L’abolizione dell’Iva sull’elettricità non è una rivoluzione sociale. Ma è un segnale politico preciso. Andy Burnham, diventato primo ministro britannico il 20 luglio, ha scelto di inaugurare il proprio governo intervenendo direttamente su una delle spese che pesano sui bilanci familiari.
Dal primo ottobre l’imposta passerà dal 5% a zero: il risparmio medio sarà di circa 45 sterline l’anno, mentre il costo per lo Stato è stimato in 850 milioni nel 2026-27. La misura dovrebbe ridurre l’inflazione di appena un decimo di punto. Poco sul piano economico, molto di più su quello simbolico.
Burnham ha poi annunciato il ritorno del tetto di due sterline per una corsa in autobus in Inghilterra, dal gennaio 2027. Anche in questo caso il beneficio individuale non cambierà da solo le condizioni materiali del paese, ma indica una diversa gerarchia delle priorità: trasporti, energia e costo della vita prima delle grandi promesse astratte.
La domanda, tuttavia, è se queste misure rappresentino l’inizio di una svolta oppure soltanto una strategia comunicativa più efficace. Burnham riuscirà davvero a ricostruire la credibilità sociale del Labour oppure finirà per amministrare, con un linguaggio più empatico, gli stessi vincoli che hanno travolto Keir Starmer?
Il fallimento politico di Starmer
Da sinistra, il principale errore di Starmer non è stato semplicemente aver tagliato lo Stato sociale. Il suo governo ha anche assunto decisioni in direzione opposta: ha progressivamente ripristinato il contributo invernale per milioni di pensionati e ha abolito, dall’aprile 2026, il limite dei due figli nell’Universal Credit. Quest’ultimo intervento dovrebbe sottrarre alla povertà relativa circa 450mila bambini entro la fine della legislatura.
Il problema è stato il percorso scelto. Starmer era arrivato al governo promettendo ricostruzione e sicurezza sociale, ma aveva iniziato colpendo il contributo per il riscaldamento dei pensionati e progettando una forte riduzione delle prestazioni destinate alle persone malate o con disabilità.
Il piano originario avrebbe prodotto risparmi superiori a cinque miliardi di sterline entro il 2029-30, configurandosi come il maggiore intervento restrittivo sul welfare da un decennio. Le proteste delle associazioni e la ribellione dei parlamentari laburisti costrinsero il governo a ridimensionarlo; le misure successivamente definite restavano comunque orientate a ottenere 1,9 miliardi di risparmi entro il 2030-31.
Starmer ha quindi pagato due volte. Prima ha deluso la base sociale del Labour, accettando la rappresentazione conservatrice di un sistema assistenziale fuori controllo. Poi ha perso autorità ritirando o attenuando alcune delle misure sotto la pressione del partito e dell’opinione pubblica. I ripensamenti hanno corretto decisioni sbagliate, ma non hanno costruito un’identità riconoscibile.
Il suo fallimento è stato soprattutto politico e culturale: ha trattato la protezione sociale come una voce da ridurre prima ancora di aver dimostrato che lo Stato fosse in grado di creare lavoro dignitoso, curare le persone e garantire abitazioni accessibili.
Il paese che Burnham eredita
Il nuovo premier non riceve soltanto un Labour diviso. Eredita una società nella quale il rallentamento dell’inflazione non ha cancellato gli effetti di anni di salari stagnanti e servizi indeboliti. A giugno l’inflazione era scesa al 2,6%, ma la crescita reale delle retribuzioni ordinarie si era ridotta allo 0,3%. Il mercato del lavoro mostrava inoltre una diminuzione degli occupati registrati nelle buste paga e un calo continuo dei posti vacanti.
Nel 2025, 1,9 milioni di bambini vivevano in condizioni di grave deprivazione materiale, il 13% del totale. Circa 3,5 milioni non avevano accesso ad alcuni beni o attività considerati essenziali e il 14% viveva in famiglie con insicurezza alimentare. Le stesse proiezioni governative stimano che nel 2030 resteranno ancora 3,6 milioni di minori sotto la soglia di povertà relativa dopo le spese per l’abitazione.
È su questo terreno che Starmer ha perso consenso. Non perché gli elettori pretendessero necessariamente una trasformazione socialista immediata, ma perché non hanno percepito un miglioramento sufficiente della propria vita quotidiana. Burnham sembra aver compreso che un governo laburista deve rendere visibile fin dai primi giorni la propria utilità sociale.
Il “Manchesterismo” alla prova nazionale
La principale risorsa politica di Burnham è l’esperienza maturata fuori da Westminster. Da sindaco della Greater Manchester ha riportato l’intera rete degli autobus sotto il controllo delle istituzioni locali, completando il processo di franchising nel gennaio 2025. Non si è trattato di una nazionalizzazione tradizionale: gli operatori privati continuano a svolgere il servizio, ma itinerari, tariffe e frequenze vengono decisi dall’autorità pubblica.
È una forma di socialdemocrazia municipale e pragmatica: sottrarre alcuni servizi fondamentali alla pura logica del mercato senza promettere la statalizzazione di tutta l’economia. Burnham punta ora ad applicare questo metodo alla scala nazionale, combinando decentramento, trasporto pubblico, edilizia sociale, rigenerazione industriale e maggiore integrazione tra sanità e assistenza.
