Salute mentale, l’Italia lascia soli i giovani

Lo studio presentato il 13 luglio alla commissione Salute pubblica del Parlamento europeo mette in fila cifre che dovrebbero far parte del dibattito pubblico e invece restano confinate nei convegni: un giovane europeo su cinque presenta oggi un disturbo mentale diagnosticabile, e quasi la metà dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni segnala “bisogni non soddisfatti”.

La cattiva salute mentale dei giovani costa ai ventisette Stati membri circa 177 miliardi di euro l’anno, tra spese sanitarie, protezione sociale, istruzione e produttività perduta; il prezzo dell’inerzia nel decennio 2024-2033 è stimato in 1,68 trilioni. I ricercatori indicano la causa con una formula asciutta: sistemi di cura “frammentati e sottofinanziati”.

Il comunicato di Bruxelles parla di media continentali e non nomina i singoli Paesi. Ma se c’è un luogo in cui quella diagnosi — frammentazione e sottofinanziamento — descrive una realtà concreta e quotidiana, è l’Italia. Da noi il disagio giovanile non è un rischio astratto: è già arrivato ai pronto soccorso, e ha trovato le porte chiuse.

La domanda che esplode

I dati della Società italiana di psichiatria fotografano un’onda: negli anni successivi alla pandemia gli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile e ai pronto soccorso per motivi psichiatrici sono cresciuti tra il 30 e oltre il 50 per cento, trainati da ansia, depressione e comportamenti autolesivi.

Al Gaslini di Genova, uno dei principali ospedali pediatrici del Paese, il responsabile della neuropsichiatria infantile Lino Nobili segnala che tra il 2018 e il 2024 gli accessi al pronto soccorso dei più giovani per patologie psichiatriche sono quadruplicati. Tra i ricoverati per disturbi alimentari ci sono bambine di dieci e undici anni.

Ogni anno, secondo le ricostruzioni di settore, circa 8.500 minori arrivano al pronto soccorso con un codice psichiatrico rosso o giallo — cioè in emergenza.

Il fenomeno ha anche un volto digitale, ed è qui che si innesta la partita europea. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, tra il 2018 e il 2022 la quota di adolescenti con un uso problematico dei social è salita dal 7 all’11 per cento, colpendo soprattutto le ragazze. In Italia oltre il 90 per cento degli undici-diciassettenni si collega ogni giorno, e più di un ragazzino su tre tra gli undici e i tredici anni ha già un profilo social, benché la soglia formale sia tredici anni.

È il terreno su cui la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato per l’autunno una proposta legislativa, ipotizzando restrizioni di età per le piattaforme “come per l’alcol e la patente”. L’Italia si è mossa in ordine sparso, tra patentino digitale e linee guida AGCOM.

L’offerta che non c’è

È sul fronte opposto — quello della risposta — che il quadro italiano diventa impietoso. A fronte di migliaia di minori in crisi acuta, i posti letto ordinari di neuropsichiatria infantile in tutta Italia sono 412: circa quattro ogni centomila minorenni. Significa che un adolescente in fase acuta viene spesso gestito in reparti non pensati per la sua età, o rimbalzato.

I dipartimenti di salute mentale lavorano sotto organico di almeno il 30-40 per cento tra psichiatri, psicologi, neuropsichiatri, infermieri ed educatori; i neuropsichiatri infantili sul territorio sono pochissimi e le liste d’attesa per una prima valutazione, come denuncia la stessa SINPIA, hanno tempi definiti “inaccettabili”.

“I want the sun” by Marco Trovò is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

Quando la porta d’ingresso è intasata e quella specialistica pure, resta la scorciatoia farmacologica. Il rapporto OsMed dell’AIFA registra che dal 2016 l’uso di psicofarmaci nei minori è più che raddoppiato — dallo 0,26 allo 0,57 per cento —, con i farmaci del sistema nervoso centrale saliti all’8 per cento delle prescrizioni pediatriche e un picco nella fascia 12-17 anni.

Il dato non va letto in automatico come abuso: riflette anche una maggiore attenzione diagnostica. Ma segnala una torsione precisa: dove mancano il terapeuta, il servizio territoriale, lo psicologo scolastico, la prescrizione resta spesso l’unica risposta disponibile. Il pronto soccorso e la pillola sono diventati ciò che il territorio avrebbe dovuto essere.

Due Italie, come sempre

E la risposta non è uguale ovunque. Alcune aree del Paese riescono a seguire fino al 9 per cento dei minori, altre restano sotto il 4. Le Marche contano 47,6 operatori della salute mentale ogni centomila abitanti contro una media nazionale di 66,2; la Calabria è tra le più scoperte per strutture semiresidenziali.

Un dato ISTAT 2025 aggiunge una torsione controintuitiva rispetto alla consueta geografia sanitaria: tra i quattordici-ventiquattrenni, chi vive al Nord dichiara un malessere psichico maggiore rispetto ai coetanei del Sud — segno che la sofferenza giovanile ha mappe proprie, non sovrapponibili a quelle del reddito o dei posti letto per acuti.

Il piano che rischia di restare sulla carta

Alle sei linee d’intervento raccomandate dall’Europa — prevenzione precoce, alfabetizzazione alla salute mentale, servizi di prossimità youth friendly, prescrizione sociale, regole per gli strumenti digitali — l’Italia risponde formalmente con il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030 varato dal ministro Schillaci, che pone la neuropsichiatria dell’età evolutiva e la continuità delle cure tra le aree da rafforzare.

Sulla carta è allineato alle indicazioni di Bruxelles. Il problema è lo stesso che affligge le Case della Comunità e l’intera rete territoriale promessa dal PNRR: senza risorse e senza personale, un piano resta un documento.

La presidente della SINPIA Antonella Costantino lo ha detto senza giri di parole: un piano che non preveda un vero rilancio dei servizi di neuropsichiatria infantile nasce già “zoppo e miope”.

È il punto in cui i 177 miliardi europei e l'”uno su cinque” smettono di essere una statistica di Bruxelles e diventano una questione italiana molto concreta. Il disagio dei ragazzi è misurato, crescente e sempre più precoce. La struttura che dovrebbe accoglierlo — fatta di neuropsichiatri, psicologi, servizi di prossimità e prevenzione nelle scuole — è stata lasciata sottodimensionata per anni, mentre la domanda raddoppiava.

Il risultato è un sistema che vede l’emergenza ma non ha il luogo dove curarla: e così la intercetta troppo tardi, al pronto soccorso, quando la crisi è già esplosa.