Bangladesh, 4 milioni di operai sfidano la moda globale

Il governo del Bangladesh ha accettato di aumentare il salario minimo dei lavoratori dell’industria tessile dopo una settimana di proteste che ha paralizzato centinaia di fabbriche. La decisione, annunciata il 5 novembre, riguarda un settore che impiega circa quattro milioni di persone e produce abbigliamento per marchi internazionali come H&M, Zara e Uniqlo. Non è stata ancora stabilita la cifra dell’aumento. Gli operai chiedono di portare il minimo mensile dagli attuali 12.500 taka, circa 100 dollari, a 30.000 taka, equivalenti a 240 dollari.

Le manifestazioni sono cominciate nei principali distretti industriali intorno a Dacca, Gazipur e Ashulia. I lavoratori hanno bloccato strade e autostrade, mentre oltre 500 stabilimenti hanno temporaneamente sospeso la produzione. La polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e cannoni ad acqua. Negli scontri è morto almeno un lavoratore e decine sono rimasti feriti. Le autorità hanno mobilitato migliaia di agenti e reparti della Guardia di Frontiera per contenere le proteste.

L’entità dell’aumento richiesto, il 140%, può sembrare enorme. Ma il salario minimo è fermo al livello stabilito nel 2023, mentre il costo della vita ha continuato a crescere. Secondo la Banca mondiale, nell’anno fiscale 2026 l’inflazione è rimasta elevata, intorno all’8,5%, e le retribuzioni dei lavoratori a basso reddito non hanno seguito l’aumento dei prezzi.

Mohammad Helal, 26 anni, lavora da nove in una fabbrica di Ashulia. Guadagna meno di 140 dollari al mese e deve mantenersi e inviare denaro ai genitori, che vivono nella regione di Rajshahi. Al New York Times ha spiegato che il salario non copre più le spese essenziali. Ha proposto al governo una soluzione alternativa all’aumento: pagare direttamente gli affitti e le bollette dei lavoratori. In quel caso, ha detto, non sarebbe necessario chiedere altri soldi.

Human Rights Watch ha raccolto la testimonianza di un’operaia di 31 anni che guadagna 13.500 taka mensili. Ne spende 6.000 per l’affitto e 2.300 per il gas da cucina. Le rimangono 5.200 taka, circa 42 dollari, per alimentazione, trasporti, istruzione dei figli e tutte le altre necessità. Quest’anno non riesce più a sostenere le spese scolastiche.

Non si tratta di situazioni marginali rispetto all’economia del Paese. L’industria dell’abbigliamento costituisce il principale settore esportatore del Bangladesh. Nell’anno fiscale concluso a giugno 2026 ha venduto all’estero prodotti per 38,7 miliardi di dollari, oltre l’80% delle esportazioni nazionali di merci. Circa il 60% degli occupati sono donne.

Il Bangladesh è diventato il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina grazie a una combinazione di manodopera abbondante, bassi costi di produzione e capacità di servire rapidamente le grandi catene internazionali.

Il problema è come viene distribuito il valore di questa produzione. I grandi marchi acquistano capi finiti attraverso fornitori locali, negoziando prezzi e tempi di consegna. Le fabbriche sostengono i costi del lavoro, dell’energia e degli impianti. I salari rappresentano una componente dei costi industriali, ma la concorrenza tra Paesi produttori esercita una pressione costante per mantenerli bassi.

Secondo Reuters, alcuni produttori dichiarano margini di profitto compresi tra il 2 e il 3% e sostengono che un aumento salariale troppo consistente potrebbe compromettere la competitività rispetto a Paesi come l’India. È una difficoltà economica che non può essere ignorata. Ma rende necessario interrogarsi anche sui prezzi riconosciuti dai committenti internazionali.

Se un marchio continua a pretendere gli stessi prezzi mentre aumentano salari, energia e trasporti, il costo dell’adeguamento rimane concentrato sui fornitori. E se questi ultimi non riescono a trasferirlo sui prezzi di vendita, la pressione ricade sull’occupazione, sulle condizioni di lavoro o sulla sopravvivenza delle aziende.

La responsabilità non riguarda quindi soltanto il governo del Bangladesh. Coinvolge anche il sistema commerciale attraverso il quale le grandi imprese della moda organizzano la produzione mondiale. Non significa attribuire automaticamente a ogni marchio le violazioni commesse dai fornitori, ma riconoscere che le condizioni contrattuali influenzano le risorse disponibili per pagare i lavoratori.

La crescita delle esportazioni, inoltre, non ha impedito il peggioramento delle condizioni economiche di una parte consistente della popolazione.

Secondo la Banca mondiale, nell’anno fiscale 2026 circa 2,1 milioni di persone sono entrate in povertà. La crescita economica ha rallentato, gli investimenti si sono contratti e la creazione di nuovi posti di lavoro si è fermata. Oltre un terzo della popolazione vive appena sopra la soglia di povertà ed è quindi particolarmente esposto all’aumento dei prezzi o alla perdita del reddito.

Il settore tessile continua a essere una delle principali fonti di occupazione, soprattutto femminile. Ma lavorare in un’industria che esporta decine di miliardi di dollari non garantisce necessariamente un reddito sufficiente per mantenere una famiglia.

Le proteste hanno mostrato anche il costo della repressione. Human Rights Watch ha documentato la morte di Toufiq Hossain il 3 novembre. Secondo un collega testimone dei fatti, il lavoratore sarebbe stato aggredito da uomini incaricati di contrastare una manifestazione. Le circostanze e le responsabilità devono essere accertate.

Il governo ha costituito una commissione salariale di sei membri, incaricata di definire i nuovi importi dopo aver ascoltato rappresentanti dei lavoratori e dell’industria. La nuova retribuzione dovrebbe entrare in vigore all’inizio del 2027. Ma l’annuncio, privo di una cifra precisa, non ha convinto tutti: ad Ashulia alcuni operai hanno ripreso a manifestare anche dopo la riapertura degli stabilimenti.

La vertenza non riguarda soltanto quanto guadagneranno i lavoratori bengalesi. Riguarda il prezzo al quale il mercato internazionale dell’abbigliamento considera sostenibile produrre.

Un settore che esporta quasi 39 miliardi di dollari l’anno impiega lavoratori che chiedono di passare da 100 a 240 dollari mensili. Il governo considera l’aumento una questione da negoziare, gli industriali temono di perdere competitività e i grandi marchi devono confrontarsi con il costo effettivo delle condizioni produttive dei propri fornitori.

La decisione della commissione salariale stabilirà di quanto cresceranno le retribuzioni. Ma la questione economica più importante resterà aperta: quanto del valore generato dalla moda globale può essere riconosciuto a chi materialmente produce gli abiti venduti nei negozi europei, americani e asiatici?