Crisi idrica, un’Italia divisa dall’accesso all’acqua

Prima che la siccità tornasse a svuotare il Po e i grandi laghi del Nord, nel Mezzogiorno l’acqua distribuita a singhiozzo era già parte della vita quotidiana. In Calabria, nel 2025, il 37,3% delle famiglie ha denunciato irregolarità nell’erogazione domestica. In Sicilia la quota ha raggiunto il 29,5%, contro una media nazionale del 10,2%.

Complessivamente sono 2,7 milioni le famiglie italiane che hanno segnalato interruzioni o disservizi, oltre due terzi delle quali residenti nel Sud e nelle Isole. È da qui che bisogna partire per comprendere la nuova emergenza idrica italiana: non soltanto dai fiumi in secca o dalle piogge insufficienti, ma da territori nei quali l’accesso regolare all’acqua potabile non è mai diventato un servizio pienamente garantito.

Nel 2024 il razionamento ha coinvolto tutti i capoluoghi siciliani tranne Siracusa e tutti quelli calabresi con l’eccezione di Crotone. Nei soli capoluoghi della Sicilia le restrizioni hanno interessato oltre 726mila persone, quasi la metà dei residenti regionali.

Tra le cause non c’è soltanto il deficit di precipitazioni. Pesa anche l’obsolescenza delle infrastrutture acquedottistiche, che rende più difficile accumulare e distribuire la risorsa quando la disponibilità diminuisce.

Ad Agrigento l’acqua è stata sospesa per 209 giorni e distribuita in quantità ridotta negli altri 157: in pratica, il servizio è stato condizionato per l’intero anno. A Enna i razionamenti sono durati 275 giorni, mentre a Caltanissetta, tra aprile e dicembre, alcune zone ricevevano acqua una volta ogni sette giorni. Autobotti e serbatoi fissi sono stati utilizzati per garantire un approvvigionamento minimo alla popolazione.

La Calabria presenta una situazione altrettanto grave. A Vibo Valentia, nel 2024, l’erogazione è stata sospesa ogni notte per consentire il riempimento dei serbatoi. A Cosenza le interruzioni giornaliere, dal tardo pomeriggio fino alle prime ore del mattino, hanno interessato oltre l’80% della popolazione. Riduzioni sono state registrate anche a Reggio Calabria e Catanzaro.

I problemi non sono stati superati. In diverse aree calabresi continuano a essere segnalate turnazioni, basse pressioni, chiusure dei serbatoi e interruzioni della distribuzione. Non tutti i disservizi dipendono direttamente dalla siccità: guasti e manutenzioni hanno un peso rilevante. Ma proprio la frequenza degli episodi mostra quanto il sistema sia vulnerabile anche davanti a inconvenienti ordinari.

In Sicilia più acqua negli invasi, ma il sistema resta fragile

La situazione siciliana del 2026 richiede una lettura più articolata rispetto agli anni precedenti. Al primo giugno gli invasi dell’isola contenevano complessivamente circa 607 milioni di metri cubi d’acqua, contro i 372 milioni registrati nello stesso periodo del 2025: un aumento del 63%.

Il Fanaco, fondamentale per l’approvvigionamento potabile della Sicilia centrale, era passato da 4,7 a 16,8 milioni di metri cubi. Il Poma era salito da 28,4 a 60,5 milioni. Le riserve sono dunque migliorate sensibilmente.

Una maggiore disponibilità d’acqua, però, non significa automaticamente una distribuzione regolare. Anche nelle ultime settimane sono state comunicate interruzioni degli acquedotti, riduzioni delle portate e modifiche ai calendari di erogazione in diversi comuni della Sicilia centrale.

La distinzione è decisiva: una cosa è la quantità d’acqua presente negli invasi, un’altra è la capacità di renderla disponibile con continuità nelle abitazioni. In Sicilia l’emergenza meteorologica si è attenuata rispetto ai momenti più drammatici, ma l’emergenza infrastrutturale resta aperta.

Lo confermano anche le valutazioni dei cittadini. Nel 2025 il 57,6% delle famiglie siciliane dichiarava di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto, la percentuale più alta d’Italia. In Calabria la quota era del 44,6%. Le due regioni risultavano inoltre quelle con il livello più basso di soddisfazione complessiva per il servizio idrico.

