A fianco della disobbedienza di Mediterranea

L’ultima missione di Mediterranea restituisce all’umanità verbale un gesto concreto. Dieci persone — tra cui tre minori — salvate da un gommone militare, gettate in mare in una notte in tempesta. Il Viminale indicava Genova come porto d’approdo — mille e passa chilometri via mare. Ma l’equipaggio ha scelto di disobbedire, dirigendosi invece verso Trapani. Di fronte a onde alte quasi tre metri, hanno tenuto fede al diritto marittimo e alla Costituzione, non alla burocrazia fredda.

Così ha spiegato il capomissione Beppe Caccia: “Abbiamo fatto semplicemente la cosa giusta. Se ci saranno conseguenze, le affronteremo, ma vale la pena perché queste dieci persone avranno finalmente cura, diritti e dignità”. Ha poi affondato il colpo: “Non possiamo tollerare giochetti politici sulla pelle di chi sta male. Che il governo se la prenda con noi, non con i superstiti.” Con questo atto, Mediterranea ha trasformato la disobbedienza in una forma di resistenza civile, che chi ha a cuore l’umanità trova un gesto nobile.

Questa estate le spiagge erano vuote, ma il mare ha continuato a chiudersi sopra le teste dei migranti: che avessero un mese o quarant’anni, che fossero bambini nati da poco o anziani, il Mediterraneo ha continuato a inghiottire esseri umani.

Nel solo 2025, fino a metà agosto, sono già più di mille le persone morte nel Mediterraneo, di cui oltre 700 lungo la rotta centrale, la più mortale. Centinaia di dispersi non avranno mai un nome, inghiottiti da un mare che l’Europa intera finge di non vedere.

Il 13 agosto un barcone affondato davanti a Lampedusa ha aggiunto almeno 26 morti a questo bilancio. Un mese prima, al largo della Libia, altre 15 vite spezzate. Non numeri, ma persone: bambini, famiglie, giovani che non hanno mai avuto il tempo di diventare adulti.

Soccorsi tra ostacoli e cinismo

In questo scenario la flotta civile di soccorso — Mediterranea, Sea-Watch, SOS Humanity, Open Arms — ha salvato migliaia di vite, spesso contro la volontà delle autorità italiane, l’ultimo episodio riguarda la nave di Mediterranea di cui abbiamo parlato in apertura di articolo.

Il governo chiama questa politica “gestione dei flussi”. In realtà è una strategia di deterrenza: porti lontani, multe, sequestri, intercettazioni dei soccorritori. Si riduce il tempo che consente alle navi di restare in zona di salvataggio, così più persone annegano.

Una guerra ai vivi e ai morti

Mentre le ONG vengono criminalizzate, le milizie libiche continuano a ricevere fondi e mezzi per “fermare le partenze”. Tra queste anche gruppi come quello guidato da Almasri, accusato da attivisti e giuristi di violenze sistematiche contro i migranti nei centri di detenzione. Ufficialmente partner dell’Italia nel “contenimento”, di fatto garanti di un imbuto che porta solo a due esiti: il carcere e le torture in Libia o il mare come tomba.

L’ipocrisia come programma politico

Si ripete che l’Italia “non può accogliere tutti”. Intanto non si accoglie quasi nessuno, ma si lascia morire chi arriva. È il paradosso di una politica che si dice difensiva, ma che difende solo la propria propaganda: la vita umana diventa una variabile di calcolo, un danno collaterale per qualche punto nei sondaggi.

Non è silenzio, questo. È rumore di fondo, fatto di dichiarazioni e decreti, che copre un fatto semplice: il Mediterraneo non è più un confine d’acqua, è diventato un’arma. E a ogni estate la sua traiettoria è sempre la stessa: verso il basso, insieme ai corpi che trascina con sé.

Il Mediterraneo come arma: un confine trasformato in deterrente

Dire che il Mediterraneo è oggi un’arma non è una metafora azzardata. È una realtà prodotta da scelte politiche precise. Da anni l’Europa e l’Italia hanno smesso di vedere il mare come un luogo di transito o come una frontiera da sorvegliare: lo hanno trasformato in uno strumento di dissuasione.

Come funziona quest’arma? Semplice: si tolgono di mezzo i soccorritori, si impongono porti lontani, si criminalizza chi salva. Si finanziano guardie costiere e milizie libiche perché riportino indietro chi fugge, a costo di torture e detenzioni arbitrarie. Si firma con orgoglio ogni decreto che rende il viaggio più difficile, più lungo, più pericoloso.

Non si dice mai apertamente: lasciateli morire. Si preferisce un linguaggio tecnico — “gestione dei flussi”, “sicurezza delle frontiere”, “lotta agli scafisti” — ma il risultato è identico. Il Mediterraneo diventa un filtro letale: chi parte rischia di annegare, chi sopravvive finisce in centri di detenzione fuori da ogni controllo.

La logica della deterrenza

Il cuore di questa politica si chiama deterrenza. L’idea è che, se il viaggio diventa abbastanza pericoloso, la gente smetterà di partire. È la stessa logica dei respingimenti in mare, dei porti lontani, dei sequestri delle navi umanitarie.

Ma questa strategia fallisce su tutta la linea. Perché chi fugge da guerre, persecuzioni o fame parte comunque, anche sapendo di rischiare la vita. E così il mare, invece di fermare le partenze, accumula cadaveri. Diventa un cimitero liquido usato come minaccia: guardate cosa vi aspetta.

La responsabilità politica

Dire che il Mediterraneo è un’arma significa dire che qualcuno l’ha caricata. Le leggi italiane come il decreto Piantedosi, gli accordi con la Libia, il sistematico boicottaggio delle ONG non sono incidenti burocratici: sono decisioni deliberate, votate, difese in Parlamento e davanti ai microfoni.

Ogni corpo restituito dalle onde è l’effetto collaterale accettato di questa politica. Non un imprevisto, ma una conseguenza messa in conto. E a forza di conseguenze, il confine sud dell’Europa è diventato un campo di battaglia dove le vittime non combattono: muoiono e basta.

Dall’acqua alla propaganda

Il mare come arma funziona anche sul piano simbolico. Si racconta che le Ong “favoriscono gli scafisti”, che “l’Italia non può accogliere tutti”, che “l’Europa è lasciata sola”. Intanto si tagliano i corridoi umanitari, si nega il diritto d’asilo, si ignorano le sentenze internazionali.

Così, quando il Mediterraneo restituisce corpi, la politica può sempre dire che è colpa del destino, o del mare stesso, o dei trafficanti. Mai delle proprie leggi. Mai delle proprie scelte.