C’è un’immagine che aiuta a capire il punto. Quando un latitante viene arrestato, spesso la prima domanda che fa è: chi siete? Non è soltanto paura. È quasi un riflesso di sollievo. Per un istante vuole capire se è finito nelle mani della polizia oppure in quelle dei nemici.
Se l’hanno preso gli uomini dello Stato, almeno sa con chi ha a che fare. Se invece sono arrivati altri, allora la faccenda cambia: non siamo più nel campo dell’autorità, ma in quello della regolazione privata della forza.
Con il mercato nero delle informazioni stiamo entrando in una zona simile. In linea di principio, essere spiati da un’autorità pubblica è già abbastanza grave.
Ma il livello raggiunto oggi dal dossieraggio clandestino e para-clandestino produce un rovesciamento inquietante: quasi quasi bisognerebbe tirare un sospiro di sollievo se a curiosare nella propria vita fosse un’autorità, cioè un potere almeno formalmente autorizzato, riconoscibile, teoricamente sindacabile.
Il problema è che attorno a quel potere si è formato un altro spazio: privato, opaco, mercenario, dove informazioni riservate, accessi abusivi e relazioni con pezzi di apparato circolano come merci.
Le perquisizioni disposte dalla Procura di Roma nell’indagine sulla cosiddetta “Squadra Fiore” confermano esattamente questo salto di qualità.
Non solo perché si procede per accesso abusivo a sistemi informatici, violazioni della privacy ed esercizio abusivo della professione, ma soprattutto perché il nuovo filone viene descritto come collegato all’inchiesta milanese su Equalize, con uno scambio di informazioni top secret nascosto dietro la fornitura di banali servizi investigativi.
In parallelo, a Roma si muove anche un altro segmento dell’indagine, per truffa e peculato, che riguarda ex appartenenti ai servizi segreti.
Ed è forse questa la novità più importante. Non siamo più soltanto davanti al vecchio schema del poliziotto infedele, dell’investigatore senza scrupoli o del faccendiere con buone entrature.
Qui comincia a emergere qualcosa di più stabile: un ecosistema. Non una banda, non una semplice deviazione, ma una zona grigia in cui professionalità maturate dentro lo Stato, accessi costruiti ai margini della legalità, coperture societarie e committenze private si incontrano e si scambiano valore.
Il dossier, in fondo, è solo il prodotto finale. La merce vera è un’altra: la possibilità di vedere senza essere visti, di sapere senza averne titolo, di trasformare la prossimità al potere pubblico in un servizio privato.

È questo il dato politicamente più rilevante. Per anni ci si è raccontati che il problema fosse la violazione della privacy. Ma la privacy, da sola, non basta più a descrivere il fenomeno. Qui non è in gioco solo il diritto individuale a non essere spiati. Qui è in gioco la sovranità del potere informativo.
Chi controlla davvero le informazioni sensibili? Chi può accedervi? Chi le conserva? Chi le vende? E soprattutto: quanta parte del sapere prodotto o protetto dallo Stato continua a vivere, dopo lo Stato, nelle reti personali, nei contatti, nelle fedeltà residue e nei servizi a pagamento?
La connessione tra Equalize e Squadra Fiore rende questo interrogativo ancora più netto. Quando era emerso il caso milanese, si poteva ancora fingere di essere davanti a una centrale anomala del dossieraggio, un incidente patologico, una struttura deviata ma circoscritta. Adesso quella lettura regge meno.
Se tra Milano e Roma gruppi diversi si scambiano informazioni riservate mascherandole da normali servizi investigativi, allora il problema non è più una struttura fuori controllo. Il problema è la replicabilità del modello. Equalize non appare più come un’eccezione. Comincia ad assomigliare a un precedente.
Ed è qui che il linguaggio della cronaca giudiziaria rischia di essere fuorviante. Quando si parla di “gruppo clandestino”, si suggerisce l’idea di qualcosa che stia fuori dal sistema, nascosto nelle sue cantine. Ma il punto è esattamente l’opposto: questo mondo sembra stare perfettamente dentro il sistema.
Vive delle sue relazioni, delle sue continuità, delle sue carriere finite solo sulla carta. Non è il sottosuolo del potere. È uno dei suoi prolungamenti. L’ex appartenenza agli apparati non smette di produrre valore quando termina il servizio; anzi, può diventare ancora più preziosa nel privato, dove non ci sono più le stesse regole ma restano contatti, metodi, linguaggi, accessi indiretti.
Per questo sarebbe un errore raccontare la vicenda come l’ennesima storia italiana di apparati deviati. Quella formula rassicura, perché lascia intendere che esista un centro sano da cui ogni tanto si stacca qualche frammento malato. Ma quello che si intravede è un’altra cosa: una privatizzazione opaca di funzioni sensibili.
Raccolta di informazioni, profilazione, accesso a banche dati, costruzione di dossier, protezione delle committenze. Non più soltanto abuso del potere autorizzato, ma proliferazione di poteri non autorizzati che ne imitano i metodi, ne sfruttano i residui, ne commercializzano i vantaggi.
Il punto, allora, non è stabilire soltanto chi spiava chi. Il punto è capire che tipo di ordinamento si produce quando il sapere sensibile smette di essere monopolio, pur discutibile, dell’autorità pubblica e diventa terreno di scambio tra ex apparati, società private e clienti interessati. In quel momento non vacilla solo la privacy. Vacilla il confine stesso tra Stato e mercato, tra funzione pubblica e servizio privato, tra autorità e favore.
Ecco perché l’immagine iniziale non è soltanto un paradosso. In un paese normale, essere spiati da un’autorità dovrebbe bastare a preoccupare chiunque. In un paese in cui prospera un mercato nero delle informazioni, invece, si arriva quasi a pensare che sarebbe la soluzione meno peggiore.
Almeno l’autorità, quando agisce, ha un nome, una divisa, una firma, una catena di comando da esibire o da occultare. Il mercato nero no. Il mercato nero osserva, raccoglie, scambia, vende. E soprattutto non risponde.



