Ci voleva questo ultimo artigiano per restituirci un po’ di fiducia nella democrazia. Non quella parlamentare, che ormai sopravvive come una liturgia stanca, una superstizione procedurale buona per gli editoriali della domenica.
Un’altra democrazia, molto più profonda e molto più offensiva: quella che ci insegna che il male non è un privilegio dei grandi, non è una concessione riservata ai capi di Stato, ai generali, ai presidenti con l’aereo, i dossier, i portavoce e la faccia da necrologio istituzionale. No: il male resta aperto a tutti. È accessibile. Nel suo piccolo, è ancora popolare.
I grandi, certo, continuano a lavorare all’ingrosso. Trump, Putin, Netanyahu e tutta la nobiltà internazionale della devastazione non si abbassano più al dettaglio. Hanno droni, vertici, alleanze, tavoli ovali, comunicati, formule sterilizzate. Non uccidono: rispondono. Non massacrano: gestiscono scenari. Non fanno a pezzi esseri umani: ristabiliscono equilibri.
Il loro vero capolavoro non è soltanto la distruzione, ma la sua traduzione. Hanno preso il sangue e gli hanno dato una sintassi. Il cadavere, purché ben tradotto, diventa politica estera.
Ed è proprio per questo che viene quasi voglia di guardare con una certa riconoscenza nera a quel tale accusato di aver ucciso anziani in ambulanza (comunque innocente fino all’ultimo grado di giudizio). Già la formula ha una sua perfezione miserabile. Niente titanismo, niente leggenda, niente fascino del mostro, che è un’invenzione da lettori scemi di true crime.
Solo un ultimo artigiano. Uno che, non potendo avere uno Stato, si accontenta di governare su quattro ruote, non potendo invadere un paese, occupa una corsia; non potendo disporre della sorte di un popolo, si esercita sul corpo di chi è già fragile, già esposto, già consegnato.
Non c’è niente di grandioso in tutto questo, ed è precisamente qui che il discorso si fa interessante. Perchè accanto all’ultimo si ergono, epiche, centinaia di altre figure, di artigiani del male appunto, che per soldi o per una radio accesa o perchè non avevano nient’altro da fare uccidono il prossimo.
Costoro ci portano una notizia che temevamo non più d’attualità avvolti come siamo nella geopolitica: per portare la morte non serve vincere le elezioni. Non serve una maggioranza, non serve un partito, non servono folle, inni, sondaggi, apparati, e non serve neppure una guerra dichiarata. Quella è la forma alta, ben pettinata, rispettabile del disastro.
Ma sotto, molto sotto, resta aperta la porta laterale, quella degli uomini e delle donne qualunque. È da lì che passa l’ultimo artigiano, e la sua funzione storica consiste proprio nel ricordarci che la sovranità del male può esercitarsi anche in conto proprio, senza mandato, senza investitura, senza cerimoniale.
Qui sta la loro odiosa importanza. Non grandi uomini per grandi delitti il contrario. È il mediocre che ci toglie l’ultimo alibi. È uno che un’ora prima potrebbe ancora chiederti lo scontrino del caffè al bar, lamentarsi del resto, imprecare per il traffico, dire due banalità sul campionato.
Intanto, però, la porta resta aperta. Non la porta del potere, custodita da guardie, protocolli e televisioni, ma la porta più piccola e più offensiva: quella del delirio. La porta da cui entra l’uomo qualsiasi quando la sua irrilevanza, invece di pesargli, gli va alla testa e si trasforma nella fantasia di decidere chi deve vivere e chi no.
In questo senso gli ultimi artigiani svolgono un servizio pubblico che i grandi industriali della morte, con tutta la loro efficienza, non riescono più a offrirci. Non un servizio morale, naturalmente. Un servizio conoscitivo.
I grandi ci avevano quasi persuasi che per amministrare la morte servissero apparati, ministeri, bombe intelligenti, eserciti, satelliti, conferenze diplomatiche, ragioni di Stato e scenografie abbastanza eleganti da mascherare il tanfo dei corpi.
Poi arriva l’ultimo artigiano e ci dice che no, non occorre nulla di tutto questo. Basta molto meno. Basta la piccolezza, basta la miseria, basta l’uomo qualunque nel momento esatto in cui smette di sentirsi nessuno e decide di usare un altro corpo come scorciatoia verso l’importanza.
È per questo che di ultimi artigiani è piena la cronaca, anche senza farne il catalogo. Basta aprire il giornale per ritrovare sempre la stessa fauna morale: il vigliacco da interni, il burocrate dell’abiezione domestica, il nulla armato che trasforma una sera qualsiasi in un delitto, il piccolo impiegato dell’onnipotenza che scopre nel corpo altrui la via più rapida per sentirsi dio.
