Nel Regno Unito lo stato sta uccidendo la beneficenza con le tasse. Non è una metafora: è quello che sta succedendo materialmente, con numeri precisi e conseguenze concrete su milioni di persone povere.
La British Heart Foundation ha annunciato ieri la chiusura di 150 dei suoi 640 negozi entro il 2028. Cancer Research UK ne chiuderà quasi 200. Scope ha proposto di chiudere la maggior parte dei suoi 138 punti vendita dopo perdite di un milione e mezzo di sterline.
Macmillan Cancer Support ha tagliato un quarto del personale e cancellato il programma di sostegno al disagio economico. Mencap rischia di chiudere 60 servizi per persone con disabilità.
Oxfam ha messo a rischio 265 dipendenti. Il numero di grandi charity britanniche costrette a chiudere definitivamente è aumentato del 74% in un anno — 151 nel 2024/25 contro 87 dell’anno precedente.
La causa è una sola, anche se le charity la nominano con cautela diplomatica: il governo laburista di Keir Starmer, nella manovra dell’autunno 2024, ha aumentato i contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro dal 13,8% al 15%, abbassando contemporaneamente la soglia di applicazione da 9.100 a 5.000 sterline.
La misura è entrata in vigore nell’aprile 2025. Per il settore no-profit — che non può scaricare i costi sui consumatori come fa il settore privato, e non ha le esenzioni del settore pubblico — il colpo è stato immediato e devastante. Il costo aggiuntivo stimato per l’intero comparto charity è 1,4 miliardi di sterline l’anno. Soldi che non ci sono.
Il paradosso è di quelli che fanno male. Il governo aumenta le tasse sulle charity per finanziare il welfare pubblico. Ma le charity sono ormai da molti anni il welfare pubblico per milioni di persone che il sistema statale non riesce a raggiungere.

I negozi della British Heart Foundation, di Cancer Research, di Oxfam non sono boutique del riuso: sono presidi sociali nelle high street delle città britanniche, luoghi dove i poveri comprano vestiti e mobili a prezzi accessibili, dove i volontari trovano un ruolo, dove le comunità più fragili hanno un punto di riferimento.
Chiuderli a causa della tassazione sui contributi previdenziali è come togliere l’acqua per spegnere l’incendio. A questo si aggiunge che le donazioni private sono crollate: quattro milioni di donatori regolari in meno rispetto al 2019, mentre la domanda di servizi — banchi alimentari, assistenza psicologica, supporto alle famiglie in difficoltà — non ha mai smesso di crescere.
Le charity britanniche sono state colpite da ogni lato simultaneamente: meno soldi in entrata, più costi di gestione, più persone che bussano alla porta. Il tutto in assenza di qualsiasi forma di protezione specifica da parte di un governo che pure si definisce di sinistra.
La vicenda britannica non è un caso isolato. È la versione accelerata di un processo in corso in tutta Europa: lo stato si ritira progressivamente dalla fornitura diretta di servizi sociali, delega alle organizzazioni no-profit, e poi le tassa come se fossero imprese commerciali.
Il risultato è un vuoto che non viene riempito né dal pubblico né dal privato — e lo pagano sempre gli stessi: i più poveri, i più fragili, i più soli.
Keir Starmer ha vinto le elezioni promettendo di rimettere in piedi il welfare britannico logorato da anni di conservatorismo. Sta ottenendo l’effetto opposto, con una manovra fiscale che colpisce esattamente chi quel welfare lo suppliva dall’esterno. Non è detto che sia una scelta consapevole.
È certamente una scelta miope. E il conto, come sempre, lo pagano quelli che non hanno alternative.



