Mentre oltre cento persone hanno perso la vita sotto la furia dell’acqua che ha devastato i villaggi lungo il lago Tanganica, nel Sud Kivu, il governo della Repubblica Democratica del Congo rilancia l’estrazione di petrolio nel cuore della foresta tropicale. Due notizie, apparentemente distanti, che raccontano però un’unica storia: quella di un Paese intrappolato tra vulnerabilità estrema e politiche ambientali contraddittorie.
Venerdì scorso, piogge torrenziali hanno causato frane e inondazioni devastanti, colpendo duramente le comunità già fragili del Kivu. I soccorsi sono lenti, ostacolati dalla mancanza di infrastrutture, e la Croce Rossa resta l’unica organizzazione presente sul posto. È solo l’ultimo episodio in una lunga serie: un mese fa, a Kinshasa, erano morte almeno 33 persone per l’esondazione del fiume Ndjili.
Nel mezzo di questa emergenza climatica e umanitaria, Kinshasa ha autorizzato l’apertura di 52 nuovi blocchi per l’estrazione di petrolio nella Cuvette Centrale, una delle zone più ricche di biodiversità al mondo e fulcro del “secondo polmone verde” del pianeta. Una scelta che ha scatenato proteste da parte di 176 ONG riunite nella coalizione Notre Terre Sans Pétrole, che denuncia un modello estrattivista miope e pericoloso.
La contraddizione è evidente: mentre il Paese subisce le conseguenze dirette del riscaldamento globale — con eventi climatici estremi sempre più frequenti e devastanti — il governo spinge per lo sfruttamento di giacimenti che contribuiscono a quell’emergenza. E lo fa in aree che dovrebbero essere protette, sovrapponendosi persino al Corridoio verde Kivu-Kinshasa, progetto teoricamente dedicato al ripristino ecologico e allo sviluppo sostenibile.
Ma la crisi ambientale non è l’unico fronte aperto. Il Paese è lacerato da un conflitto interno che ha visto, all’inizio del 2025, i ribelli del M23, sostenuti dal Ruanda, conquistare le città strategiche di Goma e Bukavu, nel Nord e Sud Kivu. Questo gruppo armato ha instaurato un’amministrazione parallela, imponendo tasse sulle attività economiche locali, inclusa l’estrazione del coltan, minerale cruciale per l’elettronica moderna. Le violenze hanno causato oltre 3.000 morti e lo sfollamento di più di 7 milioni di persone.

La comunità internazionale ha cercato di intervenire, con gli Stati Uniti che hanno facilitato la presentazione di una proposta di pace tra Congo e Ruanda. Tuttavia, i colloqui di pace a Doha hanno incontrato ostacoli, con l’M23 che ha ritirato la sua partecipazione, citando le sanzioni internazionali e le offensive militari del governo congolese.
La Repubblica Democratica del Congo si trova così al crocevia di una tensione geopolitica sempre più evidente: da un lato, una posizione strategica nel commercio globale dei crediti di carbonio e nelle trattative internazionali sul clima; dall’altro, la tentazione di monetizzare subito le proprie risorse naturali, svendendo il patrimonio ambientale per far fronte a una crisi economica profonda e cronica.
In questa cornice, la tragica alluvione nel Kivu non è solo una catastrofe naturale, ma il simbolo di un sistema che non regge più: dove le popolazioni vulnerabili pagano il prezzo più alto, e le promesse di sviluppo si infrangono contro l’avidità di pochi e la debolezza delle istituzioni. Le ferite aperte dalla pioggia si sommano a quelle causate da decenni di sfruttamento incontrollato, conflitti locali e assenza di visione a lungo termine.
Il rischio, ora più che mai, è che la Repubblica Democratica del Congo diventi un laboratorio globale del fallimento climatico: un Paese ricchissimo di risorse ma impoverito da scelte miopi, in balìa di interessi esterni e incapace di garantire un futuro sostenibile ai propri cittadini.
Per evitare questo destino, non bastano le moratorie richieste dalle ONG. Serve un cambio di approccio: mettere al centro le comunità, la giustizia climatica e una vera strategia di adattamento. In gioco non c’è solo il destino di un Paese, ma quello di una delle ultime grandi foreste del mondo e dell’equilibrio ecologico del pianeta intero.



