Terrorismo e povertà: un legame che uccide

Il Global Terrorism Index 2025, pubblicato dall’Institute for Economics and Peace, fotografa un panorama complesso e in evoluzione. Il numero complessivo di attacchi terroristici nel 2024 ha registrato una leggera flessione rispetto all’anno precedente, ma si è assistito a un aumento significativo della loro letalità: con una media di 3 vittime per attacco, si tratta del dato più alto registrato negli ultimi sette anni.

Il numero totale di morti per terrorismo è salito a 8.352 vittime, con un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. La metà di questi decessi è concentrata in appena quattro Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Somalia e Mali. In Africa subsahariana, in particolare nel Sahel, si osserva un consolidamento della presenza jihadista con gruppi come lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) e Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin (JNIM), che continuano a espandersi territorialmente.

Al contrario, in Occidente gli attacchi sono in diminuzione e sempre più legati a minacce individuali o a ispirazione ideologica isolata, come nel caso degli attacchi di estrema destra o di matrice anarco-insurrezionalista. Tuttavia, resta alta la vigilanza su possibili atti connessi a conflitti internazionali, in particolare dopo le escalation in Medio Oriente.

La geografia della povertà coincide con quella della violenza

Una delle evidenze più forti del rapporto 2025 è che l’80% delle vittime del terrorismo risiede in Paesi con alti livelli di povertà o disuguaglianza economica strutturale. In particolare, le regioni africane più colpite (Burkina Faso, Mali, Niger) presentano un’incidenza della povertà estrema superiore al 40%.

Il rapporto sottolinea come la fragilità economica, l’assenza di servizi pubblici e l’insicurezza alimentare siano elementi che non solo espongono la popolazione alla propaganda estremista, ma rendono anche il terrorismo una “scelta” economica per migliaia di giovani privi di alternative.

In molti casi, gruppi terroristici offrono retribuzioni superiori al reddito agricolo locale, e garantiscono “protezione” e accesso a beni essenziali in zone abbandonate dallo Stato. Il caso del Mozambico settentrionale (Cabo Delgado), citato nel dossier, è emblematico: gruppi jihadisti hanno preso il controllo di intere zone promettendo stabilità e sussistenza.

Quando la guerra non è solo ideologia

Il Global Terrorism Index mette inoltre in discussione una narrazione ancora troppo centrata sull’ideologia religiosa. Oggi, afferma il rapporto, oltre il 70% degli attacchi nel Sahel è motivato da dinamiche etniche, lotte per il controllo delle risorse o vendette intercomunitarie, spesso in territori dimenticati da qualsiasi forma di sviluppo o governance.

Ciò significa che non basta il contrasto militare: la vera prevenzione passa per istruzione, accesso a risorse, sanità, opportunità economiche. Lo stesso documento sottolinea la necessità urgente di programmi di sviluppo mirati, in particolare nelle aree a “doppio rischio”: povertà estrema e presenza jihadista.

Implicazioni per le politiche internazionali

Il dossier conclude con un messaggio forte: finché la comunità internazionale continuerà a rispondere al terrorismo con logiche puramente securitarie, senza affrontare le sue cause profonde, il ciclo si perpetuerà.

Investire in istruzione, servizi e sviluppo rurale nei Paesi più esposti non è solo un dovere morale: è una misura preventiva concreta. Il terrorismo, in molti contesti, non nasce per odio, ma per fame.