Cambiano i dettagli, gli ambienti, le circostanze, i modi; il tipo umano resta identico. Non c’è profondità, non c’è genio, non c’è abisso. C’è soltanto il cretino che si crede assoluto. C’è il povero diavolo che si mette in proprio.
L’ultimo artigiano è il ciabattino della morte in un’epoca di multinazionali del massacro, il falegname del sopruso nel secolo dei droni, il miniaturista del dominio assoluto mentre i grandi lavorano in serie e hanno imparato a chiamare la strage con nomi responsabili, moderati, istituzionali.
Perché i grandi, va riconosciuto, hanno almeno il vantaggio della distanza e il privilegio del linguaggio. Possono ammazzare con le mani pulite, far sparire i corpi sotto una coltre di parole gravi, sterminare e poi sedersi a discuterne come se stessero approvando un piano regolatore. Possono dire sicurezza, deterrenza, stabilità, necessità, risposta, e ogni volta il morto scivola un po’ più lontano, verso quel luogo astratto in cui la coscienza pubblica smette di reagire.
Gli ultimi artigiani, invece, sono troppo poveri perfino per la retorica. Non sanno disinfettare la propria infamia, non sanno nobilitarla, non sanno renderla presentabile. Gli resta il fatto, nudo, corto, meschino, ed è precisamente questo che scandalizza tanto: non che sia peggiore dei potenti, ma che sia più vicino, più ordinario, più simile alla gente che sta in fila con noi.
Il grande massacratore appartiene ancora al paesaggio remoto della geopolitica. L’ultimo artigiano appartiene al paesaggio del caffè al banco, del corridoio, del pianerottolo, della cucina, della faccia normale. Ed è forse questa la notizia davvero insopportabile che ci consegna: che il male dei palazzi, dei bunker, delle sale rosse è fatto dello stesso materiale umano con cui conviviamo tutti i giorni e che continua a sembrarci insignificante proprio mentre prepara il salto verso il delirio.
I grandi hanno il mandato, il consenso, le bandiere, i vertici; l’ultimo artigiano lavora in proprio. I grandi hanno il comunicato; lui la mano sporca. I grandi finiscono nella storia contemporanea; lui in cronaca nera. Uno viene chiamato statista, l’altro mostro, ma il morto, com’è noto, non apprezza molto la differenza di categoria.
Ed ecco perché bisogna quasi ringraziarlo, l’ultimo artigiano, naturalmente nel solo modo in cui si ringrazia una disgrazia: per quello che svela. Toglie al male la sua aura prestigiosa, gli leva il trucco, lo strappa dalle mani dei potenti e ce lo restituisce in formato domestico, popolare, accessibile.
Ci ricorda che non c’è bisogno di conquistare il mondo per devastare una vita, che non serve una dottrina, un esercito, una vittoria elettorale o una ragione storica per trasformarsi in amministratore della morte. Basta che la piccolezza umana incontri corpi vulnerabili e li scambi per proprietà privata.
Ma soprattutto l’ultimo artigiano lascia aperta una possibilità per tutti. Finché c’è lui, nessuno è davvero troppo mediocre, troppo irrilevante, troppo qualunque per immaginare una propria quota di sovranità. I grandi monopolizzano la distruzione su scala storica; lui, molto più modestamente, la rimette in circolazione, la riporta al dettaglio, la restituisce all’iniziativa privata.
Ed è qui che la sua funzione diventa quasi democratica, nel senso più sporco e più offensivo del termine: dice all’uomo comune che non ha vinto nulla, che non governa nulla, che non rappresenta nulla, che una porta resta comunque socchiusa per lui.
Non la porta della gloria, naturalmente, e neppure quella del potere vero. Quella resta ai grandi, ai loro eserciti, ai loro apparati, ai loro tavoli ovali. Ma la porta del dominio sì, quella resta aperta. La piccola porta laterale da cui passa il cretino che un’ora prima pretende ancora lo scontrino del caffè e un’ora dopo si sente autorizzato a usare un altro essere umano come prova della propria esistenza.
È questo che l’ultimo artigiano continua a garantire, ed è per questo che la sua presenza ha qualcosa di oscuramente consolante. Finché c’è lui, il messaggio resta intatto: non serve vincere le elezioni per portare la morte. Anche a chi non conta nulla resta una possibilità di fare del male. E avanti così, verso l’uguaglianza.