La crisi non riguarda quindi soltanto la quantità della risorsa disponibile, ma la qualità percepita, l’affidabilità della distribuzione e la fiducia dei cittadini nei confronti del sistema.

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Piogge, reti e disuguaglianze

La siccità amplifica problemi già esistenti. Quando le precipitazioni diminuiscono e le temperature aumentano, sorgenti, falde e invasi si impoveriscono. Se a questa situazione si aggiungono reti deteriorate, serbatoi insufficienti e sistemi di distribuzione poco efficienti, la scarsità si trasforma rapidamente in razionamento.

Il problema assume anche una dimensione sociale. Le famiglie che possono permetterselo installano serbatoi privati, acquistano autoclavi o ricorrono all’acqua imbottigliata. Chi dispone di meno risorse resta maggiormente esposto alle interruzioni, alle basse pressioni e alla necessità di adattare la propria giornata agli orari di erogazione.

La mancanza d’acqua condiziona l’igiene, la preparazione dei pasti, la gestione della casa e l’assistenza alle persone anziane o fragili. Nei territori turistici può creare difficoltà alle strutture ricettive e alle attività commerciali. In agricoltura riduce le produzioni e aumenta i costi.

L’acqua intermittente non è quindi soltanto un disservizio tecnico. È una forma di disuguaglianza territoriale che incide sulla vita quotidiana e sulla possibilità di vivere, lavorare e produrre nelle stesse condizioni del resto del paese.

Ora l’allarme raggiunge anche il Nord

Mentre nel Mezzogiorno la crisi idrica si manifesta da anni attraverso turnazioni e interruzioni, nel bacino del Po la scarsità d’acqua sta assumendo una dimensione sempre più concreta anche per gli usi potabili.

L’Autorità di bacino ha confermato un livello di severità idrica medio in assenza di nuove precipitazioni. In alcuni tratti del Po, però, le portate risultano compatibili con una condizione di siccità severa. Il Lago Maggiore è sceso vicino al limite minimo operativo, mentre nel Delta continua la risalita del cuneo salino.

Quando la portata del fiume si riduce, l’acqua del mare riesce a penetrare più profondamente nei rami del Delta. L’aumento della salinità rende più difficile utilizzare la risorsa per l’irrigazione e può mettere in difficoltà anche gli impianti destinati alla potabilizzazione.

In Lombardia sono 50 i comuni che presentano difficoltà nell’approvvigionamento idrico e 17 vengono già sostenuti attraverso autobotti. Nelle Marche il progressivo impoverimento delle sorgenti ha reso necessario lo stesso intervento in 32 comuni. Criticità sono segnalate anche nel Rodigino, nel Pavese e in diverse province piemontesi.

Le autobotti non significano necessariamente che interi centri abitati siano rimasti senza acqua. Spesso servono a ricaricare serbatoi e acquedotti locali quando pozzi e sorgenti non riescono più a sostenere i consumi. La loro presenza rappresenta comunque un segnale evidente: la crisi è passata dai campi e dai fiumi alle reti destinate alla popolazione.

Una crisi nazionale

L’emergenza del Po non sostituisce quella del Sud: la completa. Da Agrigento a Cosenza, da Caltanissetta a Vibo Valentia, l’acqua intermittente mostra da tempo cosa accade quando scarsità climatica, impianti vulnerabili e reti inefficienti si sommano.

Le autobotti che oggi raggiungono Lombardia e Marche indicano che quella condizione non può più essere considerata un problema esclusivamente meridionale.

La crisi italiana dell’acqua non dipende soltanto da quanta pioggia cade. Dipende dalla capacità di conservare la risorsa, ridurre le perdite, collegare i sistemi idrici, proteggere le falde e garantire una distribuzione regolare.

Le precipitazioni possono riempire temporaneamente un invaso o far risalire la portata di un fiume. Non possono riparare una condotta, ammodernare un acquedotto o cancellare decenni di ritardi.

La siccità rende l’acqua più scarsa. Sono le infrastrutture fragili e le disuguaglianze territoriali a trasformare la scarsità in una crisi quotidiana.

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