Povertà, disuguaglianze, lavoro, sanità e crisi climatica: il nuovo rapporto dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile fotografa un Paese che fatica a migliorare. A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, soltanto il 29% degli obiettivi analizzati appare raggiungibile o significativamente avvicinabile. L’Asvis chiede alla politica un cambio di rotta, a partire dalla prossima legislatura.
L’Italia continua a perdere terreno sulla strada dello sviluppo sostenibile. Nonostante alcuni progressi nell’occupazione, nell’economia circolare e nella tutela degli ecosistemi marini, il Paese non riesce a ridurre le disuguaglianze né a garantire un miglioramento diffuso delle condizioni di vita. A pesare sono soprattutto la povertà, le difficoltà di accesso ai servizi, i divari territoriali e una transizione ecologica che procede troppo lentamente.
È il quadro delineato dal Rapporto Asvis 2026, intitolato Agenda per la prossima legislatura. E non solo, presentato dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Un documento che non si limita a misurare la distanza dagli impegni assunti con le Nazioni Unite nel 2015, ma indica le scelte necessarie per affrontare problemi che incidono già oggi sulla vita delle persone.
Il bilancio è preoccupante. Dei 38 obiettivi quantitativi esaminati, soltanto 11, pari al 29%, risultano raggiungibili o significativamente avvicinabili entro il 2030. Per altri cinque le tendenze sono contrastanti, mentre 22, equivalenti al 58%, appaiono fuori portata mantenendo gli attuali ritmi di cambiamento.
Il problema non riguarda soltanto il futuro. Significa che le politiche attuate finora non producono risultati sufficienti su questioni decisive come redditi, istruzione, salute, ambiente e opportunità per le nuove generazioni.
La povertà riguarda oltre 5,4 milioni di persone
Uno dei segnali più allarmanti arriva dalla povertà assoluta. Nel 2025 coinvolge oltre 5,4 milioni di persone, il 9,3% della popolazione italiana. Tra queste ci sono 1,1 milioni di minori.
La condizione è particolarmente difficile nel Mezzogiorno, dove l’incidenza raggiunge l’11%, e nelle famiglie composte esclusivamente da cittadini stranieri, per le quali arriva al 29,4%, contro il 5,9% delle famiglie formate soltanto da italiani.
Dietro queste percentuali si nascondono difficoltà quotidiane: pagare l’affitto, sostenere le bollette, acquistare beni essenziali, garantire ai figli opportunità educative. Quasi la metà delle famiglie in povertà assoluta vive in affitto, mentre la povertà energetica interessa il 9,1% dei nuclei familiari.
L’aumento del costo della vita e la fragilità dei redditi rendono particolarmente difficile uscire da questa condizione. La povertà rischia così di trasformarsi da emergenza temporanea in una situazione permanente, soprattutto quando si accompagna alla carenza di servizi pubblici.
Giovani e istruzione, un futuro ancora incerto
Il rapporto dedica particolare attenzione alle nuove generazioni. Secondo uno studio dell’Unicef richiamato dall’Asvis, il 23% dei bambini residenti in Italia vive in famiglie con redditi inferiori al 60% di quello mediano nazionale.
La mancanza di risorse economiche può tradursi in minori possibilità di formazione, partecipazione culturale e crescita personale, alimentando disuguaglianze destinate a riprodursi nel tempo.
Qualche risultato positivo emerge dalla scuola. Nel 2025 l’abbandono scolastico precoce è sceso all’8,2%, sotto il traguardo del 9% previsto per il 2030. Restano però significative le difficoltà nelle competenze di lettura e matematica.
Ancora più evidente è il ritardo nell’istruzione universitaria. Tra i giovani di età compresa fra 25 e 34 anni, i laureati rappresentano il 31,1%, molto lontano dall’obiettivo del 45% fissato per il 2030.
Il rischio è che il Paese continui a perdere capitale umano, soprattutto nelle regioni meridionali, dove le opportunità formative e professionali restano più limitate. Per molti giovani, trasferirsi altrove continua a rappresentare una necessità più che una libera scelta.
Occupazione in crescita, ma le donne restano indietro
Il mercato del lavoro costituisce uno dei pochi ambiti nei quali il rapporto registra un miglioramento apprezzabile nell’ultimo anno. La crescita dell’occupazione, sostenuta anche dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, non basta tuttavia a superare le debolezze strutturali.
Restano diffuse le basse retribuzioni, il lavoro involontariamente a tempo parziale e le difficoltà di ingresso nel mercato occupazionale.
Particolarmente significativa è la condizione femminile. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra 20 e 64 anni si ferma al 58%, rispetto al 71,3% della media europea.
Una distanza che racconta anche la distribuzione squilibrata dei compiti familiari, la carenza di servizi per l’infanzia e gli ostacoli incontrati dalle madri nel conciliare lavoro e responsabilità di cura.
