Il voto può ancora fermare la deriva autoritaria

C’è ancora uno strumento, nelle mani dei cittadini, capace di interrompere l’ascesa di un potere, smentirne le pretese di invincibilità e restituire alla politica una direzione diversa. È il voto. Può sembrare un’affermazione banale, ma non lo è affatto in un mondo nel quale l’estrema destra illiberale mette sempre più spesso in discussione le regole democratiche proprio mentre se ne serve per conquistare il potere.

Le elezioni di questi giorni raccontano anche questo. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato un nuovo mandato presidenziale, battendo Flávio Bolsonaro con il 51,79% dei voti. In Serbia, una lista nata dalle mobilitazioni studentesche contro la corruzione e il sistema di potere di Aleksandar Vučić ha ottenuto la maggioranza dei consensi.

Sono due vicende politiche molto differenti, ma hanno qualcosa in comune: dimostrano che il consenso non è una proprietà definitiva di chi governa e che perfino sistemi di potere apparentemente solidissimi possono essere messi in discussione attraverso le urne.

Domani sarà la volta di Israele, dove le elezioni parlamentari rappresenteranno anche un giudizio politico sul governo criminale di Benjamin Netanyahu, sulla guerra e sulle scelte che hanno segnato drammaticamente il Paese e il Medio Oriente. Il 3 novembre toccherà agli Stati Uniti, con elezioni di metà mandato che potranno modificare gli equilibri del Congresso e ostacolare il progetto dispotico e illiberale di Donald Trump.

Naturalmente, in nessuno dei due casi il risultato è scontato. E negli Stati Uniti non si vota per eleggere un nuovo presidente. Ma proprio questa incertezza rappresenta una caratteristica essenziale della democrazia: nessun potere dovrebbe poter considerare garantita la propria permanenza. Il punto è che oggi il conflitto politico non può essere interpretato soltanto attraverso la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Una parte decisiva dello scontro riguarda il rapporto con la democrazia stessa.

Esiste una destra liberale e conservatrice che, pur proponendo politiche economiche e sociali profondamente diverse da quelle progressiste, riconosce il pluralismo, l’alternanza, l’indipendenza della magistratura e i limiti costituzionali del potere. Ed esistono movimenti dell’estrema destra illiberale che considerano questi stessi limiti ostacoli da rimuovere.

La distinzione è fondamentale. Confondere ogni conservatorismo con l’autoritarismo significa non comprendere la natura del pericolo. Ma sarebbe altrettanto grave sottovalutare forze politiche che utilizzano le istituzioni democratiche per indebolire i meccanismi di controllo, delegittimare gli avversari e restringere gli spazi del dissenso. Il paradosso è che alcune di queste forze chiedono il voto dei cittadini mentre propongono trasformazioni istituzionali che rischiano di rendere molto più difficile, domani, sostituire chi governa.

E tuttavia sarebbe sbagliato immaginare che gli elettori respingano sempre queste prospettive. In Germania, per esempio, Alternative für Deutschland ha conquistato un consenso significativo, nonostante le sue posizioni neonaziste e xenofobe, neanche nascoste. Il fenomeno però non può essere liquidato attribuendo automaticamente convinzioni neonaziste a milioni di elettori. Per comprenderlo occorre interrogarsi sulle condizioni materiali che alimentano la sfiducia nella democrazia rappresentativa. La questione centrale resta la povertà, per chi la vive e per chi è in bilico nonostante uno stipendio.

Non soltanto la povertà assoluta, che impedisce di soddisfare i bisogni fondamentali. Anche l’impoverimento progressivo di chi lavora, di chi possiede una casa ma non riesce più a mantenerla, di chi vede diminuire il potere d’acquisto del proprio salario, di chi teme che i figli vivranno peggio dei genitori. La precarietà lavorativa, il costo delle abitazioni, l’accesso sempre più difficile ai servizi essenziali e l’insicurezza economica producono un sentimento di vulnerabilità che può trasformarsi in rabbia politica.

