Nel dicembre 2025, mentre l’Italia faceva quello che le riesce più naturale — dimenticare, consumando le storie fino a renderle innocue — Gianpaolo Tarantini ha finito di scontare la sua ultima condanna: affidamento in prova ai servizi sociali concluso, pena espiata, fine dei giochi giudiziari.
Tarantini non è un nome neutro. È l’imprenditore barese che tra il 2008 e il 2009 finisce al centro dello scandalo delle escort portate alle serate dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La Cassazione, nel 2021, ha reso definitiva la condanna a 2 anni e 10 mesi per reclutamento e favoreggiamento legati a quel giro.
La tentazione è archiviarlo come una vecchia fotografia italiana: “cene eleganti”, “bunga bunga”, cronaca, satira, il Paese che ride e passa oltre. Solo che, mentre quella foto scoloriva, negli Stati Uniti il nome di Jeffrey Epstein continuava a tornare come un incendio che non smette di riprendere aria: non solo per i reati, ma per ciò che quel caso dice sul rapporto tra sesso e potere quando il sesso smette di essere un vizio e diventa un metodo.
Il collegamento tra Tarantini ed Epstein non è una somma di scandali, e nemmeno una falsa equivalenza. Il collegamento è una cornice che si ripete, uno schema, in scale e con violenze diverse: il sesso come chiave. La chiave per costruire un recinto protetto per i potenti. E quando esiste un recinto protetto, la merce più preziosa non è ciò che accade lì dentro, ma ciò che si può sapere di ciò che accade lì dentro.
A Roma, negli anni berlusconiani del mignottismo senza limitismo, e parliamo più di prostituzione intellettuale verso il potere che di soli corpi, il teatro non è stato un locale qualunque. Il giro gravitava attorno a luoghi che, sulla carta, sono perimetro sensibile per i nostri servizi di sicurezza, dell’estensione del segreto di Stato sulle “case del premier”, includendo anche Palazzo Grazioli.
Quindi una sorta di confini nazionali, che, se violati, mettono a rischio la sicurezza dell’Italia intera. Eppure, in quell’area sensibile e riservata entravano cani e porci. E non sono due parole che qui usiamo a caso. Cani e porci, letteralmente.
In un ecosistema così compromesso, la festa è una parola che inganna. La festa, quando si ripete, diventa procedura. E quando diventa procedura, produce ruoli: chi invita, chi seleziona, chi accompagna, chi introduce, chi fa da cerniera. L’intermediario non è solo uno che “organizza”: è uno che sa.
Sa chi entra, chi torna, chi chiede, chi pretende, chi si lascia andare. Quella conoscenza, in un Paese normale, sarebbe spazzatura. In un Paese di potere è patrimonio: non per ciò che vale “in euro”, ma per ciò che vale come leva, anche solo come possibilità di esposizione.
Epstein è l’altra estremità: la stessa logica portata a un livello più crudele e più efficiente, dove lo sfruttamento non è un contorno ma la struttura. Nell’incriminazione federale del 2019, i magistrati descrivono un sistema di sex trafficking di minorenni: ragazze anche di 14 anni, adescate con denaro, portate in luoghi controllati, abusate; e poi pagate per reclutare altre minorenni, creando una catena. È un modello seriale: se una parte si rompe, se ne sostituisce un’altra. La persona ridotta a ingranaggio.
La giustizia americana, su un punto, è stata netta: il sistema non stava in piedi da solo. Ghislaine Maxwell è stata condannata a 20 anni per aver cospirato con Epstein, reclutando e facilitando abusi su minori. Anche questo è un dettaglio che vale più di mille commenti: i sistemi di potere, per funzionare, hanno sempre bisogno di qualcuno che gestisca il lato pratico, che tenga insieme il “privato” e la macchina, che trasformi l’orrore in routine.
Da qui, ricatto e spionaggio smettono di essere parole da romanzo e diventano funzioni. Il ricatto non è la minaccia urlata. È la condizione in cui la minaccia non serve pronunciarla. Funziona perché è plausibile. In un ambiente costruito per abbassare le difese — dei potenti e delle vittime — la plausibilità è automatica: basta che uno pensi che qualcuno sappia, o che possa dimostrarlo, o che possa raccontarlo nel momento peggiore.
Lo spionaggio, dentro questa cornice, non è necessariamente “servizi segreti” in senso stretto. È una forma di raccolta di informazioni sensibili attraverso contesti chiusi, ripetuti, controllati. È la produzione sistematica di vulnerabilità: chi entra in un recinto così, entra anche in una possibilità di essere ricordato, registrato, esposto.

