Vacanze negate a una famiglia italiana su tre

Per milioni di famiglie italiane le vacanze non sono una scelta tra mare e montagna, ma una spesa semplicemente impossibile da sostenere. Nel 2025 il 33,2% dei nuclei con un figlio minorenne non ha potuto permettersi nemmeno una settimana lontano da casa. La percentuale resta superiore al 30% tra le famiglie con due figli e supera la metà, arrivando al 53,3%, quando i minori sono tre o più.

Dietro questi numeri non c’è soltanto la rinuncia a un viaggio. C’è una disuguaglianza che durante l’estate diventa ancora più evidente: da una parte i bambini che possono conoscere luoghi nuovi, giocare, socializzare e vivere esperienze diverse; dall’altra quelli che restano esclusi perché il reddito familiare non consente alternative.

Le vacanze, infatti, non rappresentano soltanto un periodo di riposo. Per un bambino possono essere un’occasione di scoperta, autonomia e apprendimento. Visitare una città, trascorrere alcuni giorni in un ambiente naturale o anche solo uscire dalla routine quotidiana significa entrare in contatto con stimoli che contribuiscono alla crescita emotiva e cognitiva. Quando queste possibilità dipendono esclusivamente dalla capacità economica dei genitori, la povertà materiale si trasforma anche in povertà educativa.

I dati elaborati da Openpolis e Con i Bambini sulla base delle rilevazioni Istat mostrano inoltre un peggioramento rispetto al 2024. La quota di famiglie impossibilitate a sostenere una settimana di vacanza è aumentata di 5,1 punti percentuali tra quelle con un solo figlio, di 1,5 punti tra quelle con due e addirittura di 8,9 punti tra i nuclei con almeno tre minori.

È proprio la presenza di più figli a rendere particolarmente fragile il bilancio domestico. Trasporti, pernottamenti e pasti moltiplicano rapidamente il costo di una partenza. Anche una vacanza breve ed economica può diventare irraggiungibile per chi deve già affrontare affitti, bollette, spese scolastiche e alimentari con entrate insufficienti o discontinue.

Il fenomeno non è nuovo. Nel 2012, nel pieno degli effetti della crisi economica, non riusciva a permettersi una settimana fuori casa il 61% delle famiglie con almeno tre figli. Nello stesso anno la quota raggiungeva il 50,2% tra i nuclei con un figlio e il 49% tra quelli con due. Il successivo miglioramento non ha quindi eliminato il problema e gli ultimi dati indicano una nuova inversione di tendenza.

Comprendere come questa fragilità si distribuisca sul territorio è più difficile. Non sono disponibili dati comunali direttamente confrontabili sulla rinuncia alle vacanze, ma alcune indicazioni emergono osservando la diffusione delle famiglie monoreddito con figli piccoli, una delle condizioni maggiormente esposte al rischio di deprivazione economica.

Tra il 2015 e il 2022 la quota di nuclei con un solo percettore di reddito e almeno un figlio sotto i sei anni è aumentata in 1.242 dei 2.340 comuni analizzati. Nei capoluoghi l’aumento ha interessato 39 città, mentre in 73 si è registrata una diminuzione. Non emerge una separazione territoriale semplice e uniforme, ma una geografia frammentata, fatta di miglioramenti e peggioramenti anche all’interno delle stesse aree del paese.

Gli incrementi più consistenti tra i capoluoghi sono stati rilevati a Nuoro, dove la quota è passata dal 46,8% al 48,9%, a Oristano, dal 47% al 48,9%, e a Potenza, dal 43,9% al 45,5%. Le riduzioni maggiori si sono invece registrate ad Andria, Bologna e Pescara. Anche nei territori in miglioramento, tuttavia, l’incidenza delle famiglie sostenute da un unico reddito resta spesso molto elevata.

Questi dati devono essere letti con cautela. Una famiglia monoreddito non è necessariamente povera e, al contrario, anche due stipendi possono non essere sufficienti, soprattutto dopo l’aumento dei prezzi degli ultimi anni. L’indicatore mostra però quanto numerosi siano i nuclei costretti ad affidare la propria stabilità economica a una sola entrata, mentre devono sostenere i costi legati alla crescita dei figli.

La stessa incidenza della rinuncia alle vacanze potrebbe essere sottostimata. Dichiarare di non riuscire a garantire ai propri figli esperienze considerate normali può generare vergogna e reticenza. Dietro ogni percentuale ci sono genitori chiamati ad ammettere di non poter soddisfare bisogni che la società presenta spesso come ordinari.

Parlare di vacanze negate non significa quindi rivendicare un lusso. Significa interrogarsi sul diritto dei minori al riposo, al gioco, alla socialità e alla conoscenza. Quando una famiglia su tre non può offrire ai propri figli nemmeno una settimana lontano da casa, il problema non riguarda più le preferenze individuali. Riguarda il livello di disuguaglianza che il paese considera accettabile.