La proposta più impegnativa riguarda un servizio nazionale per l’assistenza sociale, capace di affiancare il sistema sanitario pubblico. È una questione irrisolta da decenni: le cure sanitarie sono prevalentemente gratuite, mentre l’assistenza alle persone anziane o non autosufficienti dipende ancora dal reddito, dal patrimonio familiare e dalle disponibilità dei comuni.

Burnham ha indicato questa riforma come uno degli obiettivi centrali del mandato, ma non ha ancora definito con precisione come finanziarla.
Anche la lotta per ridurre i senzatetto mostra opportunità e limiti del suo metodo. Da premier ha stanziato altri 340 milioni di sterline e promesso di affrontare il fenomeno attraverso abitazioni e sostegno continuativo. Ma il precedente obiettivo di eliminare le persone costrette a dormire per strada nella Greater Manchester non è stato pienamente raggiunto.
L’esperienza locale dimostra che i programmi di emergenza possono funzionare, ma non bastano senza un’offerta strutturale di case popolari, servizi sanitari e sostegno al reddito.
Il rischio di una sinistra dei piccoli sconti
L’azzeramento dell’Iva sull’elettricità presenta anche un limite distributivo. Lo sconto raggiunge tutti, comprese le famiglie ad alto reddito, e il suo valore medio è modesto. Per i nuclei poveri 45 sterline sono utili, ma non compensano affitti elevati, bollette, precarietà lavorativa o eventuali riduzioni delle prestazioni sociali.
Anche il finanziamento delle prime iniziative solleva dubbi. Il taglio dell’Iva dovrebbe essere coperto rinunciando al progetto di identità digitale impostato dal governo precedente, sebbene esponenti dell’ex esecutivo sostengano che quel programma non disponesse ancora di una copertura effettiva.
Il tetto agli autobus sarà finanziato in parte trasformando contributi internazionali per il clima in prestiti. Sono soluzioni contabili che permettono di agire rapidamente, ma non costituiscono ancora una strategia redistributiva.
Il pericolo è la costruzione di una sinistra dei piccoli sconti: qualche sterlina risparmiata sull’energia, sugli autobus o sui consumi, mentre restano intatti i rapporti che producono povertà e insicurezza. Senza un aumento dell’edilizia pubblica, una maggiore protezione degli affittuari, salari più alti e servizi locali adeguatamente finanziati, il sollievo immediato rischia di essere assorbito in pochi mesi.
La gabbia fiscale
Burnham deve però confrontarsi con conti pubblici difficili. L’Office for Budget Responsibility prevede che il debito pubblico salga dal 94,5% del prodotto interno lordo nel 2025-26 al 96,5% nel 2028-29. Il deficit era ancora pari al 4,3% del Pil e il costo degli interessi rende il bilancio britannico particolarmente esposto alle oscillazioni dei mercati.
Questi vincoli sono reali, ma non sono politicamente neutrali. Decidere di finanziare la protezione sociale comprimendo i sussidi per la disabilità è una scelta; tassare maggiormente rendite, grandi patrimoni, proprietà immobiliari di valore o guadagni finanziari è un’altra. Il punto decisivo non è soltanto quanto denaro abbia lo Stato, ma da chi intenda raccoglierlo e a beneficio di chi voglia spenderlo.
Per il momento Burnham ha mantenuto le regole fiscali ereditate, escluso aumenti delle principali aliquote sul reddito e rinunciato a sbloccare le soglie esenti dall’imposta. Ha inoltre affidato il Tesoro a John Healey, incaricato di rassicurare i mercati e contenere la spesa. Sono segnali di prudenza che riducono il rischio di una crisi finanziaria, ma restringono lo spazio per la ricostruzione dello Stato sociale.
Una possibilità, non ancora una svolta
Burnham ha probabilmente un istinto politico migliore di Starmer. Comprende che la sicurezza economica deve essere percepibile, che i servizi pubblici costruiscono consenso e che un governo progressista non può parlare alle persone soltanto di disciplina, sacrifici e tempi lunghi.
Ma il cambiamento di tono non equivale ancora a un cambiamento di modello. Le prime misure indicano una correzione socialdemocratica, non una rottura con l’impostazione economica precedente.
Burnham riuscirà dove Starmer ha fallito soltanto se userà il consenso iniziale per affrontare le cause della crisi: abitazioni troppo costose, salari deboli, servizi locali impoveriti, assistenza sociale affidata alle famiglie e un sistema fiscale più severo con il lavoro che con la ricchezza.
Se invece manterrà i tagli al welfare, finanzierà ogni intervento sociale riducendo un’altra voce di spesa e limiterà la propria azione a una sequenza di sconti, sarà ricordato come uno Starmer più comunicativo e più vicino al paese.
Se riuscirà a trasformare il pragmatismo di Manchester in una politica nazionale di redistribuzione e controllo pubblico, potrà riaprire uno spazio che la sinistra britannica sembrava aver perduto.



