A Berlino ha vinto la Linke, ma non ha perso l’AfD. La sinistra è salita al 25,7 per cento, guadagnando oltre tredici punti e diventando il primo partito della capitale; l’estrema destra è arrivata al 16,3, crescendo di oltre sette punti. A crollare sono stati soprattutto i partiti tradizionali: Cdu al 18,8, Verdi al 14,3, Spd al 12,1.
Non è dunque la storia di una città che respinge semplicemente la destra radicale, ma di un elettorato che abbandona il centro e cerca risposte altrove.
Una delle ragioni della vittoria della Linke sta nella casa. Gli affitti berlinesi sono quasi raddoppiati dal 2014 e il partito di Elif Eralp ha indicato nella rendita immobiliare e nel peso dei grandi gruppi uno dei principali responsabili della crisi. Da qui la proposta di socializzare circa 220 mila appartamenti appartenenti ai grandi proprietari.
Non è un’invenzione elettorale: nel referendum del 2021 oltre un milione di berlinesi votò a favore dell’esproprio delle società con più di tremila alloggi.
Qui passa una delle differenze più nette con l’AfD. Entrambe intercettano rabbia e insicurezza, ma offrono spiegazioni opposte. L’AfD collega anche la pressione sul mercato abitativo all’immigrazione e punta su deregolamentazione e maggiore offerta privata.
La Linke individua invece il problema nella concentrazione della proprietà e nella trasformazione della casa in rendita finanziaria. È la differenza tra spostare il conflitto verso chi arriva e spostarlo verso chi possiede.
Gli espropri sono quindi molto più di una misura urbanistica. Dicono dove una forza politica decide di collocare il conflitto sociale. Ed è proprio su questo che si giocherà la possibilità di governo.
La Linke ha 47 seggi e non può governare da sola. Una coalizione con Verdi e Spd avrebbe una maggioranza larga. I Verdi sostengono l’attuazione del referendum sugli espropri; la Spd no, o comunque propone strumenti molto più moderati, dalla regolazione degli affitti agli obblighi per i grandi proprietari.
Il paradosso è evidente: il partito che ha vinto grazie anche alla radicalità del proprio programma deve ora trattare con una forza che non condivide una delle sue proposte più caratterizzanti.
È qui che Berlino può diventare interessante per l’intera Germania. Da anni l’avanzata dell’AfD viene affrontata soprattutto con il “muro” politico che ne impedisce l’ingresso nelle coalizioni.
Il muro, però, non ne ha fermato la crescita. Berlino pone una domanda diversa: una parte del malcontento può essere sottratta all’estrema destra se viene riportata su salari, affitti, servizi, proprietà e distribuzione della ricchezza?
La risposta non è ancora arrivata. Berlino è una città molto diversa dalle regioni orientali in cui l’AfD ottiene risultati assai più alti, e sarebbe ingenuo trasformare un voto locale in una ricetta nazionale. Ma il risultato indica almeno che la protesta non ha una destinazione obbligata.
Anche il paragone con la Germania del 1933 va usato con cautela. La Repubblica federale di oggi non è Weimar alla vigilia della presa del potere nazista: non esistono organizzazioni paramilitari di massa paragonabili alle SA, le istituzioni sono molto più solide e l’AfD non occupa una posizione analoga a quella del partito hitleriano nel gennaio 1933.
Ma alcune dinamiche degli anni precedenti meritano attenzione: erosione dei grandi partiti, crescita del voto antisistema, sfiducia nelle istituzioni, polarizzazione sociale e tentazione delle destre tradizionali di inseguire quella radicale sul suo terreno.
Berlino offre quindi non una soluzione, ma un esperimento. La Linke ha vinto sostenendo che il problema della casa non siano i migranti ma la proprietà e la rendita. Ora deve dimostrare di poter governare senza rinunciare proprio a ciò che l’ha resa diversa.
Come ricordavamo sopra, nel 2021 oltre un milione di berlinesi votarono per la socializzazione dei grandi patrimoni immobiliari. Cinque anni dopo, il partito che più nettamente promette di dare seguito a quel voto è diventato il primo della città. Se adesso la Linke rinunciasse agli espropri pur di entrare al governo, non sarebbe soltanto un compromesso imposto dalle alleanze: avrebbe chiesto voti su una proposta che, arrivata al momento di trasformarla in politica, avrebbe scelto di non difendere.
Cadrebbe anche la tesi politica che Berlino sembra suggerire: che l’avanzata dell’estrema destra possa essere contrastata riportando il conflitto sulle condizioni materiali, sulla proprietà, sugli affitti e sulla distribuzione della ricchezza.
Se, una volta ottenuti i voti, proprio quel conflitto viene neutralizzato in nome della compatibilità di coalizione, resta intatto il meccanismo che alimenta la sfiducia verso la politica tradizionale. E l’AfD potrebbe ritrovarsi con un argomento formidabile: anche chi promette di cambiare radicalmente le cose, quando arriva al governo, finisce per accettare gli stessi limiti.



