Nella Repubblica Democratica del Congo la giustizia assomiglia spesso a un palcoscenico traballante, dove si confondono accuse legittime e vendette politiche. Il processo al ministro della Giustizia Constant Mutamba si inserisce perfettamente in questo copione già visto.
Ufficialmente, Mutamba è accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici: quasi 19 milioni di dollari stanziati per la costruzione di un carcere a Kisangani, trasferiti con un bonifico sospetto su un conto aperto il giorno prima dell’operazione.
Ma dietro le cifre, la storia è ben più intricata. Mutamba si è presentato in tribunale con quasi un’ora di ritardo – bloccato nel traffico, ha spiegato con una certa nonchalance – lasciando che i suoi oltre venti avvocati presidiassero l’aula fin dall’inizio.
Il processo è partito in sua assenza, tra richieste di rinvio e polemiche procedurali. La scena, a tratti surreale, è proseguita fino al momento in cui il tribunale ha accettato la richiesta di aggiornare l’udienza al 23 luglio. Mutamba ha lasciato il palazzo di giustizia a pugno alzato, silenzioso ma determinato a presentarsi come vittima di un complotto politico.
La sua difesa sostiene che tutto questo sia solo un banale errore amministrativo, non un crimine. Ma il pubblico ministero parla chiaro: l’appropriazione indebita sarebbe provata e facilmente dimostrabile. Il ministro avrebbe erogato i fondi senza l’autorizzazione del Primo Ministro e tentato di dirottare il denaro pubblico.
La truffa, però, sarebbe stata bloccata in extremis dall’Unità di informazione finanziaria, evitando il peggio. Altri reati, come il riciclaggio di denaro, sarebbero stati possibili capi d’accusa, ma per ora il tribunale si concentra sull’appropriazione indebita.

Mutamba, dal canto suo, non ci sta a passare per capro espiatorio. Accusa la magistratura di accanimento, denuncia un piano politico orchestrato per frenare le sue riforme giudiziarie e, soprattutto, per indebolire la risposta del governo alle tensioni con il Ruanda. La guerra diplomatica e militare tra Kinshasa e Kigali resta infatti il vero sfondo di questa crisi interna.
Il processo Mutamba diventa così una metafora perfetta del momento che attraversa il Congo: un Paese ricchissimo di minerali strategici, ma povero di giustizia e stabilità. Mentre a Kinshasa si combattono battaglie giudiziarie tra fazioni politiche, ad est del Paese la guerra non si ferma: il movimento ribelle M23 continua ad avanzare, le tensioni con il Ruanda si aggravano, e migliaia di civili sono in fuga tra massacri e violenze di cui il mondo si accorge a intermittenza.
Il governo del presidente Félix Tshisekedi cerca di presentarsi come riformatore, ma è dilaniato da lotte intestine e scandali ricorrenti. La lotta alla corruzione, sbandierata a ogni occasione ufficiale, rischia di restare un esercizio di facciata se processi come quello di Mutamba si trasformano in regolamenti di conti più che in occasioni di verità.
La domanda che si pongono oggi in molti a Kinshasa è se questa sia finalmente la svolta verso uno Stato di diritto reale, dove anche un ministro può essere giudicato per quello che ha fatto, o se si tratti solo dell’ennesima faida mascherata da processo, con accuse gonfiate e difese teatrali. In entrambi i casi, chi paga il prezzo più alto è il Paese: milioni di congolesi che continuano a vivere tra la povertà, la violenza e l’instabilità istituzionale.
La prossima udienza si terrà il 23 luglio. Fino ad allora, Mutamba resta libero, ma il Paese no: resta prigioniero di una giustizia che troppo spesso si confonde con la politica e di una guerra nell’est che sembra non interessare più nessuno.
Nel frattempo, il Congo continua a essere il terreno di battaglia di poteri che si contendono miniere, finanziamenti e influenza internazionale, mentre scuole e ospedali chiudono, le strade restano impraticabili e i cittadini aspettano – invano – che qualcuno si ricordi di loro.



