Il laboratorio Yunus in Bangladesh sfida la miseria

Muhammad Yunus, economista bengalese, premio Nobel per la pace e padre del microcredito, è stato chiamato alla guida del governo del Bangladesh nell’agosto 2024, in un momento di paralisi politica e tensioni crescenti. La caduta del lungo governo di Sheikh Hasina, logorato da scandali e repressione del dissenso, aveva aperto un vuoto che nessun partito sembrava in grado di colmare senza alimentare nuovi scontri.

Yunus, figura da sempre esterna alla politica dei partiti, è stato indicato come leader del governo ad interim con un mandato preciso: ricostruire le condizioni minime per un ritorno alla democrazia. Il suo nome ha riacceso, anche fuori dal Paese, l’attenzione su un possibile nuovo modello di sviluppo inclusivo.

Le aspettative
La presenza di Yunus alla guida dell’esecutivo ha acceso molte speranze, in patria e all’estero. La sua lunga esperienza nel promuovere il microcredito e l’imprenditoria sociale, soprattutto tra le donne povere, lo ha reso simbolo di un’economia pensata non solo per la crescita, ma per l’autonomia dei più vulnerabili.

Il suo pensiero è noto: le imprese dovrebbero esistere non per massimizzare i profitti, ma per risolvere problemi sociali. Ci si aspettava quindi un’impronta netta, non solo sulla redistribuzione del reddito, ma anche sul modo stesso in cui lo Stato tratta i suoi cittadini.

Cosa sta facendo davvero
I primi mesi di governo hanno mostrato che non si è trattato solo di parole. Yunus ha avviato una serie di interventi strutturali — in alcuni casi silenziosi, in altri più visibili — che stanno ridisegnando lentamente il funzionamento di alcune leve fondamentali dello Stato.

Tra le prime mosse c’è stata la rimozione dei vertici della Banca Centrale e la liberalizzazione del tasso di cambio, con l’obiettivo di riportare al sistema ufficiale le rimesse dei migranti, linfa vitale per milioni di famiglie. È stato poi abolito il meccanismo che permetteva la “pulizia” dei capitali non dichiarati con un semplice pagamento fiscale, segnale evidente di discontinuità con la politica fiscale degli ultimi decenni.

Sul piano sociale, è stata tagliata l’imposizione doganale sui beni alimentari e agricoli essenziali, per contrastare l’impennata dei prezzi che stava riducendo in povertà anche i lavoratori con redditi bassi. Al tempo stesso, sono stati introdotti bonus per le famiglie più povere tramite identificazione biometrica, per impedire che clientelismo e corruzione locale intercettassero gli aiuti.

Ma forse l’intervento più concreto riguarda il mondo del lavoro: Yunus ha convocato i rappresentanti dell’industria tessile, spina dorsale dell’economia del Paese, e ha ottenuto un accordo — il primo da anni — che riconosce aumenti salariali e nuove tutele sindacali, tra cui bonus di presenza e una tredicesima mensilità. Nessuna rivoluzione, ma un gesto che ha un peso per milioni di operaie che finora avevano solo doveri e nessun diritto.

Herbert Groenemeyer, Muhammad Yunus, Youssou N’Dour, Bono & Bob Geldof – Photo Photo Matthias Muehlbradt by U2gigs.com, licensed under CC BY-SA 2.0.

A questi interventi si affianca il rilancio del microcredito pubblico in aree rurali, attraverso finanziamenti a tasso zero gestiti da istituti statali. In venti distretti sono già partiti programmi sperimentali rivolti a giovani disoccupati e donne capofamiglia.

E la democrazia?
L’attenzione internazionale — e anche quella interna — non si concentra solo sull’economia, ma anche sulla tenuta democratica del Paese. Yunus non è stato eletto, ma nominato in un contesto emergenziale. Ha promesso che traghetterà il Paese verso nuove elezioni libere. E per ora, le sue mosse sembrano andare in questa direzione.

Ha istituito 11 commissioni di riforma, composte da esperti indipendenti, incaricate di ripensare la giustizia, la pubblica amministrazione, la polizia, la lotta alla corruzione e il sistema elettorale. Non si tratta di decreti imposti, ma di tavoli di lavoro aperti, con scadenze pubbliche e rendicontazione prevista.

Non ci sono stati arresti di oppositori politici, né chiusure di giornali o limitazioni alla libertà di espressione, come invece era accaduto negli anni precedenti. Ma resta aperta la questione dei tempi: se il governo ad interim si trasforma in transizione infinita, anche le migliori intenzioni possono degenerare in una sospensione della sovranità popolare.

Le prospettive
Quello che Yunus sta cercando di fare in Bangladesh non si gioca soltanto sul piano interno. Il suo Paese è intrappolato in una congiuntura globale feroce: da un lato la morsa dell’inflazione importata, dall’altro i dazi imposti dagli Stati Uniti sull’abbigliamento bengalese, che rappresenta oltre l’80% delle esportazioni nazionali.

Una ritorsione commerciale figlia del nuovo isolazionismo trumpiano, che colpisce con più violenza proprio quei Paesi che cercano di risalire la scala dello sviluppo. In questo contesto, le riforme fiscali, le aperture al microcredito, i contratti con l’industria tessile non sono semplici atti amministrativi, ma tentativi di difesa attiva contro uno scenario economico mondiale che si fa ogni giorno più predatorio e chiuso.

Il Bangladesh è anche un nodo strategico per i rapporti tra India e Cina, entrambi interessati a tenere il Paese nella propria sfera di influenza. La scelta di Yunus di non schierarsi apertamente né con Nuova Delhi né con Pechino — e di cercare interlocutori anche in Europa e tra i Paesi del Sud globale — suggerisce una postura più autonoma, che potrebbe però durare poco, se non sostenuta da risultati concreti e da una sponda internazionale.

A fare la differenza, dunque, non sarà solo ciò che Yunus saprà fare dentro i confini del Bangladesh, ma quanto potrà resistere fuori, in un mondo che pretende stabilità, bassi salari, apertura ai capitali, ma non è disposto a pagare il prezzo della giustizia sociale.

Il tempo a disposizione non è infinito. Le mosse messe in campo finora sono intelligenti e reali, ma si muovono in un equilibrio precario, sotto la pressione di chi considera la povertà non un problema da risolvere, ma una condizione da gestire. E possibilmente silenziosa.

“General Photos: Bangladesh” by Asian Development Bank is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.