l’illegittimo?

Nel populismo contemporaneo, il popolo non è una realtà sociale, ma una categoria propagandistica. Una scusa. Se mille persone scendono in piazza, diventano “la voce della nazione”. Se un leader prende il 30% alle urne, parla come se avesse il 100%. È la tirannide della minoranza camuffata da maggioranza. Il potere populista si appropria del linguaggio democratico per svuotarlo dall’interno. E lo fa con efficienza chirurgica: distrugge la separazione dei poteri, attacca la stampa libera, delegittima la magistratura, manipola il Parlamento.

“Tribunal de Paris” by Arthur Weidmann is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Chiunque provi a opporsi viene accusato di tradire il popolo. Ma il popolo, quello vero, dov’è? Non è consultato, non è ascoltato, non è rappresentato. Viene usato. Barabba non chiede consenso, lo impone. Non cerca verità, la crea. Non rispetta le regole, le riscrive a suo piacimento. E chi si oppone viene linciato mediaticamente, accusato di complicità con le élite, di essere nemico della nazione.

Nel frattempo, la legge diventa un’opinione. La giustizia un dettaglio tecnico. E la politica, da strumento di rappresentanza, si trasforma in spettacolo permanente, dove la verità è ciò che buca lo schermo.

Sembra paradossale, ma per salvare la democrazia forse bisogna restituire la parola a Gesù. E a dirlo è un ateo, il che dovrebbe togliere ogni sospetto di predica. Gesù, come Barabba, è un mito, un topos, direbbero i greci. Ma è anche un simbolo storico universale della giustizia sociale, della lealtà, della mitezza che si oppone alla brutalità. E se persino chi non crede sente il bisogno di richiamarsi a quella figura, allora forse vuol dire che la misura è colma. Che il linguaggio politico ha bisogno di archetipi forti, di princìpi che tornino a farsi carne nella vita pubblica.

Perché il punto è sempre lo stesso: oggi, come ai tempi di Barabba, il fatto scivola via. Non si discute più se un politico inquisito abbia commesso o meno un reato. Si discute se è opportuno condannarlo, se è strategico lasciarlo fuori gioco, se è pericoloso farlo diventare martire. Ma la domanda fondamentale è rimossa. E finché ci sembrerà normale questa rimozione, Barabba continuerà a regnare indisturbato.

Eppure non tutto può essere imputato ai leader. Ogni potere ha bisogno di un riconoscimento per durare, e quello di Barabba lo trova nel consenso di una parte della popolazione che, a forza di sentirsi tradita, finisce per confondere la rabbia con la giustizia, lo sfogo con la soluzione, l’uomo forte con la salvezza. Nessuno è innocente, quando sceglie volontariamente la menzogna perché gli sembra più rassicurante della verità.

Continuate pure a non leggere e a non studiare, a rincorrere strapuntini di potere e briciole di denaro, a legittimare un mondo fatto su misura dei ricchi con il consenso dei poveri. Continuate a farvi convincere che la colpa della vostra povertà è di altri poveri e non dei pochi che vi governano e vi derubano. Continuate a sostenere una classe dirigente ignorante, autoritaria, evoluzione sbiadita ma coerente del fascismo. E tenetevelo pure, il vostro Barabba. Ma almeno abbiate il pudore di non chiamarlo democrazia.

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