Una ripresa economica, ma soprattutto un miglioramento delle politiche sociali, era ciò che i cittadini prospettavano per il Messico con l’elezione di Andrés Manuel López Obrador, avvenuta nel 2018 con un margine di consenso tra la popolazione di oltre il 60%.
Generare un solido stato sociale con una particolare attenzione verso le categorie più povere ed emarginate della popolazione, figurava infatti tra i principali obiettivi del Movimento di Rigenerazione Nazionale, il partito guidato da Obrador, di pari passo con l’inversione di rotta nei confronti delle politiche economiche neoliberiste che avevano caratterizzato il Paese sino a quel momento.
Ad oggi, tre anni dopo la sua elezione, anche alla luce della gestione superficiale della crisi sanitaria scaturita dalla pandemia di Covid-19, che nel paese ha causato più di 328 mila morti, uno dei numeri più alti al mondo, molte sono le critiche sollevate dalle linee politiche scelte in materia di sicurezza sociale e spesa pubblica.
La povertà in Messico è una realtà concreta per milioni di persone, con quasi la metà della popolazione, il 41,9% al di sotto della linea nazionale di povertà nel 2018. Numero in crescita nel biennio 2018-20, con il 7,3% di persone in più scivolate nella povertà, per un totale di 55,7 milioni di indigenti e 23,9% di bambini che soffrono di gravi carenze nell’accesso all’alimentazione.
La povertà si concentra specialmente nelle aree rurali del Sud e al confine con gli Stati Uniti, che sono allo stesso tempo tra le più violente del paese a causa del narcotraffico e del traffico di esseri umani dal Venezuela e dal Guatemala, senza contare le violenze subite dai migranti che tentano di varcare la frontiera statunitense spesso in balia di organizzazioni criminali.
L’emigrazione è un fenomeno piuttosto diffuso e le sue proporzioni possono darci indicazioni sulle reali condizioni di vita nel paese. Solo tra settembre e ottobre 2021 sono state più di 1 milione e 700 mila le persone di origine messicana trovate senza documenti dalla polizia di frontiera nel tentativo di superare il confine. Lo stesso governo, parallelamente agli Stati Uniti, ha annunciato un investimento di 1,5 miliardi per rafforzare le infrastrutture presenti alla frontiera.
Ma sono i dati sulla povertà estrema i più allarmanti ed evidenziano la scarsa efficacia delle politiche sociali adottate dal governo.
Il Consiglio Nazionale per la Valutazione della Politica di Sviluppo Sociale (Coneval), ente a disposizione del governo federale, ha evidenziato come dal 2018 al 2020, la povertà estrema sia cresciuta del 24%, passando da 8 milioni di persone in povertà estrema a circa 11 milioni. È inoltre quasi raddoppiata la percentuale di persone senza alcun accesso ai servizi sanitari, passando dal 16 fino al 28% della popolazione.

Non si può ignorare come questo sia legato alla scelta di un investimento pubblico nelle politiche di protezione sociale molto limitato, uno dei più bassi dei paesi analizzati dall’OCSE, con solo l’1,3% del Pil investito in tal senso.
In Messico beneficiano dell’assicurazione sociale e dell’assicurazione sanitaria, oltre a pensionati e studenti, solo i lavoratori dipendenti, pubblici e autonomi, purché regolarmente iscritti nei registri nazionali. Sono 21 milioni, su una popolazione di 128. Di conseguenza il 60% della popolazione che lavora invece nell’economia informale, come piccoli commercianti e agricoltori, risulta penalizzata. Ma l’incertezza permane anche per i lavoratori salariati: è previsto infatti dalla legge che il trattamento di fine rapporto possa avvenire in qualunque momento a meno che non sia specificato diversamente dal contratto.
Nel corso del 2021 è stato eliminato il programma di assistenza “Prospera”, lodato dalla Banca Mondiale al pari del programma “Bolsa Familia”, per la sua efficacia e la solidità dei risultati ottenuti, con oltre milioni di famiglie che ne beneficiavano. Questo programma consisteva in un trasferimento di denaro condizionato alle famiglie povere, a patto che i figli venissero regolarmente mandati a scuola e fossero sottoposti a regolari visite mediche.
Di pari passo è stato cancellato anche il programma che prevedeva il tempo pieno nelle scuole, cui aderivano 27.000 scuole elementari, e che negli ultimi tre decenni ha consentito a molte madri di avere più tempo a disposizione per iniziare a lavorare, oltre a fornire un pasto caldo al giorno a 3,6 milioni di studenti.
Sono emerse da vari studi diverse incongruenze rispetto all’effettività delle nuove misure di protezione sociale introdotte.

