“Che si affittino una casa”. La povertà che il Comune non vede

Paola Groppo ha 68 anni e dorme in una Kia Picanto parcheggiata nel quartiere San Pelaio, a Treviso. Sul sedile tiene alcune coperte per ripararsi dal freddo. Dal 29 settembre non ha più una casa: l’Ater l’ha sfrattata per morosità. Sua figlia Alice e il genero dormono in un’altra automobile. Il nipote è stato mandato in Marocco dai nonni paterni, perché in macchina non poteva restare. Il genero lavora come saldatore. Paola percepisce una pensione.

Il Comune conosce la situazione. L’assessora alle Politiche sociali Gloria Tessarolo ha spiegato che la famiglia ha accumulato un debito di circa 20mila euro e non ha rispettato il piano di rientro proposto. Secondo l’amministrazione, disponendo di uno stipendio e di una pensione, potrebbe trovare un’abitazione sul mercato privato. La conclusione dell’assessora, riportata dal Corriere del Veneto, è questa: «La soluzione? Che si affittino una casa». Ricorda un po’ il “che mangino brioche” come risposta ai poveri che non avevano il pane, della regina d’Austria Maria Antonietta.

Tre persone dormono in automobile, un bambino è stato allontanato dai genitori e la risposta dell’istituzione che dovrebbe occuparsi dell’emergenza abitativa è di rivolgersi al mercato immobiliare.

Non sappiamo quanto guadagni il genero né quale sia l’importo della pensione. Non possiamo quindi stabilire se la famiglia abbia effettivamente la possibilità di sostenere un nuovo affitto. Sappiamo però che non ha trovato una sistemazione e che da oltre un mese vive nelle automobili. Sono due fatti che la valutazione amministrativa non riesce a conciliare.

La vicenda mostra un problema che va ben oltre Treviso: l’idea che avere un lavoro significhi automaticamente potersi permettere una casa. È un criterio sempre meno adeguato a descrivere le condizioni economiche delle famiglie italiane.

L’Istat certifica che nel 2025 la povertà assoluta riguardava 5,4 milioni di persone. Tra le famiglie la cui persona di riferimento è un lavoratore dipendente, l’incidenza raggiungeva l’8,5%. Se il lavoratore era un operaio, saliva al 14,3%. Il lavoro riduce il rischio di povertà, ma non lo elimina. E il saldatore che dorme in automobile a Treviso rende particolarmente concreto questo dato.

Il problema abitativo aggiunge una difficoltà ulteriore. Secondo l’Istat, nel 2024 il 22,1% delle famiglie che vivevano in affitto era in povertà assoluta, contro il 4,7% delle famiglie proprietarie della propria abitazione. Pagare un canone significa sottrarre ogni mese una parte del reddito ad alimentazione, trasporti, cure e altre necessità.

Quando il reddito non basta, la morosità può diventare il passaggio successivo. Non necessariamente perché una famiglia non voglia pagare, ma perché le uscite superano stabilmente le entrate. È una possibilità generale, non una ricostruzione già accertata delle cause del debito di Paola Groppo.

La famiglia sostiene che il canone dell’alloggio pubblico fosse di circa 300 euro mensili, mentre le spese condominiali sarebbero arrivate a sfiorare 4mila euro annui. Se questi importi fossero confermati dai rendiconti, il costo complessivo dell’abitazione avrebbe raggiunto circa 633 euro al mese. Il Comune contesta soprattutto il mancato rispetto degli accordi per recuperare gli arretrati.

Il debito non scompare perché la famiglia è in difficoltà. Ma nemmeno la difficoltà scompare perché esiste un debito. La procedura di sfratto e l’intervento per evitare che una famiglia viva in strada sono due questioni distinte. La prima riguarda il recupero di quanto dovuto, la seconda la gestione di una condizione abitativa che ormai è evidente.

Torniamo allora alla soluzione indicata dall’assessora: affittare una casa.

A Treviso, secondo le rilevazioni di Idealista relative a ottobre 2026, il prezzo medio richiesto era di 12,3 euro al metro quadrato mensile. Un appartamento di 50 metri quadrati costerebbe indicativamente 615 euro al mese; uno di 80 metri quadrati quasi mille euro, escluse le spese. Sono medie degli annunci, non prezzi garantiti per abitazioni effettivamente disponibili.

Il 21 ottobre, appena due settimane prima che la vicenda diventasse di dominio pubblico, il Sunia-Cgil di Treviso denunciava proprio l’impossibilità di trovare alloggi accessibili anche per famiglie con un reddito. Due nuclei con figli, disponibili a spendere fino a 700 euro mensili, non erano riusciti a trovare abitazioni adeguate. Nel 2025, in provincia, le richieste di esecuzione degli sfratti erano aumentate del 14,72%.

Eppure il territorio dispone di un consistente patrimonio abitativo inutilizzato.

Un’inchiesta del Corriere del Veneto pubblicata nell’aprile scorso documentava circa 300 alloggi Ater sfitti sui 1.400 presenti nel Comune di Treviso. Su scala provinciale, secondo i dati forniti dall’Ater, gli appartamenti sfitti destinati all’edilizia residenziale pubblica erano 678 alla fine del 2025, in diminuzione rispetto agli 887 del 2024.

Non sono necessariamente case immediatamente abitabili. Molte richiedono lavori di manutenzione, altre sono coinvolte in procedure amministrative. L’Ater ha annunciato investimenti per recuperarne una parte. Ma il risultato resta: centinaia di abitazioni pubbliche non sono utilizzabili mentre centinaia di famiglie attendono un’assegnazione.

Non possiamo sapere se esista oggi un appartamento disponibile e assegnabile a Paola Groppo. Possiamo però constatare che l’amministrazione dispone di strumenti e informazioni per conoscere la dimensione dell’emergenza abitativa. E che la soluzione suggerita alla famiglia coincide proprio con il mercato dal quale un numero crescente di persone viene escluso.

L’assessora sostiene che i servizi sociali siano stati coinvolti troppo tardi, quando il debito era ormai diventato ingestibile. È una circostanza importante da verificare, insieme agli interventi effettivamente proposti. Ma spiega, nella migliore delle ipotesi, perché non sia stato possibile evitare lo sfratto. Non spiega quale soluzione possa essere adottata oggi per tre adulti senza un’abitazione.

La presenza di uno stipendio viene utilizzata come prova di autosufficienza economica. Eppure gli stessi dati nazionali mostrano che una parte delle famiglie occupate vive in povertà. I dati locali mostrano che trovare una casa può essere difficile anche disponendo di entrate regolari. La vicenda di Treviso riunisce entrambe le condizioni.

La questione riguarda il modo in cui viene riconosciuta la povertà. Se l’accesso all’aiuto dipende da categorie amministrative incapaci di misurare il costo effettivo dell’abitare, chi lavora ma non riesce a pagare l’affitto rischia di non trovare protezione né nel proprio reddito né nell’intervento pubblico.

La povertà abitativa non coincide necessariamente con la disoccupazione. Può riguardare persone che ogni mattina vanno al lavoro e la sera non hanno una casa in cui tornare.

A Treviso un saldatore lavora, una pensionata percepisce il proprio assegno mensile e un bambino vive in un altro Paese perché i suoi genitori dormono in automobile. Di fronte a questa situazione, «che si affittino una casa» non descrive una soluzione già disponibile. Descrive la distanza tra ciò che l’amministrazione considera economicamente possibile e ciò che quella famiglia riesce effettivamente a fare. Che mangino brioche allora.