Migliaia di donne indigene furono sterilizzate senza consenso durante il regime di Alberto Fujimori. Trent’anni dopo, la procura archivia l’inchiesta grazie a una legge promossa dal suo stesso movimento politico. Al centro della vicenda, una concezione della povertà che ha trasformato il corpo delle donne più vulnerabili in uno strumento delle politiche dello Stato.
Per trent’anni hanno raccontato di essere state ingannate, minacciate, trascinate negli ambulatori, operate senza comprendere ciò che sarebbe accaduto ai loro corpi. Donne povere, contadine, indigene, spesso incapaci di leggere i documenti che venivano loro sottoposti. Hanno chiesto giustizia, raccolto testimonianze, attraversato tribunali e governi. Ora la procura peruviana ha deciso che è passato troppo tempo per perseguire i responsabili. La legge considera prescritti i fatti. Per le donne che non hanno più potuto avere figli, naturalmente, il tempo non ha cancellato nulla.
La decisione, firmata il 22 ottobre e resa pubblica nei giorni successivi, chiude l’indagine sulle sterilizzazioni forzate realizzate durante la presidenza di Alberto Fujimori, tra il 1990 e il 2000. Il fascicolo riguarda 4.172 persone che denunciarono interventi senza consenso libero e informato, con almeno cinque donne morte in conseguenza delle operazioni. L’archiviazione interessa 52 indagati, compresi tre ex ministri della Sanità.
A rendere possibile la prescrizione è la legge 32107 del 2024, promossa da esponenti fujimoristi, che impedisce di applicare retroattivamente la qualificazione di crimini contro l’umanità ai fatti commessi prima del luglio 2002. Una norma contestata dalle organizzazioni per i diritti umani perché contraria ai principi internazionali sull’imprescrittibilità di tali crimini.
Quando la povertà diventò una diagnosi
Per comprendere la portata di questa vicenda bisogna tornare al Perù degli anni Novanta. Alberto Fujimori governa un Paese attraversato da profonde disuguaglianze, nel quale le comunità indigene delle Ande e delle regioni rurali vivono spesso in condizioni di povertà estrema, lontane dai servizi sanitari e dalle opportunità economiche concentrate nelle città.
Nel 1996 il governo introduce un programma nazionale di salute riproduttiva e pianificazione familiare, presentato come uno strumento per migliorare le condizioni delle donne e ampliare l’accesso alla contraccezione. Obiettivi che, sulla carta, appartengono alle politiche sanitarie di tutela dell’autonomia personale.
Ma l’attuazione assume caratteristiche ben diverse. Vengono stabiliti obiettivi numerici di sterilizzazione, organizzate campagne sanitarie nelle comunità rurali e introdotte pressioni sul personale medico affinché raggiunga i risultati previsti. Le testimonianze raccolte negli anni raccontano di donne convinte con informazioni false, minacciate di perdere benefici o sottoposte a interventi senza un consenso realmente informato.
Secondo la ricostruzione della Corte interamericana dei diritti umani, il programma produsse oltre 314mila sterilizzazioni femminili e circa 24mila maschili. Non tutte furono necessariamente forzate, ma numerose operazioni avvennero attraverso coercizioni o senza un consenso valido. Le principali vittime degli abusi furono donne indigene e povere.
La logica sottostante era devastante: invece di combattere le condizioni che producevano la miseria, si interveniva sulla capacità riproduttiva di chi la subiva. Il corpo delle donne diventava così il luogo nel quale esercitare un potere che avrebbe dovuto agire sulle disuguaglianze sociali.
Donne indigene, povere e senza potere
La selezione sociale delle vittime costituisce uno degli aspetti più gravi della vicenda. Non furono le donne benestanti di Lima a essere maggiormente esposte alle campagne coercitive, ma soprattutto quelle delle comunità rurali, spesso di lingua quechua, con scarsa istruzione e limitate possibilità di difendersi dalle pressioni delle autorità sanitarie.
La discriminazione economica si intrecciava con quella etnica e di genere. Una donna indigena povera disponeva di minori strumenti per contestare le decisioni di un medico, comprendere un documento sanitario o rivolgersi alla giustizia dopo aver subito un intervento irreversibile.
Le sterilizzazioni non rappresentarono semplicemente una violazione della libertà riproduttiva. Espressero una gerarchia sociale nella quale alcune donne potevano scegliere se diventare madri, mentre altre venivano considerate incapaci di decidere autonomamente.
Questa storia mostra una delle forme più violente che può assumere il paternalismo dello Stato: dichiarare di agire per il bene delle persone, privandole della possibilità di scegliere.
La pianificazione familiare dovrebbe consentire alle donne di decidere liberamente se e quando avere figli. Nel Perù di Fujimori, per migliaia di loro, si trasformò invece nell’esperienza opposta: la perdita definitiva di quella libertà.
Celia Ramos e le donne morte dopo gli interventi
Tra le vittime c’è Celia Edith Ramos Durand, morta nel 1997 dopo essere stata sottoposta a sterilizzazione forzata. La sua vicenda è diventata centrale nella lunga battaglia per il riconoscimento delle responsabilità dello Stato.
Il 5 marzo 2026 la Corte interamericana dei diritti umani ha reso pubblica una sentenza che condanna il Perù per la sterilizzazione forzata e la morte della donna, riconoscendo anche le violazioni subite dai suoi familiari e le ingiustificate lentezze delle indagini.
La Corte ha stabilito che lo Stato violò diritti fondamentali, tra cui quelli alla vita, alla salute, all’integrità personale, alla libertà e all’uguaglianza davanti alla legge. Ha inoltre ordinato misure di riparazione e interventi per garantire il consenso informato nelle prestazioni sanitarie.
È una decisione di enorme importanza perché riconosce che quanto accaduto non può essere ridotto a singoli errori medici. Le violazioni si inserirono in un programma pubblico che produsse conseguenze gravissime, soprattutto sulle donne socialmente più vulnerabili.
Eppure, pochi mesi dopo, la procura peruviana ha deciso di archiviare la più ampia indagine penale sulle sterilizzazioni. Il contrasto tra il riconoscimento internazionale delle responsabilità e gli ostacoli alla giustizia nazionale è uno degli elementi più inquietanti di questa storia.
Il ritorno del fujimorismo e la legge della prescrizione
La decisione assume un significato politico ancora più rilevante nel Perù del 2026. Dal 28 luglio la presidente della Repubblica è Keiko Fujimori, figlia dell’ex capo di Stato e leader di Fuerza Popular, il movimento che ne rivendica l’eredità politica.
La legge utilizzata per archiviare il procedimento era stata approvata nel 2024, prima del suo insediamento, ma promossa da parlamentari fujimoristi. Tra i beneficiari dell’archiviazione figura Alejandro Aguinaga, già ministro della Sanità durante il governo del padre e oggi senatore dello stesso schieramento.
Il provvedimento della procura riconosce elementi relativi a sterilizzazioni eseguite senza consenso e a gravi lesioni, ma considera estinta l’azione penale per effetto della prescrizione.
La distinzione è fondamentale: non siamo davanti a una sentenza che abbia dimostrato l’inesistenza degli abusi. È stata invece impedita la prosecuzione del percorso penale attraverso una norma che ha modificato le possibilità di perseguire fatti risalenti a oltre venticinque anni fa.
Rocio Silva Santisteban, dell’organizzazione femminista Demus, ha annunciato la volontà di contestare l’archiviazione. Anche il Coordinamento nazionale per i diritti umani ha chiesto una revisione della decisione.
Per le donne coinvolte, la giustizia rischia così di concludersi senza aver attribuito definitivamente le responsabilità individuali di quanto accaduto.
La povertà che continua a dividere il Perù
La vicenda delle sterilizzazioni appartiene agli anni Novanta, ma le disuguaglianze che contribuirono a rendere vulnerabili quelle donne non sono scomparse.
Secondo l’Istituto nazionale di statistica peruviano, nel 2025 il 25,7% della popolazione viveva in povertà monetaria. Nelle aree rurali la percentuale raggiungeva il 35,5%, contro il 23,4% delle città.
Il divario cresce considerando l’appartenenza linguistica. Nei nuclei il cui capofamiglia parla quechua o aimara, la povertà riguarda il 30,4% delle persone; nelle famiglie con una lingua indigena amazzonica arriva al 46,2%, mentre si ferma al 23,8% nei nuclei di lingua spagnola.
Sono dati che descrivono una società ancora profondamente diseguale, nella quale provenienza geografica, appartenenza indigena e accesso alle opportunità continuano a influenzare le condizioni materiali di vita.
Le donne rurali incontrano inoltre maggiori ostacoli nell’accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e all’autonomia economica. La povertà non determina automaticamente la perdita dei diritti, ma può rendere più difficile esercitarli e difenderli.
È proprio questo il legame con le sterilizzazioni forzate: la vulnerabilità sociale fu una condizione che facilitò gli abusi, mentre la scarsa capacità di ottenere tutela contribuì a prolungare per decenni la ricerca di giustizia.
Il diritto di essere madri non appartiene allo Stato
Questa vicenda non riguarda soltanto il passato del Perù. Tocca una questione universale: il rapporto tra potere politico, povertà e autonomia delle donne.
Quando una politica pubblica considera la nascita di figli nelle famiglie povere soprattutto come un problema economico, il rischio è spostare la responsabilità della miseria sulle persone che la subiscono. La povertà smette di apparire come il risultato di condizioni sociali e diventa una caratteristica di chi la vive, quasi una colpa da correggere.
Il programma di Fujimori portò questa logica fino alla violazione del corpo. Lo Stato, anziché assicurare alle donne indigene maggiori possibilità di scegliere, intervenne in numerosi casi per sottrarre loro quella scelta.
Trent’anni dopo, l’archiviazione dell’indagine mostra quanto sia difficile ottenere giustizia quando le vittime appartengono ai gruppi meno influenti della società e gli apparati politici coinvolti conservano o riconquistano il potere.
Le donne peruviane che hanno denunciato le sterilizzazioni non chiedono soltanto un risarcimento. Chiedono che ciò che hanno subito venga riconosciuto come una violazione dei loro diritti, che le responsabilità siano accertate e che nessun governo possa considerare la capacità riproduttiva delle donne povere una materia da amministrare contro la loro volontà.
Il tempo trascorso può cambiare le leggi e chiudere i procedimenti. Non restituisce la possibilità di avere un figlio, non cancella le conseguenze fisiche e psicologiche degli interventi e non trasforma una violazione in un atto legittimo.
Per questo la decisione della procura peruviana pesa molto più di un’archiviazione giudiziaria. Riguarda il valore attribuito alla parola di migliaia di donne che, per troppo tempo, hanno dovuto dimostrare di avere diritto a decidere sul proprio corpo.
La loro povertà non rendeva le loro vite meno degne. Ed è proprio il mancato riconoscimento di questa verità elementare a rendere ancora oggi così grave la storia delle sterilizzazioni forzate in Perù.