Il New York Times, in un articolo del 18 luglio scorso, ha segnalato come negli ultimi tre anni il benessere delle classi più basse sia diminuito a causa della cattiva gestione dei programmi di welfare. L’eliminazione del tempo pieno dalle scuole, da sola, ha comportato l’abbandono degli studi da parte di oltre 5 milioni di ragazzi, costretti a rinunciare all’educazione per lavorare e aiutare la famiglia.
Il governo ha annunciato che fornirà alle scuole i finanziamenti necessari ma che saranno gestiti da comitati dei genitori di ogni scuola. È probabile che questa scelta dia luogo a corruzione e trattamenti di favore nell’interesse di alcuni genitori piuttosto che di altri: la condizione economica non è la stessa per tutti e alcuni, con più risorse e tempo a disposizione per la partecipazione ai comitati, potrebbero generare dai fondi un guadagno personale piuttosto che dei servizi utili a tutti, a scapito dei più vulnerabili.
I nuovi programmi per la sicurezza sociale lanciati da Obrador sono stati criticati anche da Gonzalo Hérnandez Licona, precedentemente a capo del Conevel, secondo cui le famiglie più povere stanno ricevendo meno che tre anni fa, in termini di aiuti. Ad esempio i nuovi criteri introdotti per gli aiuti economici, non più condizionati e indipendenti dal reddito, rendono impossibile assicurarsi che le famiglie spendano quei soldi per beni e servizi necessari e allargano la fascia dei beneficiari, raggiungendo meno famiglie povere.
Anche il programma di apprendistato lanciato per giovani è limitato a coloro inseriti nell’economia formale e la riforma del sistema pensionistico avvenuta nel 2020 ha ampliato le pensioni anche alle fasce più ricche oltre a non presentare un programma veramente in grado di garantire la sussistenza continua dei lavoratori informali e dei disoccupati.
La legge di bilancio, approvata dal governo per il 2022, sebbene aumenti fino al 3,1% la proporzione del Pil dedicata alla spesa pubblica, è incentrata su “Austerità, razionalità ed efficienza della spesa” ed è chiaro al tempo spesso come la somma dedicata ai bisogni primari della popolazione sia irrisoria a fronte delle sue reali condizioni.

Al contempo, Obrador ha preferito dedicare una fetta molto più ampia della spesa pubblica per la creazione di nuove infrastrutture come strade, ponti e linee ferroviarie.
Progetti da una parte necessari, dall’altra dispendiosi, mal pensati e con un impatto molto limitato, per non dire inutile, nell’ alleviare la condizione di milioni che hanno difficoltà a mettere insieme un pasto al giorno, che non sembrano ancora rappresentare, a conti fatti, la priorità per l’Agenda del Governo. Progetti come quello che prevede lo stanziamento di 18 miliardi di dollari per finanziare una nuova raffineria di petrolio nel Tabasco.
O come nel caso del “Tren Maya” il cui costo potrebbe lievitare intorno ai 20 miliardi di dollari e che dovrebbe collegare i principali siti turistici nel Sud del Paese, distruggendo però un’ampia fetta di foresta dove vivono numerose popolazioni indigene, che denunciano il degrado portato dal progetto: “Avremo l’espansione urbana quando non avremo nemmeno abbastanza acqua potabile e un minimo di servizi … Degraderà la nostra intera foresta molto più velocemente e tutto ciò che abbiamo”, ha dichiarato Tania Ramírez, speleologa e attivista della regione di Quintana Roo all’ Nbc News.
A chi è utile un treno se non si hanno prima i soldi per salirvi?
Mariana Campos, coordinatrice del programma di analisi della spesa pubblica per Mexico Evalua, centro indipendente per il monitoraggio delle operazioni governative, evidenzia come i progetti legati alle infrastrutture drenino risorse e “Non sono necessariamente quello che il Messico richiede per il suo sviluppo”.
Il calo di consensi registrato dal governo è da attribuirsi non solo alla promessa disattesa di un reale miglioramento per la popolazione, ma anche alla gestione della crisi sanitaria.
L’Economic Survey of Mexico, realizzato dall’organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha messo in evidenza come, di media, nel 2020, i paesi in via di sviluppo abbiano investito almeno il 5% del Pil per gestire l’emergenza. La spesa sostenuta dal Messico è stata invece al di sotto dell’1% del Pil del Paese, adottando inoltre in ritardo le misure anti contagio e limitando il distanziamento sociale per non bloccare l’economia, privilegiata così rispetto alle esigenze più urgenti della popolazione.
Tutto ciò ha fatto sì che quasi 4 milioni di messicani in più sprofondassero nella povertà solo nel periodo della pandemia.
La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi, nonché le difficoltà crescenti incontrate nella distribuzione, rischiano di mettere ulteriormente in ginocchio il Messico, che è secondo importatore di mais al mondo e che in buona parte acquista questo bene alla base della piramide alimentare di milioni di persone proprio dall’Ucraina.



