Bruno Contrada, una storia dentro lo Stato

Ricordare Bruno Contrada significa fare i conti con una delle vicende più controverse della storia istituzionale italiana del dopoguerra: quella di un funzionario di Stato che non fu sconfitto dalla mafia, ma che venne (quasi) annientato da una guerra combattuta all’interno degli stessi apparati ai quali aveva dedicato la vita.

Una guerra nella quale l’antimafia non rappresentava soltanto uno strumento di lotta alla criminalità organizzata, quanto, in alcuni casi, una leva di potere personale.
Per capire questa fin troppo torbida vicenda occorre partire dalla geografia del potere investigativo nell’Italia degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta. Contrada era stato il più celebre poliziotto di Palermo, memoria storica della lotta alla mafia in una stagione in cui non esistevano ancora i collaboratori di giustizia istituzionalizzati, né il sistema delle intercettazioni ambientali.

Si lavorava sui confidenti, costruendo reti di relazione sul campo e muovendosi in una zona di frontiera nella quale il confine tra efficacia investigativa e rischio di compromissione era, strutturalmente, quasi inesistente. Era quella la logica del tempo, e Contrada ne era un prodotto consapevole. Quando poi passò al Sisde, elaborò per conto del governo un progetto che puntava a trasformare il servizio segreto civile in una struttura capace di operare direttamente sul terreno della lotta alle organizzazioni mafiose e all’eversione criminale.

E fu precisamente qui che si aprirono le crepe, che avrebbero segnato lo scontro degli anni a venire. Gianni De Gennaro, allora dirigente della squadra mobile, lavorava a un progetto radicalmente alternativo: la Direzione investigativa antimafia, una struttura svincolata dai Servizi, dalla direzione generale della polizia e dal governo stesso, destinata a diventare il centro operativo della nuova stagione antimafia. Un progetto che trovava sostegno in Luciano Violante e in taluni magistrati antimafia, e che avrebbe concentrato in un unico snodo istituzionale il controllo sui collaboratori di giustizia e, attraverso di essi, la capacità di orientare indagini, processi e carriere.

Liquidato il progetto di Contrada, De Gennaro creò la DIA e ne assunse il controllo. L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga avrebbe definito quella struttura, chiedendone la soppressione, «la nostra “polizia politica”, la nostra Ovra, la nostra Gestapo, il nostro KGB». Non era un giudizio isolato, quanto, piuttosto, la sintesi di una preoccupazione istituzionale che attraversava trasversalmente lo Stato.

Il caso emblematico, e il più rivelatore dal punto di vista strutturale, riguardò Tommaso Buscetta. Era stato Contrada a individuarlo in Brasile, a contattarlo attraverso il capo della squadra mobile Ignazio D’Antone, anche lui in seguito finito nel redde rationem di cui sopra, e a predisporsi per andarlo a prendere di persona.

De Gennaro lo precedette, gli soffiò il pentito e lo consegnò a Falcone. Ma quella consegna era nominale. Buscetta rimase sempre e soprattutto sotto il controllo di De Gennaro, che lo gestì direttamente per tutti gli anni italiani e continuò a seguirlo anche dopo che, concluso il Maxiprocesso, fu trasferito negli Stati Uniti. Come osservò con immagine icastica sempre Lino Jannuzzi, De Gennaro era il ventriloquo: «come il ventriloquo, De Gennaro parla per bocca di Buscetta, come parlerà, e accuserà e farà processare e farà condannare, con la voce di tutti gli altri “pentiti”».

Il meccanismo, tuttavia, sembra rivelarsi nella sua architettura più precisa attraverso i due verbali di interrogatorio che Buscetta firmò a quasi dieci anni di distanza. Nel verbale del settembre 1984, reso davanti a Caponnetto e Falcone, Buscetta dichiarò che a Palermo gli organi di polizia avevano sempre fatto il loro dovere.

Il riferimento a Riccobono, introdotto «solo per completezza», valeva come conferma di quella convinzione. Ossia a dire: era Riccobono il confidente della polizia, non viceversa, tanto che nell’ambiente lo chiamavano «lo sbirro» e di lì a poco lo avrebbero eliminato, come ricorda Jannuzzi. Anni dopo, ripescato da De Gennaro negli Stati Uniti e interrogato dagli eredi di Falcone nell’ambito delle indagini su Contrada, Buscetta ribaltò completamente quella versione: era Contrada, disse, il confidente di Riccobono, colui che lo informava delle indagini e lo avvertiva in anticipo delle retate.

Interrogato su questa inversione radicale, Buscetta spiegò che il verbale del 1984 era stato «una imposizione di Falcone», che Falcone «non aveva approfondito l’argomento» e che, se mancava qualcosa, era perché Falcone non aveva fatto le domande giuste. Una spiegazione che, nella sua stessa logica interna, scaricava sulla memoria di un uomo che non poteva più difendersi la responsabilità della lacuna. Il soggetto era diventato complemento oggetto, concludeva Jannuzzi nel suo articolo: bastava invertire i ruoli tra il boss e il poliziotto perché Contrada diventasse un rinnegato.

