Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Grecia stanno per concludere un accordo per trasferire in Ruanda migranti ai quali è stato negato il diritto di soggiornare nell’Unione europea. Il progetto potrebbe essere annunciato il 16 novembre, durante un incontro in Austria, e diventare operativo nel 2027. I cinque governi riprendono così un modello già tentato dal Regno Unito, costato centinaia di milioni di sterline e abbandonato senza che fosse effettuato un solo trasferimento forzato.
Le trattative con Kigali sono in corso da mesi. Il Ruanda sarebbe la destinazione preferita, anche se l’Uganda rimane un’alternativa. Il progetto iniziale riguarderebbe poche decine o centinaia di persone, selezionate tra quelle che hanno ricevuto un provvedimento definitivo di rimpatrio e non possono più restare legalmente in Europa.
La differenza rispetto al precedente britannico è giuridicamente importante. Londra voleva trasferire in Ruanda anche persone la cui domanda di asilo doveva ancora essere esaminata. I cinque Paesi europei intendono invece inviare persone che hanno già esaurito le possibilità legali di soggiorno. In entrambi i casi, però, si tratta di trasferire esseri umani in uno Stato con il quale potrebbero non avere alcun legame personale o familiare.
Il precedente inglese offre elementi sufficienti per valutare l’operazione. Il progetto fu avviato nel 2022 dal governo conservatore di Boris Johnson e proseguito dai suoi successori. Nel novembre 2023 la Corte Suprema britannica lo giudicò illegittimo per il rischio che le persone trasferite potessero essere successivamente espulse verso Paesi nei quali avrebbero subito persecuzioni. Il governo conservatore cercò di superare gli ostacoli giudiziari con nuove disposizioni legislative, ma il programma venne cancellato nel luglio 2024 dal laburista Keir Starmer.
Il conto finale, secondo i dati ufficiali britannici, è stato di 715 milioni di sterline, comprendendo anche le spese legate all’applicazione dell’Illegal Migration Act. Di questi, 290 milioni sono stati versati direttamente al Ruanda. Nessun richiedente asilo è stato deportato forzatamente nell’ambito del programma. Quattro persone hanno accettato il trasferimento volontario dietro compenso.
I cinque governi europei conoscono questi risultati. Eppure intendono utilizzare nuovamente il Ruanda, valutando persino il recupero delle strutture predisposte per il progetto britannico.
La nuova operazione ha trovato una base giuridica nel regolamento europeo sui rimpatri, approvato definitivamente il 1° ottobre 2026. Le norme consentono agli Stati membri di stipulare accordi con Paesi esterni all’Unione per realizzare centri di rimpatrio. Sono previste garanzie sul rispetto dei diritti fondamentali, il divieto di respingimento verso luoghi pericolosi e l’esclusione dei minori non accompagnati.
L’esistenza di una base normativa, tuttavia, non dimostra che il progetto sia realizzabile né che produca risultati significativi. Nel 2025, secondo Eurostat, i Paesi dell’Unione hanno emesso 491.950 provvedimenti di allontanamento e registrato 135.460 rimpatri verso Paesi terzi. I due numeri non riguardano necessariamente le stesse persone, ma indicano la distanza tra l’attività amministrativa e i rimpatri effettivamente eseguiti.
Un centro in Ruanda destinato inizialmente a poche centinaia di persone avrebbe un’incidenza minima su queste dimensioni. Potrebbe invece assumere un notevole valore politico, consentendo ai governi coinvolti di presentare agli elettori una nuova misura di controllo dell’immigrazione.
Resta poi il problema della destinazione. Il Ruanda è governato dal presidente Paul Kagame, al potere dal 2000. Human Rights Watch e altre organizzazioni internazionali documentano da anni repressione dell’opposizione, limitazioni della libertà di espressione e intimidazioni nei confronti dei dissidenti. Il Paese è inoltre accusato di sostenere il movimento armato M23 nella Repubblica Democratica del Congo, accusa respinta da Kigali.
Gli stessi governi europei che richiamano il Ruanda al rispetto dei diritti umani stanno quindi valutando di affidargli persone espulse dal territorio dell’Unione. Il problema non si esaurisce nella sicurezza delle strutture di accoglienza: riguarda lo status giuridico dei trasferiti, la libertà di movimento, la possibilità di lavorare e le garanzie contro un’ulteriore espulsione.
Per il Ruanda l’accordo rappresenterebbe anche un’opportunità economica e diplomatica. Il precedente britannico ha dimostrato che ospitare programmi migratori europei può produrre finanziamenti consistenti, indipendentemente dal numero delle persone effettivamente trasferite. Nel nuovo negoziato, tuttavia, non sono ancora noti gli importi previsti.
La scelta rientra in una tendenza più ampia. Diversi governi europei cercano di trasferire fuori dai propri confini una parte della gestione dell’immigrazione. L’Italia ha aperto centri in Albania, la Danimarca aveva già valutato accordi autonomi con il Ruanda e i Paesi Bassi hanno indicato l’esternalizzazione delle procedure di asilo tra i propri obiettivi politici.
Non si tratta di iniziative identiche, ma condividono l’intenzione di spostare in Stati terzi attività e responsabilità che tradizionalmente ricadevano sulle amministrazioni nazionali.
La Francia, pur sostenendo politiche di rimpatrio più efficaci, non ha aderito al progetto. Emmanuel Macron ha dichiarato di non aver mai visto funzionare realmente un centro di rimpatrio in un Paese terzo.
L’accordo dei cinque Paesi, se concluso, dovrà affrontare problemi concreti: costi di gestione, controlli indipendenti, tutela giurisdizionale, permanenza dei trasferiti e loro eventuale successivo ritorno nel Paese d’origine. Nessuna di queste questioni è risolta dalla semplice disponibilità del governo ruandese ad accoglierli.
Il fallimento britannico non dimostra che ogni accordo futuro sia destinato allo stesso risultato. Dimostra però che il trasferimento dei migranti in Ruanda può comportare costi elevatissimi, ostacoli giudiziari e risultati praticamente nulli.
Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Grecia stanno scegliendo di ripartire proprio da quel modello, modificandone alcuni presupposti giuridici. Prima ancora di conoscere il prezzo del nuovo accordo, è già noto quanto sia costato il precedente e quanto poco abbia ottenuto.
Per ora l’unico risultato certo è politico: cinque governi europei hanno deciso di investire nuovamente sul Ruanda per mostrare che i migranti possono essere allontanati dall’Europa. Che questo serva realmente a rimpatriarli resta tutto da dimostrare.


