Lo Stato ha spiato Luca Casarini e Giuseppe Caccia. Questo è il fatto. Ed è già abbastanza grave da bastare da solo. Ma c’è un fatto ulteriore che rende la vicenda ancora più pesante: quando lo scandalo esplose, il governo negò.
A febbraio 2025 Carlo Nordio disse in Aula che nessuna persona era mai stata intercettata da strutture finanziate dal ministero della Giustizia e dalla Penitenziaria; nello stesso periodo, sul fronte intelligence, la linea pubblica era che lo spyware non fosse stato usato contro giornalisti e attivisti. Oggi sappiamo che almeno su Casarini e Caccia quella linea non regge più.
La relazione del Copasir aveva già accertato che le attività su Casarini e Caccia rientravano in operazioni coperte da deleghe del Presidente del Consiglio pro tempore e da autorizzazioni del Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma.
Le procure di Roma e Napoli, con il coordinamento della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, hanno poi verificato nei server Graphite in uso all’Aisi le operazioni sui dispositivi dei due attivisti di Mediterranea.
Quindi non un sospetto generico, non una teoria, non una fantasia militante. I servizi italiani hanno operato sui telefoni di Casarini e Caccia in un quadro di autorizzazioni formali.
Questo è il cuore della vicenda. Il resto viene dopo. Viene dopo il caso di Francesco Cancellato, direttore di Fapage, sul cui telefono la consulenza tecnica ha trovato anomalie compatibili con Graphite, ma per il quale gli accertamenti sui server Aisi non hanno restituito, allo stato, tracce di operazioni riconducibili ai servizi interni.
Vengono dopo gli altri nomi emersi nella vicenda, le zone grigie ancora aperte, le responsabilità ancora da chiarire, le piste investigative che non si sono chiuse. Tutto importante. Ma secondario rispetto al dato ormai nudo: Casarini e Caccia sì. Su questo non si scappa più.
Ed è qui che il caso Paragon smette di essere solo uno scandalo tecnologico o un abuso da manuale. Perché non stiamo parlando di una banda criminale infiltrata nei telefoni dello Stato. Stiamo parlando dello Stato che ha rivolto i suoi strumenti più invasivi contro due figure di Mediterranea Saving Humans.
Contro persone che, agli occhi di questo potere, hanno incarnato per anni tutto ciò che andava delegittimato: il soccorso in mare, la testimonianza concreta del disastro nel Mediterraneo, l’ostinazione a salvare esseri umani mentre la politica costruiva consenso sulla loro esclusione.

Si dirà: c’erano indagini, procedure, autorizzazioni, presupposti. È proprio questo a rendere la vicenda così cupa. Perché qui non si vede una deviazione improvvisa. Si vede un sistema che considera legittimo concentrare sorveglianza, tecnologia e potere su chi salva vite. Non su chi le minaccia. Su chi le salva.
Il punto politico, allora, è perfino più semplice del punto giudiziario. Da anni una parte del potere italiano ha costruito attorno alle ong, ai soccorritori, a Mediterranea, un’atmosfera di colpevolezza preventiva. Ha insinuato, alluso, deformato.
Ha trasformato il salvataggio in mare in una zona moralmente sospetta. Ha trattato la solidarietà come un fastidio politico. Adesso, dietro quella propaganda, si scopre anche la sorveglianza.
E non basta dire che tutto si è mosso nel rispetto di procedure. Le procedure non assolvono la vergogna politica di fondo. La aggravano. Perché mostrano che il bersaglio non è stato scelto per errore, ma dentro una logica. Una logica in cui chi salva vite viene osservato come una minaccia, come un corpo da penetrare, da leggere, da anticipare, da controllare.
È questo il punto che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque abbia ancora un’idea decente di Stato di diritto. Non soltanto la violazione della sfera privata di due attivisti. Ma il fatto che, in Italia, si possa arrivare a mobilitare strumenti da intelligence contro chi nel Mediterraneo fa la cosa più elementare e più umana: impedire che altri muoiano.
Questa vicenda è, a voler essere educati, deplorevole. Deplorevole la sorveglianza. Deplorevole la negazione iniziale. Deplorevole l’idea che tutto questo possa essere assorbito come una pratica amministrativa un po’ opaca, un incidente di percorso, un eccesso tecnico da spiegare con il gergo delle autorizzazioni.
No. Qui c’è una scelta di potere. E quella scelta ha colpito l’opposizione civile e morale a una politica che da anni ha un solo riflesso davanti ai migranti: respingere, criminalizzare, rimuovere.
Si cercavano prove di reati. E alla fine il reato che resta davvero in controluce è uno solo: salvare vite umane. È questo che in Italia, ormai, viene trattato come un problema di ordine pubblico.
È questo che il discorso pubblico di governo ha codificato come sospetto permanente, fino al punto di rendere spiabili quelli che dovrebbero essere considerati, semmai, una coscienza critica del Paese.
Il caso Paragon, su Casarini e Caccia, dice esattamente questo. Non che lo Stato abbia intercettato due persone qualsiasi. Ma che ha sorvegliato due uomini il cui torto politico era stare dalla parte opposta alla crudeltà resa sistema. E dopo averlo fatto, all’inizio, ha anche negato.