Di non dichiarato – http://www.ansa.it/legalita/rubriche/cronaca/2015/05/22/strage-di-capaci-falcone_cf2b4939-b546-429c-8ff4-c2990cd9b0fd.html?idPhoto=2, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5462891

Vale la pena soffermarsi su ciò che accadde subito dopo quel primo verbale. Falcone, per scrupolo professionale, trasmise gli atti alla Procura della Repubblica affinché si accertasse la natura dei rapporti tra Contrada e Riccobono. L’indagine si concluse con l’archiviazione: la notizia di presunte tolleranze di Contrada nei confronti di Riccobono fu ritenuta manifestamente infondata, mentre la documentazione raccolta attestava un’intensa attività di polizia giudiziaria svolta dallo stesso Contrada nei confronti del boss e della sua cosca.

Caponnetto, che all’epoca dirigeva l’Ufficio Istruzione, si preoccupò persino di inviare a Contrada, in una busta personale e riservata, la fotocopia dell’ordinanza di archiviazione accompagnata da un breve biglietto manoscritto con i propri saluti. Quel documento sarebbe diventato, anni dopo, un elemento cruciale del dibattimento.

Perché al processo Caponnetto testimoniò in senso opposto: dichiarò che Buscetta, sia pure con riluttanza, aveva accennato nell’incontro del settembre 1984 a complicità e corruzioni all’interno della Questura di Palermo. Il presidente del Tribunale fece rilevare la contraddizione con il verbale, che riportava testualmente il contrario.

Caponnetto rispose con «se», «ma», «non so», «può darsi», «non ricordo», «forse», concludendo con l’ipotesi di una «cattiva verbalizzazione», e aggiungendo che se qualcosa non era stato scritto, ciò non dipendeva da lui, anche lasciando intendere una possibile responsabilità di Falcone.

Quando la difesa esibì il biglietto manoscritto che dimostrava come Caponnetto fosse stato personalmente informato dell’archiviazione, il magistrato disse di non ricordarlo, sostenendo di averlo inviato per semplice cortesia su richiesta telefonica dello stesso Contrada. Le annotazioni delle agende di quest’ultimo, con i numerosi incontri e telefonate registrati tra il 1983 e il 1985, raccontavano tuttavia di rapporti ben più frequenti e sostanziali di quanto Caponnetto fosse disposto ad ammettere in aula.

C’era poi l’episodio della stretta di mano. Caponnetto aveva raccontato che Falcone, subito dopo aver salutato Contrada al termine di un interrogatorio sull’omicidio Mattarella, si era ostensibilmente pulito le mani sui pantaloni. Il Presidente del Tribunale osservò che dagli atti quella verbalizzazione non risultava essere stata condotta dall’Ufficio Istruzione, bensì dal Procuratore della Repubblica in persona, alla presenza del solo Caponnetto. Falcone non c’era. La risposta del testimone fu che il gesto doveva allora essere avvenuto in un’altra occasione: un’occasione che non emerse mai nel dibattimento, semplicemente perché non risultava che Caponnetto e Falcone avessero mai verbalizzato insieme dichiarazioni di Contrada.

Pesava anche il silenzio del libro: «I miei giorni a Palermo», pubblicato nell’ottobre 1992, cinque mesi dopo la strage di Capaci e due mesi prima dell’arresto di Contrada, non conteneva il minimo riferimento critico alla sua persona. Eppure Caponnetto era già, a quella data, depositario dei gravi giudizi negativi che Falcone gli avrebbe confidato.

Questa sensazione di accerchiamento di Bruno Contrada non viveva soltanto nelle carte processuali, manifestandosi in maniera cruda anche a livello fisico. Il malore in aula, l’ospedale, il tentativo di impossessarsi della pistola del carabiniere di guardia, la siringa infilata nel collo, l’implorazione di essere lasciato morire. E quella parola, «Caino», lanciata dalla moglie Adriana nella stanza di rianimazione: non semplicemente un’accusa a un collega, ma la sintesi di un’interpretazione complessiva, ossia che dietro il caso Contrada ci fosse non una fatalità giudiziaria, ma una volontà deliberata di annientamento.

La memoria di Contrada difficilmente cesserà di essere divisiva, tuttavia la sua storia sembra trascendere ogni possibile giudizio di assoluzione o di condanna, chiamandoci, piuttosto, a riconoscere la struttura di una vicenda nella quale gli strumenti dello Stato – collaboratori di giustizia, verbali, testimonianze e meccanismi processuali – furono piegati a una logica di potere che nulla aveva a che fare con la ricerca della verità.

Bruno Contrada è stato un uomo delle istituzioni che mai fu sconfitto dalla mafia, ma che venne travolto da una guerra combattuta all’interno di quelle istituzioni a cui dedicò la propria vita.

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