L’estrema destra ha imparato a sfruttare questa condizione, offrendo spiegazioni semplici a problemi complessi. La responsabilità del peggioramento delle condizioni di vita viene spesso trasferita sui migranti, sulle minoranze, sulle politiche ambientali o su presunti nemici interni, anziché essere ricercata nei meccanismi economici e nelle scelte che distribuiscono in modo diseguale ricchezza, opportunità e protezione sociale.

La povertà diventa così una risorsa politica. Non necessariamente un problema da risolvere, ma un sentimento da organizzare, una paura da alimentare, una frustrazione da indirizzare contro qualcuno. È un meccanismo che può produrre un circolo vizioso: l’insicurezza favorisce il consenso verso proposte autoritarie; queste possono tradursi in politiche che comprimono i diritti del lavoro, indeboliscono le garanzie democratiche e subordinano la tutela dell’ambiente agli interessi economici più forti; il peggioramento delle condizioni sociali può a sua volta alimentare nuove paure e nuovi conflitti.

Naturalmente, non ogni elettore economicamente vulnerabile sceglie l’estrema destra e non tutti i suoi sostenitori sono poveri. Sarebbe una semplificazione opposta, ma altrettanto fuorviante. Il punto è che l’impoverimento costituisce uno dei terreni sui quali si costruisce la competizione politica contemporanea. E la risposta democratica non può limitarsi alla denuncia dell’autoritarismo.

Quando milioni di persone non arrivano alla fine del mese, spiegare loro che devono difendere le istituzioni non basta. Quelle istituzioni devono anche dimostrare di saper difendere il loro salario, la possibilità di avere una casa, l’accesso alle cure, l’istruzione dei figli e il diritto a un futuro meno precario. La democrazia non può essere soltanto un insieme di procedure, per quanto indispensabili. Deve conservare la capacità di migliorare concretamente l’esistenza delle persone.

Anche per questo i risultati del Brasile e della Serbia meritano attenzione. Non dimostrano che l’estrema destra sia destinata a perdere, né che ogni movimento di opposizione sia automaticamente portatore di un progetto migliore. Dimostrano, piuttosto, che quando una parte significativa della società riconosce in una proposta politica una possibilità reale di cambiamento, il voto può diventare lo strumento attraverso il quale il malcontento si trasforma in alternanza.

Non basta essere contrari a chi governa. Occorre rendere credibile ciò che dovrebbe venire dopo. È una riflessione che riguarda direttamente l’Italia, dove nel 2027 si terranno le prossime elezioni politiche. Le indicazioni provenienti dall’estero possono incoraggiare chi teme un consolidamento delle tendenze illiberali. Ma sarebbe un errore trasformare la speranza in una previsione elettorale, o immaginare che le difficoltà del governo si traducano automaticamente in consenso per le opposizioni.

Il cosiddetto Campo largo non ha costruito una proposta politica sufficientemente riconoscibile e condivisa sui temi che incidono più direttamente sulla vita delle persone: salari, precarietà, sanità pubblica, casa, redistribuzione della ricchezza e transizione ecologica. La difficoltà non riguarda soltanto la capacità di tenere insieme partiti differenti. Riguarda la possibilità di offrire una risposta convincente a quel malcontento sociale che la destra radicale ha saputo intercettare, trasformandolo spesso in contrapposizione identitaria anziché in domanda di giustizia economica.

Difendere la democrazia significa anche restituire alle persone la convinzione che votare possa cambiare qualcosa nella loro esistenza. Il Brasile e la Serbia ricordano che nessun potere è imbattibile. Israele e Stati Uniti mostreranno quanto siano aperte le possibilità di cambiamento in altri contesti. L’Italia dovrà misurarsi con lo stesso interrogativo. Perché le elezioni restano il cuore della democrazia. Ma perché quel cuore continui a battere, non basta chiedere ai cittadini di respingere ciò che temono. Bisogna offrire loro qualcosa in cui possano tornare a credere.