Africa: la finanza vuole i poveri solo come clienti

Non si è ancora spenta l’eco della Africa Inclusive Finance Week 2025, chiusa il 17 ottobre a Lomé, e già la retorica dell’“inclusione finanziaria” mostra le sue crepe. Per una settimana, la Banca Africana di Sviluppo e una lunga fila di fondazioni, governi e piattaforme fintech hanno parlato di innovazione e di “nuovi strumenti per colmare il divario di accesso al credito in Africa”. Hanno mostrato slide impeccabili, proiettato numeri sull’alfabetizzazione digitale, celebrato l’avvento della “finanza per tutti”.

Il problema è che questa finanza non nasce per tutti, ma per gli stessi di sempre. La parola “inclusione” funziona bene nei comunicati, ma sul terreno significa un’altra cosa: portare milioni di persone dentro il sistema, purché rispettino le regole del sistema.

Cioè: puoi avere un microcredito se hai un telefono, un conto digitale, un indirizzo, una reputazione tracciabile e qualche garanzia di rimborso. In altre parole, devi essere già quasi bancabile per poter essere incluso. Gli altri restano fuori, come sempre, solo un po’ più profilati di prima.

Nessuno alla conferenza ha ricordato che la maggior parte delle economie africane si regge sul contante, sulle reti informali, sulle rimesse e sulle donne che tengono in piedi microeconomie comunitarie senza una sola app di pagamento.

“Includerle” significa spesso spingerle verso piattaforme dove i tassi e le commissioni sono decisi altrove — e dove ogni transazione genera dati che hanno un valore commerciale, ma non sociale.

Così l’inclusione diventa una nuova forma di estrazione: non più oro, rame o cacao, ma profili digitali e flussi di pagamento. Dietro la retorica dell’accesso si nasconde un mercato gigantesco — quello dei nuovi clienti poveri. È il capitalismo dell’algoritmo applicato alla povertà: ti faccio entrare nel circuito, ma alle mie condizioni e con il mio prezzo.

E allora la domanda vera non è se la finanza possa includere i poveri, ma se la povertà possa sopravvivere alla finanza. Perché una volta dentro, non è detto che ne esci più libero: puoi ritrovarti semplicemente più sorvegliato, più indebitato e con meno alternative. L’Africa ha bisogno di credito, non di colonizzazione digitale; di regole sui tassi, non di app patinate; di cooperazione, non di marketing solidale.

Ecco perché ne parliamo solo ora, a distanza di giorni. Perché il silenzio dopo le conferenze dice più della conferenza stessa. Quando le luci si spengono e i delegati tornano a casa, resta l’eco di una parola — “inclusione” — che continua a suonare bene, ma a fare male.