Alla fine del 2025 i cinesi avevano in banca in media 118.900 yuan a testa — circa 15.000 euro. Non è una cifra enorme, ma è cresciuta del 10% in un anno. Il problema è come ci è finita lì: non per scelta, ma per paura. I depositi bancari cinesi hanno raggiunto 167 trilioni di yuan — 24 trilioni di dollari — mentre i consumi interni ristagnano, i prezzi calano e l’economia della seconda potenza mondiale gira sempre più a vuoto sul mercato domestico.
La Cina risparmia furiosamente e non spende. E questo è un problema per tutti, non solo per i cinesi.
Per capire perché bisogna partire da quello che è successo alle famiglie cinesi nell’ultimo decennio. Tra il 2021 e oggi il mercato immobiliare è crollato del 44% negli investimenti e i prezzi delle case sono scesi in media del 20% dai picchi — probabilmente del 40% in termini reali, secondo le stime che correggono i dati ufficiali.
In Cina la casa non è solo dove si abita: è il principale strumento di risparmio delle famiglie, il loro conto pensione, la loro assicurazione sanitaria, la loro riserva di emergenza. Quando il valore della casa crolla, crolla con lui la sicurezza di una vita intera. La reazione razionale — l’unica razionale — è smettere di spendere e mettere da parte tutto quello che si può.
I giovani cinesi stanno portando questo meccanismo all’estremo. Il tasso ufficiale di disoccupazione giovanile è al 16,9%, ma le stime indipendenti suggeriscono che il dato reale si avvicini al 40%, considerando chi ha smesso di cercare lavoro. Quest’anno altri 12,6 milioni di laureati entreranno nel mercato del lavoro, nuovo record storico.
Molti ragazzi dichiarano di risparmiare l’80% del loro stipendio. Non per comprare casa — la casa è troppo cara e potrebbe perdere valore — ma per avere un cuscinetto in caso di licenziamento. Non si tratta di casi isolati ma di un comportamento di massa.
Questo è il punto in cui la paura privata di un miliardo di cinesi diventa un problema pubblico per il resto del mondo.
Nel 2024 la Cina ha registrato un surplus commerciale di 992 miliardi di dollari — quasi mille miliardi, il secondo valore più alto della storia, più del doppio del record del 2022. Non è crescita: è sovrapproduzione scaricata fuori dai confini.
Le fabbriche cinesi producono più di quanto il mercato interno possa assorbire — perché i cinesi non spendono — e quella produzione in eccesso finisce sui mercati globali a prezzi che nessun concorrente riesce a sostenere. Le esportazioni di acciaio hanno raggiunto il massimo da nove anni. Quelle di auto sono cresciute del 15%. Gli elettrodomestici del 14%. Le navi del 57%. In tutti questi settori la crescita in volume è stata sistematicamente superiore alla crescita in valore: significa che la Cina vende di più ma guadagna di meno per unità, cioè abbassa i prezzi per piazzare la merce.
Le conseguenze sono concrete e misurabili. In Europa la produzione di acciaio è scesa da 160 milioni di tonnellate nel 2017 a 126 milioni nel 2023, con impianti che lavorano al 65% della capacità. ThyssenKrupp ha annunciato 1.200 posti a rischio nel solo comparto dell’acciaio elettrico in Germania e Francia, dopo che le importazioni asiatiche sono triplicate dal 2022 e aumentate del 50% nel solo 2025. In Spagna ha chiuso dopo 75 anni la Corrugados Getafe.
Nel tessile, i produttori bangladesi vedono la Cina inondare il mercato europeo con spedizioni mensili da quasi 3 miliardi di euro, in crescita del 50% in pochi mesi, comprimendo prezzi e margini di chi produce a costi già bassissimi.

Il meccanismo è lo stesso in tutti i settori: i cinesi non comprano perché hanno paura, le fabbriche cinesi devono comunque girare perché il governo ha bisogno di crescita e occupazione, la produzione in eccesso viene esportata a prezzi stracciati, i concorrenti stranieri chiudono o licenziano.
La catena che collega i ragazzi di Pechino che risparmiano l’80% dello stipendio all’operaio di Gelsenkirchen che perde il lavoro è diretta, documentata e ignorata da quasi tutti i dibattiti pubblici sull’economia globale.
Qui emerge la contraddizione più bruciante della storia economica cinese degli ultimi quarant’anni, quella che nessun manuale di economia racconta volentieri. La Cina “comunista” un welfare ce l’aveva, ed era radicale nella sua concezione. Si chiamava danwei — unità di lavoro.
Dal 1949 ogni fabbrica statale era insieme datore di lavoro, casa, ospedale, scuola, pensione e comunità. La sanità era garantita, l’istruzione era garantita, la vecchiaia era garantita. Poi è arrivato Deng Xiaoping e il mercato. Le riforme economiche degli anni Ottanta e Novanta furono accompagnate dallo smantellamento sistematico di quel sistema: sanità, istruzione, pensioni e casa tornarono a essere responsabilità individuale.
Centinaia di milioni di lavoratori delle fabbriche statali vennero licenziati in un decennio — il “Grande Licenziamento” degli anni Novanta — senza paracadute. Il Partito Comunista Cinese riuscì così a fare quello che nessun governo di destra avrebbe osato proporre in un colpo solo in Occidente: togliere casa, sanità, pensione e sicurezza del lavoro a centinaia di milioni di persone nell’arco di una generazione. Senza opposizione, senza sindacati liberi, senza stampa indipendente.
Il risultato è un tasso di risparmio delle famiglie cinesi del 35% del reddito disponibile — più del doppio dei paesi europei. Non è una virtù confuciana: è terrore istituzionalizzato. Le cure mediche si pagano, l’università si paga, la vecchiaia non è garantita. Un cinese che perde il lavoro a cinquant’anni non ha paracadute.
La deflazione cinese non è quindi un problema tecnico di politica monetaria. È la conseguenza diretta di una scelta politica precisa: smontare un sistema di protezione sociale senza costruirne un altro, per liberare le forze del mercato e alimentare trent’anni di crescita straordinaria. Quella crescita è finita. Rimane il conto.
Pechino lo sa. Al Congresso nazionale del popolo di marzo il governo ha annunciato sussidi per elettrodomestici e bonus per la rottamazione delle auto, sperando di convincere i cittadini a spendere. Non funziona. Quando la paura è strutturale, un buono sconto da 200 yuan non cambia i comportamenti.
Cambierebbe un sistema sanitario universale, un’assicurazione contro la disoccupazione, una pensione su cui si può contare. Ma costruire un welfare costa, tocca interessi consolidati, riduce i margini delle imprese di partito. La Cina preferisce la deflazione. E il mondo paga il conto.



