Keir Starmer rischia una batosta elettorale non perché sia troppo di sinistra. Rischia una batosta perché è diventato il volto più ordinato, più grigio, più amministrativo del fallimento della sinistra europea davanti all’avanzata della destra. Il problema non è solo perdere voti. È perdere funzione. A cosa serve una sinistra di governo se, quando deve rispondere alla paura sociale, usa il vocabolario dei tagli, dei confini, della disciplina fiscale, del povero da attivare e del migrante da contenere?
Le elezioni locali in Inghilterra e il voto in Scozia e Galles arrivano come primo grande processo politico al governo Labour. Il partito rischia perdite pesanti, stretto a sinistra dai Verdi, a destra da Reform UK di Nigel Farage, mentre in Scozia e Galles pesano anche le forze nazionaliste. Ma il punto non è soltanto il risultato. Il punto è il paradosso: Starmer ha cercato di togliere spazio alla destra accettandone il terreno culturale. E ora la destra cresce comunque.
È una scena che ormai conosciamo in tutta Europa. In Germania la Spd è uscita devastata dalle elezioni federali del 2025, mentre AfD raddoppiava i consensi e diventava seconda forza nazionale.
In Francia, il centrosinistra ha passato anni a oscillare tra subalternità al macronismo, frammentazione e rincorsa all’ordine, lasciando che il Rassemblement National provasse a presentarsi come il partito della protezione sociale dei dimenticati.
In Italia, la sinistra di governo ha spesso accettato la stessa grammatica: compatibilità, responsabilità, prudenza, sicurezza, mentre lavoro povero, casa, sanità e salari restavano terreno di conquista per la rabbia della destra.
Starmer non è un’eccezione britannica. È la versione più nitida di una malattia europea. La sinistra governa promettendo serietà, competenza, responsabilità. Poi, appena arriva davanti alle contraddizioni materiali — povertà, welfare, migrazioni, casa, lavoro povero, servizi pubblici — si convince che l’unico modo per sembrare credibile sia non sembrare troppo di sinistra.
Allora taglia, restringe, seleziona, controlla, rassicura i mercati, insegue gli elettori conservatori, parla di sostenibilità della spesa sociale e di confini da riprendere sotto controllo. Alla fine non batte la destra. Le certifica la ragione.
Sul welfare, il governo Starmer ha presentato la riforma Pathways to Work, con restrizioni su sussidi legati a salute e disabilità. Secondo la valutazione ufficiale, le misure avrebbero dovuto generare risparmi per 4,8 miliardi di sterline entro il 2029-2030, di cui 4,5 miliardi sui sussidi di malattia e disabilità per persone in età lavorativa.
Tradotto dal linguaggio del Tesoro: quando il governo Labour cerca soldi, li trova anche sui corpi fragili. La rivolta interna al Labour ha costretto il governo ad ammorbidire il piano. Ma anche la versione ridotta, secondo le stime riportate da Reuters, potrebbe spingere 150 mila persone in più in povertà relativa entro il 2030; la versione iniziale ne avrebbe spinte 250 mila.
Non è un dettaglio tecnico. È la prova che una certa “responsabilità” di bilancio ha sempre un indirizzo sociale preciso. Non cade mai nel vuoto. Cade su qualcuno.
La formula è sempre la stessa: non si taglia, si riforma. Non si impoverisce, si incentiva il lavoro. Non si punisce, si rende il sistema sostenibile. Ma quando una riforma del welfare produce più poveri, bisognerebbe avere almeno la decenza di chiamarla con il suo nome. Non è modernizzazione. È sottrazione. E se a farla è un governo Labour, il problema non è solo contabile. È storico.
Lo stesso schema si è visto con il winter fuel payment, il contributo per il riscaldamento invernale dei pensionati. Il governo Labour ha trasformato un sostegno quasi universale in un aiuto selettivo: lo riceve solo chi supera il filtro del bisogno certificato.
Secondo l’analisi governativa riportata dal Guardian, circa 10 milioni di pensionati sarebbero stati colpiti dalla stretta e circa 780 mila pensionati che avrebbero diritto al pension credit avrebbero perso comunque il pagamento perché non lo richiedono.
Anche qui, la parola d’ordine è razionalizzare. Solo che la razionalizzazione, quando incontra una pensione bassa e una bolletta alta, diventa freddo. È una stanza non riscaldata. È una persona anziana che misura le ore del termosifone. È la povertà che entra nel corpo, non nel dibattito televisivo.

Starmer non ha inventato l’austerità britannica. I conservatori hanno avuto quattordici anni per svuotare servizi pubblici, amministrazioni locali, sanità, welfare e fiducia sociale. Ma proprio per questo il Labour avrebbe dovuto rappresentare una rottura. Invece spesso sembra la prosecuzione con tono più educato. Meno sguaiata, meno volgare, meno caricaturale. Ma non per questo meno dura per chi sta in basso.
Poi c’è l’immigrazione. Ed è qui che il fallimento diventa culturale prima ancora che politico. Nel maggio 2025 Starmer ha presentato una stretta sull’immigrazione promettendo di ridurre in modo significativo la migrazione netta.
