Sfratti, salute mentale e suicidi da tenere nascosti

I tentativi di suicidio e i suicidi che esplodono durante o dopo le esecuzioni di sfratto raccontano un malessere profondo, che in Italia continuiamo a non studiare. Altrove, il nesso tra salute mentale e perdita della casa è materia di ricerca da anni; da noi, troppo spesso, resta confinato alla pagina di cronaca o trattato come semplice questione d’ordine pubblico. È come se la casa fosse solo un indirizzo, e non il perno che tiene insieme relazioni, dignità, lavoro, salute.

Che lo sfratto produca effetti pesanti sulla salute mentale – e, più in generale, sulla salute – è ormai un fatto acclarato. Ogni anno milioni di famiglie nel mondo affrontano procedure di sfratto. In Svezia, ad esempio, uno studio di Yerko Rojas e Sten-Åke Stenberg ha seguito quasi ventiduemila nuclei e documentato l’associazione tra sfratti e suicidi nel solco della crisi finanziaria globale, mostrando come lo shock abitativo possa precipitare la vulnerabilità psichica fino all’esito estremo (Journal of Epidemiology & Community Health, 2016, 70(4):409-413). Negli Stati Uniti, dove il numero di nuclei sfrattati è elevato, la letteratura ha fotografato un profilo di rischio preciso: le ricerche pubblicate su Health Affairs durante la pandemia hanno segnalato che le donne nere e ispaniche e le famiglie con minori sono particolarmente esposte. Basti un dato: a fronte di un quinto degli affittuari afro-americani, un terzo delle richieste di sfratto li riguarda; il rischio è più alto per le donne rispetto agli uomini e, tra le donne, quasi doppio per le afro-americane rispetto alle bianche (Health Affairs, 1 aprile 2021).

Ma l’impatto non è solo una questione di numeri demografici. Le criticità di pagamento dell’alloggio hanno un costo psicologico che non si esaurisce nella generica “povertà”: è un dolore specifico, con contorni simili a quelli della perdita del lavoro. Taylor, Pevalin e Todd lo hanno descritto con chiarezza in uno studio che lega impegni abitativi insostenibili a un peggioramento significativo della salute mentale (Psychological Medicine, 2007, 37(7):1027-1036). Lo stesso si riscontra quando si guarda a bambini e famiglie: una revisione sistematica pubblicata su BMJ Open nel 2022 mostra come lo screening dei problemi abitativi e l’invio a servizi sociali dedicati possano migliorare gli esiti di salute dei minori, a conferma che la casa non è un bene qualunque, ma un determinante sociale della salute.

Sul piano clinico, le persone coinvolte in sfratti sperimentano con frequenza maggiore insonnia, depressione, ansia, ipertensione, sintomi post-traumatici, fino all’ideazione e ai comportamenti suicidari. Allison Bovell-Ammon e Megan Sandel hanno parlato, senza giri di parole, di una “crisi sanitaria nascosta dello sfratto” (Boston University School of Public Health). E la ricerca di Matthew Desmond con Rachel Tolbert Kimbro ha fotografato un quadro durissimo: le madri che hanno subito uno sfratto nell’anno precedente riportano più depressione e peggiori esiti di salute per sé e per i figli, con livelli di stress genitoriale che restano alti anche a distanza (Social Forces, 2015, 94(1):295-324). Non stupisce, allora, che gli sfratti degli inquilini risultino una causa significativa della condizione di senza dimora, come evidenziato dalla revisione di Marieke Holl, Linda van den Dries e Judith Wolf (Health & Social Care in the Community, 2015, 24(5):532-546). Nel 2024, gli Stati Uniti hanno registrato un aumento impressionante delle persone senza fissa dimora, trainato dagli affitti in crescita e dalla carenza cronica di alloggi a prezzi accessibili, come rilevato dallo HUD.

“Sfratti in via Carracci” by Zeroincondotta is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Il quadro europeo non racconta una storia diversa. In Spagna, uno studio pubblicato su Gaceta Sanitaria nel 2020 ha documentato le conseguenze fisiche e psicosociali tra chi è colpito da desahucios, mentre la sociologa svedese Anna Kahlmeter ha definito lo sfratto un “evento dirompente di vita” con implicazioni di lungo periodo (European Sociological Review, 2018). Persino dove il linguaggio amministrativo cerca di essere neutro, la realtà morde: essere allontanati dalla propria abitazione è un trauma, e lo resta negli anni. Una ricerca condotta in Israele su giovani adulti evacuati dagli insediamenti di Gaza, a nove anni di distanza, ha riscontrato sintomi post-traumatici legati non tanto agli scontri dell’epoca, quanto all’atto stesso dello sradicamento (Zerach & Tam, Anxiety, Stress & Coping, 2015).

C’è poi il nodo, spinoso e spesso rimosso, del rapporto tra crisi economica, casa e suicidio. La letteratura indica che disoccupazione e sfratto, insieme, creano una pressione esistenziale che può funzionare da miccia: Stack e Wasserman lo hanno segnalato già nel 2007 (Suicide & Life-Threatening Behavior, 37(1):103-112). Durante la crisi dei pignoramenti immobiliari negli Stati Uniti, tra il 2005 e il 2010, Jason Houle e Michael Light hanno osservato che molti suicidi si verificano addirittura prima della perdita effettiva dell’abitazione, cioè nella fase di attesa, paura e incertezza che precede lo sfratto o la foreclosure (American Journal of Public Health, 2014, 104(6):1073-1079). Un successivo studio di Fowler e colleghi, sempre su AJPH, ha associato l’aumento dei suicidi all’impennata di sfratti e pignoramenti anche quando si controllano altri fattori economici (2015, 105(2):311-316). È il segno che la casa non è solo uno sfondo: è il centro del quadro.

A questo punto la domanda è inevitabile: perché in Italia studiamo così poco? Se la ricerca internazionale è ampia, coerente e converge su un messaggio semplice – l’abitare condiziona la salute – perché università, servizi sanitari e politiche sociali non considerano sistematicamente lo sfratto come un evento sanitario oltre che legale? Perché, al di là delle ordinanze e dei bollettini di pubblica sicurezza, non assumiamo che la casa non è soltanto merce o mattoni, ma un’infrastruttura di vita senza la quale tutto il resto crolla?

Non servono proclami: servono dati, monitoraggi, interventi di prevenzione, presa in carico integrata, alloggi a canone sostenibile, formazione degli operatori che, ogni giorno, si trovano a gestire procedure con effetti psicologici devastanti. Servono soprattutto ricerca pubblica e valutazioni d’impatto: senza numeri e metodo, il dolore resta invisibile e chi decide può continuare a fingere che si tratti di casi isolati.

La perdita della casa è un evento sanitario e sociale. Continuare a trattarla come fatalità privata significa negare l’evidenza e, peggio, lasciare sole le persone nel momento di massima vulnerabilità. Se davvero vogliamo ridurre i suicidi e curare la salute mentale, dobbiamo cominciare dalla porta di casa: riconoscere che l’abitare è cura, prevenzione, futuro. Tutto il resto viene dopo.

“140218_Corteo Stop Sfratti e riappropriazione-14” by Cantiere Centro Sociale is licensed under CC BY-SA 2.0.
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini