Malvinas, il petrolio riaccende la pretesa argentina

Le Malvinas, o Falkland, non sono mai uscite dalla politica argentina, ma questa volta dietro la bandiera c’è qualcosa di molto concreto: petrolio. Il governo di Javier Milei ha annunciato nuove sanzioni contro le società impegnate nello sfruttamento del giacimento Sea Lion, a nord dell’arcipelago controllato dalla Gran Bretagna, insieme a un rafforzamento della presenza militare argentina nell’Atlantico meridionale e alla costruzione di una base navale nella Terra del Fuoco. Buenos Aires considera quelle attività estrattive illegali perché realizzate in acque che rivendica come proprie.

Non si tratta più di qualche trivellazione esplorativa. Sea Lion ha superato alla fine del 2025 la decisione finale d’investimento e dovrebbe produrre il primo petrolio nel marzo 2028. Il progetto è guidato dall’israeliana Navitas Petroleum insieme alla britannica Rockhopper: la prima fase richiede circa 2,1 miliardi di dollari, punta a recuperare 170 milioni di barili e dovrebbe arrivare a una produzione di circa 50 mila barili al giorno. Le risorse complessive individuate nel giacimento sono molto più grandi.

Una disputa territoriale congelata da quarant’anni, che rischia oggi improvvisamente di trasformarsi in qualcosa di meno teorico. Per Londra sono risorse appartenenti a un territorio britannico d’oltremare e ai suoi abitanti. Per Buenos Aires è petrolio argentino estratto senza autorizzazione argentina. La stessa geografia può produrre due carte politiche completamente diverse.

La disputa precede di molto la guerra. La Gran Bretagna controlla le isole dal 1833, quando reinsediò una propria amministrazione ed espulse le autorità argentine presenti. L’Argentina non ha mai riconosciuto quella sovranità e dal 1994 la rivendicazione sulle Malvinas/Falkland, sulla Georgia del Sud e sulle Sandwich Australi è addirittura inserita nella Costituzione come obiettivo «permanente e irrinunciabile».

Anche ridurre tutto alla pretesa argentina contro un territorio inequivocabilmente britannico sarebbe però troppo semplice. Dal 1965 le Nazioni Unite riconoscono formalmente l’esistenza di una disputa di sovranità e chiedono a Londra e Buenos Aires di negoziare una soluzione pacifica.

Il punto irrisolto è sempre lo stesso: per la Gran Bretagna prevale il diritto all’autodeterminazione degli abitanti; per l’Argentina il principio non può essere applicato a una popolazione insediata dalla potenza coloniale dopo l’occupazione. Nel referendum del 2013 il 99,8 per cento degli elettori delle Falkland votò per rimanere territorio britannico. Buenos Aires non ne riconobbe il valore sulla questione della sovranità.

È dentro questa contraddizione che nel 1982 entrarono le armi. Il 2 aprile la dittatura militare guidata dal generale Leopoldo Galtieri occupò le isole con diverse migliaia di soldati. L’Argentina era in piena recessione, la giunta era sempre più impopolare e appena pochi giorni prima una grande manifestazione antigovernativa era stata repressa a Buenos Aires. L’ambasciata statunitense interpretò immediatamente l’avventura delle Malvinas come il tentativo di Galtieri di «comprare tempo politico», ricompattando il Paese attorno a una causa nazionale sulla quale quasi tutta l’Argentina era d’accordo.

Prigionieri argentini a Port Stanley durante la guerra dell’82. Foto Ken Griffiths CC BY-SA 4.0

Il calcolo sulla reazione britannica fu disastroso. Margaret Thatcher inviò nel Sud Atlantico una forza navale enorme per le capacità britanniche dell’epoca. Washington tentò inizialmente una mediazione attraverso il segretario di Stato Alexander Haig: l’Argentina era un alleato importante nella guerra fredda latinoamericana, ma la Gran Bretagna era il partner strategico fondamentale degli Stati Uniti in Europa. Quando il negoziato fallì, l’amministrazione Reagan abbandonò l’equidistanza operativa e sostenne apertamente Londra con carburante, comunicazioni, intelligence e armamenti, compresi i missili aria-aria Sidewinder.

La guerra durò 74 giorni e fu tutt’altro che incruenta. Il 2 maggio il sottomarino britannico Conqueror affondò l’incrociatore argentino General Belgrano: morirono 323 uomini, quasi metà di tutte le perdite argentine del conflitto. La nave si trovava fuori dalla zona di esclusione britannica e l’attacco divenne uno degli episodi più controversi della guerra. Due giorni dopo un missile Exocet argentino colpì il cacciatorpediniere HMS Sheffield. Seguirono gli sbarchi britannici, Goose Green, Mount Longdon e gli altri combattimenti fino alla resa argentina a Port Stanley il 14 giugno.

Morirono 649 militari argentini, 255 britannici e tre civili delle isole. Tre giorni dopo la resa Galtieri lasciò il potere; l’anno seguente l’Argentina tornò alla democrazia. Dall’altra parte dell’Atlantico accadde quasi l’opposto: la vittoria trasformò politicamente Margaret Thatcher. I documenti dell’epoca mostrano il consenso conservatore crescere rapidamente con l’avanzare della guerra e consolidarsi dopo la vittoria. Le stesse isole avevano contribuito prima alla caduta di una dittatura e poi al rafforzamento di uno dei governi britannici più importanti del dopoguerra.

Quarantaquattro anni dopo nessuno sta preparando una nuova invasione. Milei ha sempre parlato di recupero delle isole attraverso strumenti diplomatici e oggi le sue armi sono decreti, sanzioni, tribunali e pressione internazionale. Ma Sea Lion cambia inevitabilmente il peso della controversia. Le Falkland non sono più soltanto pecore, pesca, memoria militare e una bandiera piantata nell’Atlantico meridionale: stanno per diventare anche un produttore di petrolio per almeno trent’anni. Il governo delle isole ha già approvato lo sviluppo del progetto.

Poi, molto più indietro nel quadro, c’è Donald Trump. Gli Stati Uniti hanno mantenuto per decenni la neutralità formale sulla sovranità, pur riconoscendo l’amministrazione britannica e avendo sostenuto materialmente Londra nel 1982 durante la presidenza di Ronald Reagan. Trump invece ha detto ora di voler riesaminare quella posizione e ha persino rifiutato di garantire che Washington aiuterebbe nuovamente la Gran Bretagna in caso di crisi. Milei, suo stretto alleato, ha immediatamente registrato il segnale. Ma per ora un cambiamento americano non esiste formalmente, anche se la bizzarria imprevedibile di Trump porta a non escludere nulla.

Per più di quarant’anni le Malvinas sono rimaste soprattutto un luogo della memoria: per gli argentini la guerra perduta e i ragazzi mandati a combattere dalla dittatura; per i britannici una vittoria militare diventata parte del mito politico degli anni Thatcher; per gli abitanti delle isole la conferma della propria appartenenza alla Gran Bretagna.

Adesso sotto quella memoria ci sono centinaia di milioni di barili. E le dispute territoriali, quando sotto la carta geografica comincia a scorrere petrolio, tendono improvvisamente a ricordarsi di essere ancora dispute.

Foto Andrew Shiva / Wikipedia / CC BY-SA 4.0