Nel discorso ha avvertito che, senza nuove restrizioni, il Regno Unito rischierebbe di diventare un’“isola di estranei”. La frase ha provocato accuse durissime, anche dentro il Labour, per l’eco della retorica di Enoch Powell e per il tentativo evidente di inseguire il linguaggio della destra populista.
Quando un primo ministro laburista parla dei migranti come di una minaccia alla coesione nazionale, Nigel Farage non deve nemmeno vincere il dibattito. Lo ha già vinto. Perché la vittoria della destra non consiste soltanto nel prendere seggi. Consiste nel costringere gli altri a parlare la sua lingua. Prima il migrante diventa problema. Poi emergenza. Poi numero da ridurre. Poi corpo da selezionare.
La tragedia politica è che tutto questo avviene in un Paese che ha bisogno del lavoro migrante. Nel sistema sanitario, nella cura, nei servizi, nell’assistenza, nell’agricoltura, nella logistica.
Come in Italia, anche nel Regno Unito la retorica anti-migranti convive con la dipendenza materiale dal lavoro straniero. La politica indica lo straniero come problema, poi l’economia lo chiama per pulire, curare, assistere, consegnare, raccogliere, reggere turni che i cittadini nazionali non vogliono o non possono fare a quelle condizioni.
È la doppia morale delle democrazie stanche: respingere simbolicamente i migranti e usarli materialmente. Starmer pensava forse di parlare agli elettori perduti della classe operaia bianca, ai territori deindustrializzati, alle periferie impaurite, agli ex elettori conservatori stanchi dei conservatori.
Ma se la risposta al disagio sociale diventa “meno migranti”, “meno welfare”, “più disciplina”, allora non si sta ricostruendo una rappresentanza popolare. Si sta solo confermando la diagnosi della destra: il problema sono quelli ancora più deboli di te.
Così Reform cresce. Non perché Starmer sia troppo radicale. Non perché il Labour abbia trasformato il Regno Unito in una comune socialista. Cresce perché milioni di persone non vedono più nella sinistra una promessa materiale diversa. Vedono un governo che amministra la scarsità, taglia dove può, parla di confini, rassicura i mercati e chiede ai poveri di essere pazienti, occupabili, sostenibili, statisticamente presentabili.
La destra, almeno, offre una favola brutale. Dice: la colpa è dei migranti, delle élite, dei fannulloni, dei burocrati, dei giudici, delle minoranze, dei sussidiati. È falso, ma è una storia. La sinistra di Starmer che storia offre? Che bisogna far quadrare i conti. Che il cambiamento richiede tempo. Che non ci sono soldi. Che bisogna essere duri sui confini. Che il welfare deve essere sostenibile. Che i mercati vanno rassicurati. Che la speranza può aspettare la prossima spending review.
Non si combatte il rancore sociale con un foglio Excel. È il copione della socialdemocrazia europea quando smette di contendere alla destra il terreno materiale della vita quotidiana. Non promette più casa, salario, sanità, servizi, trasporti, protezione dalla precarietà. Promette gestione. E quando la sinistra promette solo gestione, la destra può permettersi di promettere vendetta. Una vendetta falsa, feroce, diretta contro i bersagli sbagliati, ma almeno riconoscibile per chi si sente tradito.
Starmer non è un incidente. È un sintomo. Il volto composto di una sinistra che teme più l’accusa di radicalismo che l’accusa di inutilità. Che preferisce perdere l’anima piuttosto che perdere il centro. Che prova a mostrarsi dura con i deboli per sembrare affidabile con i forti. Che pensa di disinnescare la destra copiandone una parte del programma, senza capire che la destra vive proprio di quel cedimento.
Il voto britannico dirà quanto costa tutto questo. Ma la lezione è già visibile. Se Labour perde consensi tra i lavoratori poveri verso Reform e tra gli elettori progressisti verso i Verdi, non è solo una crisi tattica. È una crisi di rappresentanza. Vuol dire che il partito che dovrebbe tenere insieme giustizia sociale e governo non riesce più a convincere né chi chiede protezione né chi chiede cambiamento.
Per fermare Farage non basta essere meno volgari di Farage. Per fermare l’estrema destra non basta amministrare con buone maniere una politica sociale punitiva. Per fermare la destra bisogna rompere il suo racconto: dire che il nemico del lavoratore povero non è il migrante, che il disabile non è un costo da comprimere, che il pensionato non è una voce da razionalizzare, che i servizi pubblici non sono un lusso, che la sicurezza non nasce dalla crudeltà ma dalla dignità materiale.
Starmer ha scelto un’altra strada. Ha cercato di dimostrare che anche il Labour sa essere severo. Il risultato è che i poveri vengono colpiti, i migranti vengono sospettati, i pensionati vengono selezionati, i disabili vengono ricalcolati, e la destra non arretra. Quando la sinistra copia la destra, perde due volte: prima perde se stessa, poi perde anche le elezioni.



