La fame nel mondo è diminuita per il terzo anno consecutivo, ma mangiare in modo sano resta economicamente impossibile per una persona su tre. È il dato centrale del rapporto 2026 sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione, realizzato da FAO, IFAD, UNICEF, Programma alimentare mondiale e Organizzazione mondiale della sanità, The State of Food Security and Nutrition in the World.
Nel 2025 circa 2,69 miliardi di persone, il 32,7 per cento della popolazione mondiale, non disponevano del reddito necessario per acquistare una dieta sana. La situazione è migliorata rispetto al 2021, quando erano 2,97 miliardi, ma la riduzione non cambia la dimensione del problema: un terzo dell’umanità riesce forse a procurarsi abbastanza calorie, senza però potersi permettere con regolarità frutta, verdura, legumi, latticini, carne, pesce o altri alimenti necessari a una nutrizione equilibrata.
Il rapporto distingue infatti la fame dalla qualità dell’alimentazione. Nel 2025 le persone denutrite sono state stimate in 645 milioni, pari al 7,8 per cento della popolazione mondiale, contro l’8,1 per cento del 2024. È un progresso, ma ancora insufficiente: nel 2030 potrebbero soffrire la fame tra 510 e 520 milioni di persone, più della metà in Africa.
Una dieta sana, secondo il criterio usato dalle agenzie delle Nazioni Unite, deve essere adeguata, equilibrata, varia e moderata. Il suo costo minimo medio è salito nel 2025 a 4,28 dollari al giorno a parità di potere d’acquisto, rispetto ai 3,44 del 2021 e ai 2,94 del 2017. Non si tratta di quattro dollari nominali uguali in ogni Paese, ma dell’equivalente locale necessario per comprare il paniere meno costoso capace di rispettare quei requisiti.
Il dato medio nasconde differenze enormi. In Africa una dieta sana è fuori portata per il 66,6 per cento della popolazione, più del doppio rispetto all’Asia, dove la quota è del 28,9 per cento, e all’America Latina e ai Caraibi, al 25,7 per cento. Per la prima volta, inoltre, l’Africa concentra il numero più alto di persone che soffrono la fame: 309 milioni, contro i 292 milioni dell’Asia.
Il problema non è soltanto quanto cibo esiste, ma quale cibo arriva sul mercato e a quale prezzo. Cereali e alimenti amidacei di base forniscono calorie a costi relativamente bassi. Frutta, verdura e alimenti di origine animale sono invece molto più costosi perché richiedono trasporto rapido, refrigerazione, conservazione e lavorazioni più complesse. Sono proprio questi gruppi alimentari a pesare maggiormente sul costo complessivo di una dieta sana.

La conseguenza si vede nella qualità reale dell’alimentazione. A livello mondiale soltanto il 30,8 per cento dei bambini tra sei e ventitré mesi raggiunge una diversità alimentare minima. Tra le donne dai 15 ai 49 anni la quota sale al 62,7 per cento, ma significa comunque che più di una su tre non consuma una varietà sufficiente di alimenti. Intanto l’obesità adulta è aumentata dal 12,1 per cento del 2012 al 16,2 per cento del 2024. Fame, carenze nutrizionali e obesità non sono fenomeni opposti: possono derivare dallo stesso sistema, capace di vendere calorie economiche ma non un’alimentazione completa.
Il rapporto individua anche una distorsione nelle politiche pubbliche. Molti governi continuano a sostenere soprattutto cereali e prodotti amidacei, già relativamente economici, mentre investono meno nelle filiere di frutta, verdura e legumi. Ma sovvenzionare ancora gli alimenti meno costosi riduce poco il prezzo complessivo di una dieta sana e può sottrarre risorse alle produzioni che ne determinano davvero l’accessibilità.
La questione non si risolve soltanto aumentando la produzione agricola. Le attività successive all’uscita dal campo rappresentano tra il 70 e il 75 per cento di ciò che i consumatori spendono per il cibo. Nei Paesi a basso e medio reddito, trasformazione, logistica e commercio all’ingrosso possono generare da sole tra il 30 e il 40 per cento dei costi dei sistemi agroalimentari. Strade inefficienti, assenza di celle frigorifere, perdite dopo il raccolto, energia costosa e mercati poco collegati fanno aumentare soprattutto il prezzo degli alimenti deperibili.
Per ridurre il costo di una dieta sana, le agenzie dell’ONU indicano quindi interventi mirati: ricerca agricola orientata a frutta, verdura e legumi, irrigazione, sementi, strade, trasporti, catene del freddo, sistemi di stoccaggio, riduzione delle perdite alimentari e regole commerciali più efficienti. Le priorità cambiano da regione a regione: in Africa pesa soprattutto il costo degli alimenti di origine animale; in Asia quello della frutta; in America Latina e nei Caraibi incidono in modo particolare trasporto e prezzo delle verdure.
Il miglioramento dei dati sulla fame non va sottovalutato. Ma non basta contare quante persone riescono a mangiare abbastanza per sopravvivere. Il nuovo confine della disuguaglianza alimentare è tra chi può scegliere una dieta che protegga la salute e chi deve riempire lo stomaco con ciò che costa meno. Nel 2025 questa seconda condizione riguardava ancora 2,69 miliardi di persone.



