Tra domenica e lunedì, poco prima dell’alba, in via Garibaldi a Barberino di Mugello una parte di palazzina è stata sventrata da un’esplosione. Al primo piano abitava Pierantonio Cianti, 71 anni, pensionato, per tutti “Ciantolo”. È morto lì, fra le macerie del suo appartamento. Mancavano meno di quarantotto ore alla data fissata per lasciare la casa: lo sfratto era previsto per giovedì.
L’esplosione è arrivata intorno alle 3.45. Il boato ha svegliato mezzo paese. I vigili del fuoco, arrivati con più squadre, hanno spento l’incendio e dichiarato inagibili sette abitazioni vicine. Poteva essere una strage. Non ci sono altri feriti, ma almeno due famiglie hanno dovuto lasciare le loro case e non sanno quando potranno rientrare. Anche il viale della Repubblica, alle spalle dell’edificio, è stato chiuso per consentire i lavori di messa in sicurezza.
Dentro l’appartamento, i pompieri hanno trovato il corpo di Cianti vicino all’ingresso, una bombola del gas e una vecchia stufa elettrica in salotto. Elementi che fanno pensare a una deflagrazione innescata dall’interno, anche se la procura dovrà ricostruire con precisione dinamica e responsabilità.
I carabinieri, coordinati dalla magistratura, non escludono nessun’ipotesi, ma quella del gesto volontario è considerata la più probabile. La magistratura deciderà se disporre l’autopsia, l’abitazione è sotto sequestro e i tecnici stanno verificando la rete del gas per escludere ulteriori criticità.
In paese, intanto, le persone si scambiano ricordi e frasi che, rilette oggi, suonano come segnali non ascoltati. Da circa un anno Cianti sapeva che il contratto d’affitto non sarebbe stato rinnovato. Aveva confidato a conoscenti la sua preoccupazione crescente, l’angoscia di non sapere dove andare.
A volte, per sdrammatizzare, avrebbe detto che sarebbe finito alla Caritas. Altre volte avrebbe parlato apertamente del desiderio di compiere “qualcosa di forte”. Domenica sera è uscito a cena con alcuni amici, niente che lasciasse presagire il peggio. Tornato a casa, verso le tre, avrebbe mandato un messaggio alla proprietaria, facendo riferimento a una promessa e a un comportamento preciso. Mezz’ora dopo, l’esplosione.
Non è la prima volta che Barberino si sveglia con il rumore di una casa saltata in aria. Il ricordo corre al 1° marzo 2009, quando, a poche decine di metri da qui, un’altra esplosione – in quel caso dovuta a una fuga di gas – uccise una madre e due figli. Allora fu un incidente domestico.
Oggi il dubbio, come dicono i vicini, “è almeno legittimo”: se davvero si trattasse di un gesto volontario, la causa non sarebbe un tubo difettoso, ma una vita schiacciata nel punto in cui il diritto alla casa incontra il muro delle procedure di sfratto.
È proprio qui che la cronaca si intreccia con l’analisi. La storia di Cianti somiglia a molte altre che negli ultimi anni hanno attraversato l’Italia quasi sempre nello stesso modo: un trafiletto sullo “sfrattato che si uccide”, un accenno a debiti e difficoltà, e poi il silenzio.
Il gesto viene letto come tragedia individuale, talvolta come “follia improvvisa”, quasi mai come esito estremo di un sistema abitativo che scarica sulle persone più fragili la rigidità di contratti e procedure.
Essere “sotto sfratto” non è solo una condizione giuridica: è un tempo sospeso in cui la casa smette di essere rifugio e diventa conto alla rovescia. Si vive in un appartamento che già non è più proprio, si aprono lettere e notifiche che non portano soluzioni ma intimazioni, si percepisce ogni visita come una minaccia, ogni data sul calendario come uno spigolo.

Per chi è anziano, solo, con un reddito basso o nessuna rete familiare, lo sfratto può trasformarsi in una forma di pressione psicologica continua.
Nel racconto che arriva dopo queste tragedie, il passaggio chiave – l’assenza di alternative – viene spesso sfiorato e subito abbandonato. Cianti, dicono alcuni, “stava facendo i pacchi, forse per andarsene”. Andarsene dove? Con quali strumenti, quali sostegni, quale possibilità reale di trovare un altro tetto?
Nella maggior parte dei comuni italiani il passaggio dall’alloggio privato allo sfratto non è accompagnato da un percorso di tutela stabile: poche moratorie, graduatorie infinite per la casa popolare, contributi affitto insufficienti, strutture di accoglienza emergenziale che non possono reggere nel tempo.
Sul fondo si muovono altri elementi che raramente trovano spazio nei verbali: la depressione, l’umiliazione, la sensazione di fallimento personale che accompagna chi perde la casa. È più facile parlare di “gesto disperato” che interrogarsi su quanto lo sfratto, in certe situazioni, diventi un fattore di rischio concreto per la salute mentale, e su quanto poco sia stato fatto – sul piano delle politiche pubbliche – per ridurre questo rischio.
Non è un caso se nei dati sui suicidi una quota non trascurabile è legata a problemi economici e abitativi, ma questa connessione continua a essere trattata come un tabù.
Il caso di Barberino rimette al centro anche la questione della responsabilità collettiva. Una persona che per mesi ripete che farà “qualcosa di forte”, che esprime apertamente la propria angoscia, dovrebbe trovare lungo il percorso qualcuno in grado di intercettare quel grido e offrirgli un’alternativa: servizi sociali, sportelli di ascolto, associazioni, reti di solidarietà informale.
Qui non si tratta di criminalizzare proprietari o amministrazioni, ma di chiedersi se la città, nel suo insieme, abbia strumenti sufficienti per evitare che lo sfratto si trasformi in detonatore.
Le parole della sindaca, che esprime cordoglio e si concentra sui tempi della messa in sicurezza e della viabilità, restituiscono solo una parte del quadro. L’altra parte è fatta di domande a cui non basterà una perizia tecnica: come si arriva a vivere l’uscita di casa come un punto di non ritorno? Quanti altri sfratti, in silenzio, producono ferite profonde che non finiscono sui giornali? E cosa significa, per una comunità, ricostruire solo i muri senza interrogarsi sulle condizioni che hanno portato a farli saltare?
Se le indagini confermeranno l’ipotesi del gesto volontario, la storia di “Ciantolo” rischia di essere archiviata come l’ennesima tragedia individuale. Ma è proprio questo il punto: non c’è nulla di davvero “individuale” in un pensionato sotto sfratto che decide di farsi esplodere in casa, in una palazzina dove vivono altre famiglie, in una via che ha già conosciuto la violenza del gas.
È un fatto che parla del rapporto distorto che questo Paese ha con il diritto all’abitare, della solitudine in cui si consumano gli sfratti, della distanza fra i tempi della burocrazia e quelli della vita reale.
Raccontarlo significa tenere insieme cronaca e responsabilità. Non per assolvere nessuno, ma per riconoscere che dietro quel boato delle 3.45 non c’è solo la storia di Pierantonio Cianti.
C’è una domanda aperta sulla giustizia sociale, sulla casa come diritto e non come minaccia, sulla capacità – o incapacità – di una comunità di farsi carico di chi sta per perdere tutto, prima che l’unica via immaginabile diventi premere l’interruttore.