Non serve la microspia se c’è la routine. Non serve la cabina di regia se c’è l’abitudine. E non serve nemmeno che il ricatto venga esercitato: è sufficiente che possa essere esercitato, perché la sola idea cambia comportamenti, alleanze, prudenza, silenzi.
A fine gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia Usa ha annunciato il rilascio di oltre 3 milioni di pagine aggiuntive, con più di 2.000 video e 180.000 immagini, arrivando a circa 3,5 milioni di pagine prodotte in totale in base all’“Epstein Files Transparency Act”. Una geografia di contatti, spostamenti, luoghi, abitudini dei potenti che diventa automaticamente materia politica, oltre che di ricatto.
Tra le altre cose, c’è un punto di contatto tra le vicende di Epstein e quelle dell’impero mediatico costruito da Silvio Berlusconi, che emerge dalla mole di documenti resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia Usa: negli Epstein files compaiono due email del marzo 2012 in cui David Stern (consigliere economico vicino al principe Andrea) gira a Epstein “informazioni super confidenziali” sulle mosse finanziarie imminenti attorno a Endemol — la casa produttrice del Grande Fratello, allora in default e partecipata anche da Mediaset — anticipando dinamiche su debito, investitori e cordate.
È un dettaglio che torna al punto centrale: il recinto non produce solo scandalo, produce soprattutto asimmetria informativa, e l’informazione, quando passa di mano nel buio, diventa merce di potere.
Nel caso Tarantini, l’archivio non ha la stessa scala né la stessa brutalità, ma la funzione è riconoscibile: costruire una zona in cui il potere si comporta come se fosse fuori dal mondo, salvo poi ricordarsi che il mondo esiste quando la storia esce dal recinto. A quel punto arriva lo scandalo, che è una forma di igiene: si isola il mediatore, si riduce tutto a commedia o a vergogna privata, si mette in salvo la cornice.
Lo schema del “sacrificio” di Tarantini ripete quello utilizzato nel mondo berlusconiano per Marcello Dell’Utri nel concorso esterno per mafia. Il meccanismo è antico: quando l’opaco diventa ingestibile, il potere fa pulizia sacrificando l’anello più esposto. L’intermediario paga — penalmente, mediaticamente, socialmente — mentre il vertice si riposiziona: prima lo chiamava “privato”, poi lo chiama “scandalo”. È un modo per salvare la cornice, isolando il personaggio che la rendeva praticabile.
La differenza morale e giudiziaria tra i due casi resta enorme e va lasciata intatta: Epstein, negli atti federali, è un sistema di traffico sessuale e abusi su minorenni; Tarantini si muoveva nel sesso a pagamento tra adulti, dentro dinamiche di potere, denaro e asimmetria sociale, con l’aggravante politica del contesto in cui quel circuito ruota. Non sono “la stessa cosa”, e non avrebbe senso fingere che lo siano.
Il punto comune, però, è un altro: quando esseri umani vengono trattati come strumenti — di piacere, di accesso, di intrattenimento — l’uscita non è mai soltanto l’abuso. L’uscita è informazione. E l’informazione, quando tocca chi comanda, raramente resta informazione: diventa potere, condizionamento, ricattabilità. Non serve dimostrare che qualcuno abbia “premuto il bottone”. Basta osservare che la macchina, per come è fatta, produce bottiglie di benzina in un deposito pieno di fiammiferi.
È anche per questo che è utile ricordare la vicenda di Tarantini, senza puntare l’indice contro la persona, perchè comunque ha pagato il suo debito con la giustizia e sostiene di aver compreso i suoi errori. Ma il suo fine pena non chiude la domanda: la sposta.
Se un intermediario può rendersi indispensabile facendo entrare persone in un perimetro del potere, significa che il potere quella porta l’ha lasciata aperta per convenienza. E quando la convenienza finisce, il potere fa l’unica cosa che fa sempre bene: cambia versione. Prima si chiama “privato”. Poi, quando diventa ingestibile, si chiama “scandalo”.
L’Italia dimentica sempre. Ha dimenticato Tarantini e per questo si scandalizza, o, più esattamente, fa finta di scandalizzarsi per Epstein. Ignorando che lo schema messo in piedi da entrambi, a livelli diversi, non è un frutto del loro sacco.
E’ un ecosistema di sesso come chiave, sfruttamento come metodo, per arrivare alle informazioni come merce del potere. In Italia come negli Usa appartiene al potere quando decide di abbassare le luci e costruire recinti. E i recinti, prima o poi, producono sempre la stessa cosa: qualcuno che sa troppo e qualcuno che teme chi sa troppo. Oltre, è già successo, a qualcuno che viene fatto fuori.