Non si tratta soltanto di una questione di parità. Una partecipazione femminile così limitata riduce il potenziale economico del Paese e contribuisce ad accentuare le disuguaglianze sociali.
Sanità e servizi, il peso delle differenze territoriali
L’Italia mantiene una speranza di vita relativamente elevata, ma il sistema sanitario deve affrontare l’invecchiamento della popolazione e una domanda crescente di assistenza.
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica rappresenta il 6,2% del prodotto interno lordo. Il rapporto segnala tuttavia persistenti differenze territoriali nell’erogazione dei servizi, mentre liste d’attesa e rinuncia alle prestazioni continuano a compromettere l’accesso effettivo alle cure.
L’apertura delle Case della comunità, finanziate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza, rappresenta un passo avanti. Per trasformare queste strutture in servizi realmente funzionanti servono però personale, risorse stabili e collegamenti efficaci con il resto dell’assistenza territoriale.
La sfida è garantire che il diritto alla salute non dipenda dal luogo di residenza o dalla capacità economica delle famiglie.
Ambiente ed energia, una transizione troppo lenta
Il cambiamento climatico rende ancora più urgenti le difficoltà ambientali del Paese. Siccità, eventi meteorologici estremi e pressione sulle risorse naturali richiedono interventi che non possono più essere rinviati.
Un esempio riguarda l’acqua. Nel 2022 le perdite delle reti idriche italiane raggiungevano il 42,4%: una quantità enorme di acqua dispersa prima di arrivare agli utenti, mentre numerosi territori affrontano periodi di scarsità idrica.
Anche la transizione energetica procede lentamente. Nel 2025 le fonti rinnovabili coprono il 20,5% dei consumi finali italiani, a fronte di un obiettivo europeo del 42,5% entro il 2030.
La questione riguarda direttamente famiglie e imprese. La dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili espone infatti il sistema economico alle oscillazioni dei prezzi internazionali, con conseguenze sui costi di produzione e sulle bollette.
Investire nelle rinnovabili, nelle reti elettriche, negli accumuli e nell’efficienza degli edifici significa quindi non soltanto ridurre le emissioni, ma rafforzare la sicurezza energetica e contenere la vulnerabilità economica.
Segnali incoraggianti arrivano dall’economia circolare, uno dei settori nei quali l’Italia registra miglioramenti significativi. Restano invece preoccupanti le condizioni degli ecosistemi terrestri e la pressione esercitata sul suolo.
Dopo il Pnrr, la sfida delle politiche pubbliche
Un passaggio decisivo riguarda la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Gli investimenti realizzati hanno contribuito a migliorare infrastrutture, servizi e capacità tecnologiche, ma il loro effetto rischia di indebolirsi senza finanziamenti duraturi.
Costruire nuove strutture non basta se mancano le risorse per gestirle. Lo stesso vale per scuole, ospedali, trasporti e infrastrutture ambientali.
Per questo l’Asvis chiede una programmazione capace di superare la logica degli interventi emergenziali, collegando le scelte economiche agli obiettivi sociali e ambientali.
Tra le proposte figurano il rafforzamento della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, una maggiore capacità delle istituzioni di anticipare i rischi futuri e la valutazione degli effetti delle nuove leggi sulle giovani generazioni.
Il rapporto richiama anche la necessità di contrastare l’evasione fiscale, stimata intorno ai 100 miliardi di euro annui, e di rendere il sistema tributario più equo.
La prossima legislatura davanti alla prova del 2030
Il documento guarda direttamente alle elezioni politiche del 2027. La prossima legislatura accompagnerà l’Italia oltre la scadenza dell’Agenda 2030 e dovrà decidere quali priorità assegnare agli investimenti pubblici.
La questione centrale è se il Paese continuerà ad affrontare separatamente povertà, occupazione, sanità, istruzione e ambiente oppure riuscirà a costruire politiche coordinate, capaci di intervenire sulle cause comuni delle disuguaglianze.
L’Asvis propone anche strumenti per rafforzare la partecipazione delle nuove generazioni, tra cui un’Assemblea nazionale sul futuro, la cui inaugurazione è prevista nel 2027 a Parma.
Il messaggio del rapporto è che la sostenibilità non rappresenta un obiettivo astratto o esclusivamente ambientale. Riguarda la possibilità di vivere dignitosamente, lavorare, curarsi, studiare e costruire il proprio futuro.
A quattro anni dal 2030, il tempo disponibile per correggere la rotta si restringe. Ma il rischio maggiore, secondo l’Alleanza, non è soltanto mancare gli obiettivi internazionali: è lasciare che i problemi di oggi diventino le disuguaglianze permanenti di domani.


