«Ciascuno di questi casi è una sconfitta dello Stato». Con queste parole Sergio Mattarella ha riportato il dramma delle carceri italiane al suo punto più nudo e più difficile da eludere.
I suicidi dei detenuti, ha detto il presidente della Repubblica incontrando il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e una rappresentanza della Polizia penitenziaria, non sono soltanto tragedie individuali: sono il segno di una responsabilità pubblica che si spezza proprio nel luogo in cui lo Stato dovrebbe custodire la vita, la legalità e la possibilità del reinserimento.
Il punto è che i suicidi non sono un’emergenza isolata, ma il sintomo più estremo di una crisi complessiva. Mattarella lo ha detto con chiarezza, parlando di condizioni «talvolta insostenibili» dovute al sovraffollamento, alla carenza di personale, all’insufficienza di figure sanitarie e formative e all’inadeguatezza di molti edifici penitenziari.
Nello stesso discorso ha ricordato che il reinserimento dei detenuti non è una finalità accessoria, ma un obbligo costituzionale della Repubblica, oltre che una scelta di civiltà e di sicurezza, perché il recupero riduce la recidiva.
I numeri confermano che il sistema è da tempo in sofferenza. Secondo il report diffuso a inizio marzo dal Garante nazionale delle persone private della libertà, nel 2025 nelle carceri italiane si sono registrati 254 decessi, di cui 76 suicidi. Nello stesso periodo, però, Ristretti Orizzonti ha contato 80 suicidi, segnalando una divergenza che non cambia la sostanza: il fenomeno resta enorme e strutturale.
A dicembre 2025 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva inoltre registrato 1.981 tentativi di suicidio e 11.720 atti di autolesionismo, numeri che restituiscono da soli la misura del malessere che attraversa gli istituti di pena.
Anche le ultime settimane raccontano una sequenza che pesa. Il 28 gennaio, nel carcere Due Palazzi di Padova, un detenuto di 36 anni del reparto di alta sicurezza è stato trovato morto in cella, impiccato.
Il giorno successivo è morto all’ospedale di Careggi il detenuto ventinovenne che aveva tentato il suicidio nel carcere di Sollicciano, a Firenze, dove era stato trovato con un lenzuolo legato al collo. Non sono episodi isolati, ma tasselli di una continuità che rende ormai difficile parlare di fatalità o eccezione.
A questo quadro si è aggiunta, nei giorni scorsi, la denuncia firmata da Gianni Alemanno dal carcere di Rebibbia insieme a Fabio Falbo. La nota richiama tre morti ravvicinate all’interno dell’istituto romano: quella dell’agente di polizia penitenziaria Federico Basilischi, 41 anni, morto il 4 marzo per un malore; quella del detenuto Giuseppe Braccini, 65 anni, trovato morto in cella e indicato nelle cronache come probabile overdose; e quella di Merhawi Haile, 36 anni, che si è impiccato in cella tra il 6 e il 7 marzo.
La sequenza è importante anche per un altro motivo: mostra che la crisi del carcere non riguarda soltanto i detenuti, ma investe anche il personale chiamato a lavorare in condizioni sempre più pesanti.

Su questo punto serve però precisione. Non tutte le morti avvenute in carcere sono suicidi, e mescolare piani diversi rischia di confondere il quadro. Ci sono i suicidi dei detenuti, che rappresentano la punta più drammatica dell’emergenza; ci sono altri decessi avvenuti negli istituti, per malori, overdose o altre cause; e ci sono le morti che colpiscono il personale penitenziario.
Ma è proprio la compresenza di questi fatti a dare l’immagine più esatta del problema: il carcere italiano appare sempre più come un ambiente di sofferenza diffusa, dove il confine tra custodia, abbandono e logoramento istituzionale si fa ogni giorno più sottile.
Il discorso di Mattarella ha il merito di riportare questa crisi al suo significato politico. Quando il presidente della Repubblica dice che ogni suicidio è una sconfitta dello Stato, non si limita a una formula morale. Sta indicando che il fallimento non coincide solo con la morte di un detenuto, ma con l’incapacità pubblica di rendere il carcere conforme alla Costituzione.
Perché la pena, nell’ordinamento italiano, non è riducibile a segregazione e contenimento. Deve avere una finalità di recupero. E se il sistema è talmente degradato da produrre autolesionismo, tentativi di suicidio, morti evitabili e un logoramento crescente del personale, allora a cedere non è un singolo istituto, ma l’intera funzione rieducativa della pena.
È qui che il tema del sovraffollamento torna centrale. Le parole del Capo dello Stato indicano una crisi materiale prima ancora che teorica: troppi detenuti, troppo poco personale, strutture inadeguate, presenza insufficiente di medici, psicologi, educatori e formatori.
In un sistema così compresso, ogni fragilità individuale si amplifica e ogni tensione rischia di diventare ingestibile. La cella diventa il luogo della custodia, ma non più quello dell’osservazione, dell’ascolto, della prevenzione. E senza prevenzione, il suicidio finisce per apparire come l’ultimo anello di una catena di omissioni, ritardi e impotenza istituzionale.
Il richiamo di Mattarella al reinserimento non è dunque un elemento secondario o ornamentale. È il contrario. Serve a ricordare che il carcere non può essere pensato come uno spazio morto, separato dalla società, in cui contenere corpi e problemi fino all’esaurimento della pena. Se il recupero funziona, ha detto il presidente, la recidiva si abbassa in modo significativo.
Questo significa che una detenzione più umana e costituzionalmente orientata non è un favore al detenuto, ma un investimento sulla sicurezza collettiva. Dove invece prevalgono il sovraffollamento, l’abbandono sanitario e l’assenza di percorsi reali, il carcere diventa un luogo che aggrava le fratture sociali invece di ricomporle.
Alla fine, la questione carceraria torna sempre lì: non riguarda solo chi è detenuto, ma l’idea di Stato che il Paese decide di incarnare. I suicidi, gli altri decessi, il logoramento degli agenti penitenziari, le strutture fatiscenti, la carenza di cure e di formazione non sono problemi separati. Sono facce diverse di una stessa crisi.
E se davvero, come ha detto Mattarella, ogni suicidio in carcere è una sconfitta dello Stato, allora la domanda non è più quanto a lungo questa emergenza possa essere tollerata, ma quanto ancora uno Stato possa definirsi tale se accetta che la propria sconfitta si ripeta, ogni volta, dietro le sbarre.



