Emile Durkheim, padre della sociologia, riteneva che il diritto penale fosse un vero e proprio termometro da utilizzare per misurare la condizione dei legami sociali. Più i rapporti sono densi e permeati da valori condivisi, minore sarà lo spazio per il diritto penale.
Tanto da indurre il sociologo francese a preconizzare e ad auspicare una trasformazione sociale in cui la legislazione repressiva sarebbe scomparsa per essere sostituita da un diritto restitutivo, in cui i conflitti vengono risolti tra le parti, all’insegna di una condivisione di valori.
La vicenda di Garlasco disattende del tutto le aspettative di Durkheim da questo punto di vista, mentre conferma la sua prognosi di una società in crisi di valori nella misura in cui si dà spazio alla penalità.
Sono almeno tre gli aspetti da mettere in rilievo nell’ormai ossessione verso il delitto di Chiara Poggi, che, a diciannove anni di distanza, continua ad appassionare la società italiana: la scarsa attenzione verso gli aspetti giudiziari, lo scarso interesse verso la vittima, la ricerca di un colpevole a tutti i costi.
Ci sembra importante cominciare dal primo aspetto. Da tutto il caso giudiziario, ad uscirne con le ossa rotte, è soprattutto la giustizia. Per il semplice motivo che, dopo aver condannato in via definitiva Alberto Stasi, dopo averlo assolto in due gradi di giudizio, privandolo per quattordici anni della libertà, danneggiandone la vita e la reputazione, costringendolo a pagare un risarcimento alla famiglia Poggi, adesso si sostiene che il colpevole è un altro e si riapre il caso.
Si tratta di aspetti preoccupanti per uno stato democratico e di diritto. Bob Dylan diceva che la giustizia non deve essere un gioco. Specialmente se si tratta di un tipo di attività ludica che si svolge sulla pelle (e non solo) delle persone.
Eppure, questo continuo smentire e smentirsi a vicenda degli inquirenti, lancia dei segnali inquietanti sullo stato di salute della giustizia penale nel nostro paese.
Un’opinione pubblica sana, desiderosa e consapevole di difendere le garanzie nel sistema penale, dovrebbe mobilitarsi per chiedere in che modo le forze dell’ordine acquisiscono le prove, quali sono i criteri di valutazione che i magistrati inquirenti adottano quando svolgono le indagini, i parametri che i loro colleghi giudicanti adottano quando emettono un verdetto.
Nonché, se esistono dei punti in cui l’indipendenza della magistratura e l’imparzialità dell’operato delle forze dell’ordine cessano di esistere e diventano permeabili all’influenza mediatica. Si tratta di questioni da cui dipende la salute delle istituzioni democratiche.
Che il caso di Garlasco solleva. L’attenzione dell’opinione pubblica, è invece concentrata sul nuovo presunto colpevole. Senza chiedersi se si rischia o meno, partendo dall’assunto che Alberto Stasi è innocente di creare un nuovo caso analogo.

In secondo luogo, si perde di vista il fatto che il delitto di Garlasco è tale per la presenza di una vittima, ovvero Chiara Poggi. Si tralascia il fatto che lo scopo della vicenda giudiziaria, più che ricercare il colpevole, dovrebbe consiste nel rendere giustizia alla vittima e ai familiari.
Soprattutto, si trascura la necessità di esplorare la probabilità che si sia trattato di un femminicidio, contraddicendo l’attenzione che questi crimini, negli ultimi anni, sono ascesi alla ribalta pubblica.
Al contrario, si mettono in atto dei comportamenti voyeuristici, concentrati sulle abitudini sessuali della vittima, sulla sua condiscendenza a girare video pornografici privati, attirando l’interesse del pubblico.
Attraverso la messa in circolazione di allusioni di natura sessuale che fanno passare in secondo piano il diritto alla libera scelta, e che, indipendentemente dalle abitudini peccaminose, uccidere una persona non è ammissibile.
Non è irrilevante, però, il motivo che sottende alla ricerca ossessiva del colpevole. Nel caso del delitto di Garlasco, non ci troviamo di fronte a omicidi mafiosi o di periferia.
Siamo all’interno del cosiddetto cuore produttivo del paese, in un contesto che si suppone caratterizzato da un tessuto sociale compatto, da legami di prossimità densi tra persone giovani, destinate a carriere professionali in posizioni apicali.
Eppure, in un contesto apparente caratterizzato dall’assenza di gravi problematiche, si verifica un delitto efferato, che scompiglia le tessere del mosaico delle rappresentazioni ufficiali.
E ci dice che, dietro la coltre del successo, dei legami familiari, del benessere economico, si nascondono pulsioni aggressive, distruttive, votate alle soppressioni.
Tornando a Durkheim, i valori sono condivisi solo sotto il profilo formale, funzionale, mentre dietro alligna l’individualismo più sfrenato. Rebus sic stantibus, sappiamo chi è il colpevole, o meglio, chi sono i colpevoli, e non serve affrettarsi a trovarne un altro per rimettere frettolosamente a posto le tessere del mosaico della rappresentazione ufficiale. Basterebbe solo guardarsi intorno. E capire che Garlasco parla a tutti noi, di noi.



